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Midterm, Trump perde il Congresso: pesa la guerra contro la Repubblica Islamica dell’Iran

Mondo

di Davide Cucciati
La sconfitta elettorale ha ridotto lo spazio di manovra legislativo di Trump e ha aperto la competizione sulla sua successione. Per Israele, le conseguenze potrebbero estendersi al rapporto personale tra Trump e Netanyahu e al futuro dell’assistenza militare americana. La guerra contro la Repubblica Islamica dell’Iran ha contribuito alla sconfitta elettorale di Trump. Le scelte che Washington compirà per concluderla definiranno anche il futuro del rapporto con Israele.

I Democratici hanno riconquistato il controllo della Camera e del Senato nelle elezioni di metà mandato del 3 novembre, infliggendo a Donald Trump una pesante sconfitta politica. Sul voto ha inciso la guerra avviata a fine febbraio da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran, che ha contribuito all’aumento dei prezzi energetici e del costo della vita. Secondo Reuters, i Democratici hanno conquistato sette seggi senatori precedentemente repubblicani e tutte le prime venti competizioni più combattute per la Camera già assegnate. Il risultato consegna all’opposizione il controllo del Congresso, che entrerà in carica il 3 gennaio 2027.

Il peso economico della guerra emerge dai prezzi americani. Il 27 febbraio, alla vigilia degli attacchi, il petrolio Brent costava 72,48 dollari al barile; il 4 novembre era quotato intorno ai 104,36 dollari, con un aumento del 44%. Negli Stati Uniti, il prezzo medio della benzina è passato dai 2,98 dollari al gallone del 26 febbraio ai 4,15 dollari del 3 novembre, circa il 39% in più. Il diesel è salito da 3,81 a 6,29 dollari, con un incremento del 65%. La guerra ha contribuito ai rincari attraverso le interruzioni delle forniture mediorientali e l’incertezza sui transiti nello Stretto di Hormuz.

Trump ha riconosciuto il peso elettorale del conflitto. Intervistato da Fox News dopo il voto, ha ammesso che la guerra ha contribuito alla sconfitta repubblicana, pur difendendo la decisione di intervenire. Il risultato colpisce due promesse centrali dell’America First: tenere gli Stati Uniti lontani da nuove guerre prolungate e ridurre il costo della vita. Secondo gli exit poll citati da Reuters, metà degli elettori ha considerato le Midterm un’occasione per esprimere una bocciatura del presidente e il 70% ha chiesto un Congresso capace di esercitare maggiori controlli sulla Casa Bianca. Alla vigilia, un sondaggio del Financial Times registrava quasi il 70% di giudizi negativi sulla gestione dell’inflazione.

La geografia del voto

La dimensione della sconfitta emerge soprattutto dalla geografia del voto. In Texas, James Talarico ha sconfitto il procuratore generale Ken Paxton, diventando il primo democratico eletto al Senato nello Stato dal 1988. Gina Hinojosa ha battuto il governatore uscente Greg Abbott, interrompendo oltre trent’anni di predominio repubblicano e diventando la prima governatrice latina del Texas. Nel Kansas, Adam Hamilton ha sconfitto il senatore Roger Marshall: il Partito Democratico non vinceva una corsa senatoriale nello Stato dal 1932. In South Carolina, Annie Andrews ha battuto Darline Graham, scelta personalmente da Trump, in uno Stato che il presidente aveva conquistato nel 2024 con quasi diciotto punti di vantaggio.

I Democratici hanno sottratto seggi ai Repubblicani anche in North Carolina, dove Roy Cooper ha sconfitto Michael Whatley, in Ohio con Sherrod Brown, in Iowa con Josh Turek e nel Maine con Troy Jackson, che ha posto fine alla carriera senatoriale trentennale di Susan Collins. In Georgia è stato rieletto il senatore ebreo Jon Ossoff, mentre Keisha Lance Bottoms è diventata la prima donna afroamericana eletta governatrice di uno Stato americano. Secondo il Financial Times, i Democratici hanno recuperato consensi anche fra i giovani e gli elettori latinoamericani, due componenti importanti della coalizione che aveva riportato Trump alla Casa Bianca.

Il nodo del carburante

La presidenza aveva già cercato di contrastare l’aumento dei carburanti attraverso un’intesa con la Russia. Il 9 ottobre Trump ha annunciato un accordo con Vladimir Putin per incrementare le esportazioni russe di diesel, accompagnato da una sospensione temporanea delle sanzioni americane sul prodotto. La prima tranche prevedeva 300.000 tonnellate, equivalenti a circa 2,25 milioni di barili: appena il 2% del consumo mensile statunitense di distillati, pari a poco più di mezza giornata di consumi, anche ipotizzando che l’intera quantità fosse destinata agli Stati Uniti. Secondo l’Energy Information Administration, il mercato americano assorbe infatti circa quattro milioni di barili di distillati al giorno.

Gli Stati Uniti sono peraltro esportatori netti di diesel: nel secondo trimestre del 2026 ne hanno esportato circa 1,5 milioni di barili al giorno in più di quanti ne abbiano importati, secondo l’Energy Information Administration. L’accordo con Putin avrebbe quindi inciso su un mercato americano già caratterizzato da un surplus commerciale, mentre i prezzi interni continuano a risentire delle quotazioni internazionali.

Le contraddizioni della politica estera trumpiana attraversano da tempo la galassia MAGA. Il rifiuto delle guerre combattute per gli alleati convive con il sostegno a Israele e con una visione della potenza americana fondata anche sull’uso della forza. Mosaico aveva già analizzato queste tensioni nell’agosto 2025 e nell’aprile 2026, ricostruendo le divisioni della destra americana sulle operazioni militari e sugli aiuti a Israele. Le Midterm hanno dato a questa frattura una nuova dimensione elettorale.

Trump ha reagito sostenendo su Truth Social che i Repubblicani avrebbero vinto largamente se il suo nome fosse stato sulla scheda. Ha successivamente dichiarato di accettare i risultati e di voler collaborare con i Democratici, pubblicando tuttavia l’immagine di un cappellino rosso con la scritta “VETO”. Il presidente conserverà i poteri esecutivi e il veto; il nuovo Congresso potrà avviare inchieste sull’amministrazione, condizionare gli stanziamenti e bloccare le nomine presidenziali attraverso il Senato.

Democratici vincitori, ma ancora divisi su Israele

L’ampiezza della vittoria lascia aperta la questione dell’identità politica democratica. Secondo Axios, un sondaggio CBS News-YouGov di ottobre indicava che quasi sei elettori intenzionati a votare democratico su dieci erano motivati soprattutto dal desiderio di fermare Trump e le politiche repubblicane. Un’indagine NBC precedente alle elezioni attribuiva ai Democratici il 29% di opinioni favorevoli, contro il 38% dei Repubblicani. Alec Ross, docente della Bologna Business School ed ex consigliere dell’amministrazione Obama, intervenuto a Radio24 la mattina del 4 novembre, ha interpretato il voto come una bocciatura personale di Trump, lasciando aperta la questione della proposta politica dell’opposizione.

La distribuzione geografica delle vittorie progressiste offre un primo elemento di analisi. Secondo Axios, cinque nuovi esponenti dell’ala sinistra dei democratici hanno conquistato un seggio alla Camera: Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier a New York, Chris Rabb in Pennsylvania, Melat Kiros in Colorado e Donovan McKinney in Michigan. Tutti sono stati eletti in collegi saldamente democratici. La loro affermazione rafforza la componente socialista al Congresso, mentre le vittorie negli Stati contendibili mostrano una geografia politica più articolata. È la distinzione richiamata, il 3 novembre (prima delle elezioni), anche da Paolo Mieli su Radio24: il successo della sinistra nelle roccaforti democratiche, da solo, non misura la sua capacità di conquistare gli elettori moderati.

Il Michigan rappresenta un’eccezione significativa. Abdul El-Sayed ha sconfitto il repubblicano Mike Rogers, diventando il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti. Sostenuto da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, El-Sayed aveva conquistato la candidatura democratica sconfiggendo Haley Stevens, appoggiata da AIPAC, che dopo la sconfitta alle primarie aveva sostenuto il repubblicano Rogers. La campagna è stata segnata dalle divisioni sul rapporto con Israele. Il nuovo senatore è contrario agli aiuti militari americani allo Stato ebraico e ha accusato Israele di genocidio nella Striscia di Gaza.

La vittoria assume un significato particolare perché ottenuta in uno Stato contendibile, conquistato da Trump alle presidenziali del 2024. Il peso della questione israeliana va tuttavia distinto dalle motivazioni prevalenti dell’elettorato. Secondo l’AP Voter Poll, circa la metà degli elettori del Michigan ha considerato cruciale il costo della vita, mentre soltanto uno su cinque ha attribuito la stessa importanza ai rapporti tra Stati Uniti e Israele.

Gli altri vincitori democratici presentano orientamenti differenti. In Texas Talarico sostiene l’assistenza difensiva a Israele, compreso il sistema antimissile Iron Dome, e si oppone alle forniture di armamenti offensivi. In Georgia il senatore ebreo Jon Ossoff è stato rieletto dopo aver sostenuto la sicurezza israeliana e votato per limitare specifiche vendite di armi, attirandosi le critiche di AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) e l’appoggio di J Street (organizzazione ebraica americana di orientamento liberal, favorevole a una soluzione a due Stati e critica verso alcune politiche del governo israeliano).

In Ohio la competizione fra le due organizzazioni è stata particolarmente evidente. AIPAC sosteneva il repubblicano Jon Husted, mentre J Street appoggiava il democratico Sherrod Brown, risultato vincitore. Secondo Jewish Telegraphic Agency, entrambi avevano precedenti di sostegno a Israele. Husted aveva ricevuto oltre 540.000 dollari di contributi individuali convogliati attraverso AIPAC, mentre Brown aveva beneficiato di oltre 800.000 dollari raccolti da sostenitori di J Street. Axios aveva inoltre documentato una campagna da tre milioni di dollari di J Street contro cinque candidati repubblicani sostenuti da AIPAC.

Le divisioni riguardano anche la futura guida della Camera. Hakeem Jeffries è destinato a diventare il primo presidente afroamericano della Camera dei rappresentanti, dopo la sua eventuale elezione formale a gennaio. Secondo Reuters, alcuni deputati progressisti chiedono restrizioni alle vendite di armamenti a Israele e maggiori concessioni sul programma economico e sociale. Jeffries dovrà conciliare queste richieste con le posizioni della componente moderata, mentre il partito prepara la competizione presidenziale del 2028.

Trump sconfitto, cresce la tensione con Netanyahu sul futuro della guerra

La guerra contro la Repubblica Islamica dell’Iran divide anche l’amministrazione Trump e potrebbe incidere direttamente sul rapporto fra Washington e Gerusalemme.

Una ricostruzione di Axios del 2 novembre individua tre orientamenti. Il vicepresidente JD Vance e l’inviato Steve Witkoff sostengono la ricerca di un accordo con Teheran, ritenendo che una ripresa dei bombardamenti potrebbe non migliorare la situazione. Benjamin Netanyahu e il segretario alla Difesa Pete Hegseth chiedono invece di riprendere le operazioni militari. Marco Rubio, il segretario al Tesoro Scott Bessent e il direttore della CIA John Ratcliffe preferiscono mantenere la pressione economica senza una nuova offensiva immediata.

Il vicepresidente Vance aveva espresso riserve sul coinvolgimento americano in nuovi conflitti mediorientali già prima della guerra. Dopo l’inizio delle operazioni ha difeso pubblicamente le decisioni di Trump, mantenendo però un atteggiamento più favorevole alla diplomazia e assumendo un ruolo centrale nei tentativi negoziali. Le differenze con Rubio e con Netanyahu riguardano gli strumenti e i tempi della strategia americana, mentre l’obiettivo dichiarato di impedire alla Repubblica Islamica dell’Iran di dotarsi di armi nucleari resta condiviso. La sconfitta repubblicana potrebbe rendere più rilevante questa discussione anche nella competizione per la successione a Trump.

Le conseguenze del voto potrebbero estendersi al rapporto personale fra il presidente americano e Netanyahu. Paolo Mieli, intervenuto a Radio24 il 4 novembre, ha ipotizzato che Trump possa cercare di attribuire al premier israeliano parte della responsabilità politica della guerra, prendendo le distanze dall’alleato dopo averne pagato il costo elettorale. È un’interpretazione, distinta dalle decisioni effettivamente annunciate. Axios aveva già documentato le divergenze fra i due leader sulla ripresa dei bombardamenti, mentre Trump, nell’intervista del 2 novembre, aveva dichiarato di non avere fretta di avviare nuove operazioni militari.

La questione degli aiuti militari a Israele

Proprio il 3 novembre, mentre gli americani votavano, Trump ha annunciato che gli Stati Uniti interromperanno entro la fine del 2026 gli aiuti militari annuali a Israele, pur continuando a vendergli armamenti. Secondo Reuters, il presidente ha sostenuto di aver raggiunto un’intesa con Netanyahu e ha spiegato di voler sottrarre ai Democratici un argomento elettorale. Ha citato espressamente El-Sayed, che durante la campagna aveva criticato i finanziamenti americani a Israele.

L’annuncio solleva interrogativi giuridici e politici. Il memorandum bilaterale vigente prevede 3,8 miliardi di dollari annui di assistenza fino al settembre 2028, di cui 3,3 miliardi destinati agli acquisti militari e 500 milioni alla cooperazione nella difesa antimissile. Trump ha indicato una scadenza anticipata senza chiarire il procedimento necessario a realizzarla. Gli stanziamenti dipendono dal Congresso e la dichiarazione presidenziale non determina automaticamente la loro cessazione. Al momento dell’annuncio, l’ufficio di Netanyahu non aveva confermato pubblicamente i termini dell’intesa. Un approfondimento pubblicato il 3 novembre aveva inoltre ricostruito, sulla base delle informazioni del quotidiano israeliano Globes, le richieste americane di maggiore controllo sulle tecnologie e sui brevetti dell’industria militare israeliana.

  • Leggi anche: Israele verso lo stop agli aiuti militari USA
    Il Congresso democratico potrà esercitare un controllo più incisivo sulla Casa Bianca e intervenire sugli stanziamenti militari. Le divisioni interne al partito, da Talarico e Ossoff a El-Sayed, rendono ancora incerta la direzione della politica americana verso Israele. All’interno dell’amministrazione, intanto, Vance, Rubio e i sostenitori della linea militare continuano a confrontarsi sulla strategia verso Teheran.

 

La sconfitta elettorale ha ridotto lo spazio di manovra legislativo di Trump e ha aperto la competizione sulla sua successione. Per Israele, le conseguenze potrebbero estendersi al rapporto personale tra Trump e Netanyahu e al futuro dell’assistenza militare americana. La guerra contro la Repubblica Islamica dell’Iran ha contribuito alla sconfitta elettorale di Trump. Le scelte che Washington compirà per concluderla definiranno anche il futuro del rapporto con Israele.