di Davide Cucciati
Dentro il “trumpismo” convivono pulsioni che tirano in direzioni diverse, incarnate nelle figure di John Bolton e Marjorie Taylor Greene: culto della forza e diffidenza verso le alleanze, sostegno a Israele e rifiuto delle guerre combattute per altri, protezionismo economico e tattica improvvisata. E le tensioni sono esacerbate dalla guerra contro l’Iran. Un’analisi
Donald Trump incarna un’America proiettata verso il futuro o un’America che si rifugia nella nostalgia della propria età dell’oro? La domanda conta perché dentro il trumpismo convivono pulsioni che tirano in direzioni diverse: culto della forza e diffidenza verso le alleanze, sostegno a Israele e rifiuto delle guerre combattute per altri, protezionismo economico e tattica improvvisata. Più che una destra coerente, il trumpismo appare oggi come il luogo in cui Americhe diverse litigano sulla stessa idea di potenza.
L’ultima frattura interna al mondo MAGA è esplosa sull’Iran. Secondo il Jerusalem Post del 10 aprile 2026, Trump ha attaccato Tucker Carlson, Candace Owens, Alex Jones e Megyn Kelly, definendoli “perdenti” perché contrari alla sua linea dura contro Teheran. Il punto politico conta più dell’insulto: Carlson è stato per anni uno dei principali interpreti mediatici dell’America First, Owens e Kelly parlano a segmenti diversi ma reali del conservatorismo online. Axios ha letto questa rottura come un principio di guerra civile dentro l’ecosistema mediatico MAGA.
Per capire questo mutamento conviene guardare a due figure che sono state protagoniste nella galassia MAGA: John Bolton e Marjorie Taylor Greene, ora critici di Trump da direzioni opposte. Bolton, ambasciatore Usa all’ONU sotto George W. Bush nel 2005-2006 e poi consigliere per la sicurezza nazionale di Trump nel 2018-2019, rappresenta la destra interventista e atlantista. Greene, ex deputata repubblicana della Georgia e icona del populismo MAGA più identitario, rappresenta invece l’ala America First che legge ogni guerra esterna come un tradimento della promessa originaria. Già la sola esistenza di queste due critiche, incompatibili fra loro, dice molto sul punto in cui è arrivata la destra americana. Sulla sua pagina X, Bolton è netto. Ha criticato la condotta di Trump nei confronti degli alleati: “La guerra di Trump contro l’Iran ha causato una nuova crisi per la NATO. Dividere l’alleanza era un obiettivo chiave sovietico durante la Guerra Fredda. Il fallimento nel raggiungere quell’obiettivo è stato uno dei tanti motivi per cui il Cremlino ha perso quel conflitto. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno ora è servire gli interessi cinesi e russi facendo il lavoro al posto loro”. In un altro post ha sostenuto che con il regime islamico iraniano “non si può fare alcun accordo” e che “l’unico modo per ottenere la pace nella regione e fermare l’esportazione del terrore da parte dell’Iran è eliminare completamente il regime di Teheran”.
Greene, sui social, usa il lessico opposto. In un post del 5 aprile, ha scritto: “Lo Stretto è chiuso perché gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato una guerra non provocata contro l’Iran basandosi sulle stesse menzogne sul nucleare che raccontano da decenni, ovvero che l’Iran avrebbe potuto sviluppare un’arma nucleare da un momento all’altro. Sapete chi possiede armi nucleari? Israele. Sono più che capaci di difendersi da soli senza che gli Stati Uniti debbano combattere le loro guerre, uccidere innocenti e bambini e pagarne il prezzo”. L’8 aprile, Greene si è posta come alfiere dell’America First in opposizione a Trump: “Non doveva essere così!!! Ma andare in guerra in Iran per Israele e cose come far salire il costo della benzina a 4 dollari/gallone a livello nazionale ha delle conseguenze. Metti l’America AL PRIMO POSTO e fai quello che hai promesso!!!”.
I programmi e la realtà
Per capire come si sia arrivati qui bisogna tornare ai programmi e agli uomini. Il programma repubblicano del 2016, quello del primo Trump, parlava ancora la lingua della destra americana classica: “pace attraverso la forza”, NATO essenziale, Russia aggressiva, rifiuto di qualsiasi cambiamento territoriale imposto con la forza in Ucraina, sostegno robusto a Israele. Il programma del 2024, base politica del Trump 2, è più sintetico e molto più centrato sulla politica interna statunitense: confine, deportazioni, energia, manifattura, lotta al “deep state”, guerra culturale interna. La politica estera resta, ma in forma subordinata: forza sì, però usata “con parsimonia”, e solo quando gli interessi americani sono direttamente in gioco.
Donald Trump ha conquistato per due volte le primarie repubblicane, nel 2016 e nel 2024, ma attraverso dinamiche profondamente diverse, che raccontano l’evoluzione stessa del Partito repubblicano. Nel 2016 entrò come outsider in un campo affollatissimo, con contendenti come Ted Cruz, Marco Rubio e John Kasich divisi tra conservatorismo ideologico, moderatismo e ricerca di eleggibilità. Riuscì a imporsi puntando su immigrazione, nazionalismo economico e attacco all’establishment, beneficiando della frammentazione degli avversari, che si mossero troppo tardi per fermarlo. Colpisce, a distanza di anni, vedere proprio Rubio, allora simbolo di quella destra istituzionale che provava a resistergli, oggi alla guida della diplomazia americana come Segretario di Stato nella sua amministrazione: è il segno di quanto il trumpismo abbia finito per riassorbire parti rilevanti dell’antico establishment. Nel 2024, infatti, Trump non era più un corpo estraneo ma il centro stesso del partito. Sfidato da Ron DeSantis e da Nikki Haley, ha chiuso rapidamente la partita, lasciando a Haley solo due vittorie marginali, Washington DC e Vermont, che però raccontano qualcosa. La prima segnala la resistenza di una destra istituzionale, legata al mondo della politica e dell’amministrazione federale, più vicina a quella che nel primo Trump trovava ancora spazio anche attraverso figure come Bolton e Pompeo e che oggi appare in larga parte fuori o marginalizzata. La seconda riflette invece un elettorato moderato e indipendente, poco trumpiano per cultura più che per appartenenza politica. Se nel 2016 una convergenza precoce degli avversari avrebbe potuto metterlo in seria difficoltà, nel 2024 quello spazio non esisteva più, perché il Partito repubblicano era ormai già plasmato a sua immagine.
Tutti gli uomini del presidente
Anche la composizione dello staff racconta la mutazione: nel Trump 1 c’erano Nikki Haley all’ONU, Mike Pompeo al Dipartimento di Stato, John Bolton alla Sicurezza nazionale. Nel Trump 2 quel filtro si è assottigliato e il simbolo del nuovo equilibrio è JD Vance. La biografia ufficiale della Casa Bianca insiste sulle sue origini nell’Ohio industriale, sul servizio nei Marines e sul suo radicamento in un’America segnata dalla deindustrializzazione. Politicamente, Vance conta perché prova a dare al trumpismo una forma post-Trump: meno repubblicanesimo internazionale, più populismo nazionale, più sospetto verso l’Europa. Già nel luglio 2024, Reuters segnalava che la sua opposizione agli aiuti all’Ucraina era un fattore di allarme per gli europei. L’Ucraina, infatti, resta la linea di faglia più chiara tra la vecchia destra repubblicana e la nuova. John McCain, figura simbolo dell’ala interventista, nel 2015 arrivò a chiedere esplicitamente che gli Stati Uniti fornissero armi all’Ucraina, criticando la riluttanza dell’amministrazione Obama e sostenendo che le sole sanzioni non fossero sufficienti. Trump e Vance hanno progressivamente spostato il partito verso un’altra idea: negoziato rapido, costi da contenere e meno disponibilità a legare la credibilità americana al destino dell’Europa orientale. La scena simbolo di questa svolta si è vista il 28 febbraio 2025, quando Volodymyr Zelensky fu duramente attaccato nello Studio Ovale da Trump e da Vance. In quel contesto Trump gli disse, in sostanza, “non hai le carte in mano”, arrivando anche ad accusarlo di “stare giocando d’azzardo con la Terza guerra mondiale”. Fu la visualizzazione più brutale della nuova linea trumpiana sull’Ucraina.
Il metodo Trump
Il metodo Trump tiene insieme queste contraddizioni con una tecnica ormai riconoscibile: l’ultimatum che diventa penultimatum, la minaccia massima che apre poi alla trattativa. Lo si è visto anche sull’Iran. Da una parte Trump ha minacciato che, senza un accordo, sarebbe morta un’intera civiltà. Dall’altra ha lasciato spazio a una linea negoziale affidata proprio a Vance e ai canali paralleli della sua diplomazia. Il linguaggio è parte del metodo. Nell’aprile 2025, parlando dei dazi, Trump si vantò dicendo che i Paesi stranieri gli stavano “baciando il culo” pur di ottenere un accordo. E una formula simile l’ha poi usata parlando del principe saudita Mohammed bin Salman, sostenendo che non pensava che sarebbe arrivato a “baciargli il culo”. Al di là della volgarità, il punto politico è chiaro: Trump riduce le relazioni internazionali a una catena di rapporti di forza in cui l’altra parte, prima o poi, deve piegarsi.
Su questo sfondo pesa il rapporto, sempre ambiguo, con l’esercito: i programmi repubblicani trumpiani esaltano la forza militare. Ma la biografia politica di Trump racconta altro: Reuters ha ricordato i suoi rinvii durante il Vietnam, incluso quello per speroni ossei al piede, e ha ricordato anche l’attacco a McCain del 2015, quando disse di preferire “quelli che non sono stati catturati” deridendo il senatore repubblicano che, a differenza del tycoon, la guerra in Vietnam la fece finendo catturato dai Vietcong. Il trumpismo, in questo senso, sacralizza la forza come simbolo ma non appartiene alla tradizione repubblicana che lega il potere militare al sacrificio personale, al servizio e alla disciplina.
Un’economia molto selettiva
Sul piano economico, il bilancio del trumpismo nel 2026 appare meno lineare di quanto suggerisse la retorica elettorale. La tenuta dell’economia americana è reale ma resta fortemente selettiva: secondo il Financial Times e l’Economist, la spinta più dinamica continua a venire da intelligenza artificiale, semiconduttori e investimenti tecnologici, mentre altri settori restano più deboli o comunque meno reattivi. Reuters e Axios descrivono un mercato del lavoro che regge ma senza slancio, con una fase definita “low-hire, low-fire”, segnata da prudenza nelle assunzioni, anche per l’attesa di guadagni di produttività legati all’AI. I dati più recenti mostrano una certa riapertura delle assunzioni in settori tradizionali, ma dopo mesi in cui la crescita appariva concentrata e fragile. In questo contesto si è inserito uno scontro sempre più esplicito con la Federal Reserve: Donald Trump ha attaccato ripetutamente il presidente Jerome Powell, accusandolo di fare politica e chiedendo tagli dei tassi. Il punto diventa politico: il 10 aprile 2026, Reuters ha scritto che il crollo della fiducia degli americani nell’economia rappresenta un segnale minaccioso per i repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato. Inflazione e caro benzina, aggravati anche dalla guerra, colpiscono proprio il terreno su cui Trump aveva promesso risultati. Qui emerge una contraddizione evidente: il programma repubblicano prometteva di ridurre l’inflazione e usare la forza con parsimonia. Se il conflitto in Medio Oriente dovesse contribuire ad aumentare il costo della vita, quella stessa postura rischierebbe di diventare politicamente sempre più difficile da sostenere. Il Medio Oriente può diventare un fattore di erosione del consenso.
Inoltre, c’è la Cina, l’elefante nella stanza. Il programma repubblicano del 2024 parla apertamente di “contrastare la Cina” e ridurre la dipendenza economica e tecnologica americana, indicando Pechino come la vera sfida sistemica per gli Stati Uniti. Se però si guarda all’azione concreta, il quadro appare molto meno lineare. Reuters descrive una strategia fatta di dazi, pressioni e negoziati, ma anche di continue oscillazioni, mentre la stessa amministrazione insiste sulla necessità di mantenere una relazione economica “stabile” con la Cina e di garantire l’accesso americano a materie prime critiche. Axios evidenzia come la competizione con la Cina resti formalmente centrale, ma venga gestita in modo intermittente, tra escalation e tregue negoziali. Il risultato è che la sfida indicata nei programmi come prioritaria rischia di essere affrontata più con logica tattica che con una visione di lungo periodo.
Cosa sarà la destra dopo Trump?
La domanda sulla destra americana dopo Trump non è teorica. Le elezioni di metà mandato rischiano di trasformarla in una verifica concreta: capire se il Partito repubblicano resterà legato all’eredità dei Neocon o proseguirà lungo la linea di Trump e Vance. Oggi le due anime convivono e la traiettoria prevalente sembra ormai la seconda. Anche sull’Iran il consenso repubblicano va letto dentro questa cornice. Secondo Reuters, circa il 77% dei repubblicani ha sostenuto i raid, mentre l’opinione pubblica nel suo complesso resta più divisa. È un sostegno condizionato: non c’è più spazio per guerre lunghe con “boots on the ground”, c’è disponibilità alla forza finché resta rapida, simbolica e compatibile con l’America First. È qui che si misura il trumpismo. Trump incarna un’America che vuole restare potente riducendo il prezzo politico, economico e umano della potenza. Finché questa promessa regge, la coalizione tiene. Quando invece la guerra si traduce in benzina più cara, inflazione e logoramento interno, la formula si incrina. Le elezioni di metà mandato potrebbero misurare proprio questo: non la forza dell’America, ma la tenuta del trumpismo.
(foto in alto: Marjorie Taylor Greene – wikicommons c/c)



