Israele-USA, la nuova partita sugli aiuti militari si gioca sui brevetti

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di Davide Cucciati
Washington chiederebbe il trasferimento negli Stati Uniti di competenze tecnologiche israeliane, con un ruolo americano nella loro gestione. Per Gerusalemme, una simile intesa rischierebbe di compromettere il vantaggio competitivo delle proprie imprese della difesa sui mercati internazionali. (Foto: test dell’F35 israeliano Adir)

Gli Stati Uniti vorrebbero ottenere un maggiore controllo sulle tecnologie sviluppate dall’industria militare israeliana, compresi brevetti, competenze industriali e programmi di ricerca congiunti. La richiesta sarebbe emersa durante i negoziati sul futuro degli aiuti americani a Israele e rappresenterebbe il principale ostacolo a un nuovo accordo tra Washington e Gerusalemme.

A rivelarlo è il quotidiano economico israeliano Globes, in un’inchiesta pubblicata il 25 ottobre. Washington chiederebbe il trasferimento negli Stati Uniti di competenze tecnologiche israeliane, con un ruolo americano nella loro gestione. Per Gerusalemme, una simile intesa rischierebbe di compromettere il vantaggio competitivo delle proprie imprese della difesa sui mercati internazionali.

La notizia arriva mentre il primo ministro Benjamin Netanyahu propone di ridurre progressivamente gli aiuti militari americani, fino al loro possibile azzeramento entro un decennio. Una prospettiva già analizzata a gennaio da Mosaico, soprattutto per le sue implicazioni finanziarie e politiche.

Il nuovo negoziato: dagli aiuti ai brevetti

L’attuale accordo decennale sugli aiuti militari, firmato nel 2016 durante la presidenza Obama, prevede complessivamente 38 miliardi di dollari per il periodo 2019-2028. Di questi, 33 miliardi sono destinati al finanziamento degli acquisti militari e cinque miliardi alla cooperazione nella difesa antimissile. I negoziati per sostituirlo sono iniziati formalmente nel maggio 2026. Secondo Globes, i due governi avrebbero già concordato una significativa riduzione degli aiuti destinati agli acquisti militari, pur senza prevederne l’immediata eliminazione.

Il principale contrasto riguarderebbe invece le condizioni della futura cooperazione industriale. L’attribuzione a Washington di un controllo più esteso sulle competenze sviluppate dalle imprese israeliane potrebbe condizionare la loro capacità di utilizzare le innovazioni, concedere licenze e commercializzare nuovi prodotti. La proprietà intellettuale assume un valore strategico; la localizzazione della ricerca, la titolarità dei brevetti e le condizioni per utilizzare i risultati dello sviluppo tecnologico possono determinare la capacità delle imprese israeliane di competere autonomamente sui mercati internazionali.

Dai Mirage al Lavi: quando l’autonomia industriale si scontrò con Washington

La dipendenza tecnologica dai fornitori stranieri è un problema che Israele conosce da decenni.

Negli anni Sessanta, l’aeronautica israeliana utilizzava prevalentemente velivoli francesi, tra cui i Mirage III della Dassault, protagonisti della Guerra dei Sei Giorni. Nel 1967, il presidente Charles de Gaulle impose un embargo sulla consegna di 50 Mirage 5 già ordinati da Israele, estendendo successivamente le restrizioni ad altre forniture militari.

La decisione accelerò due trasformazioni: l’avvicinamento agli Stati Uniti come principale fornitore aeronautico e lo sviluppo di una capacità produttiva nazionale. Israel Aircraft Industries realizzò dapprima il Nesher, derivato dal Mirage 5 ed entrato in servizio nel 1971, e successivamente il Kfir, un caccia progettato a partire dalla famiglia Mirage, dotato di avionica israeliana e del motore americano General Electric J79. Il Kfir entrò in servizio nel 1975 e venne prodotto in oltre 220 esemplari, alcuni destinati all’esportazione.

L’esperienza mostrò presto i limiti di questa autonomia: nel 1977 Washington bloccò una vendita di Kfir all’Ecuador, sfruttando la necessità di autorizzare l’esportazione del motore americano. L’amministrazione Carter motivò la decisione con la propria politica di contenimento delle vendite di armamenti avanzati in America Latina.

Un memorandum del segretario di Stato Cyrus Vance al presidente Jimmy Carter, datato 3 febbraio 1977, documenta la vicenda: Israele aveva costruito un proprio caccia ed era riuscita a trovare un acquirente, ma una componente americana consentiva a Washington di condizionare l’operazione.

Pochi anni dopo, il tentativo israeliano di sviluppare un aereo da combattimento di nuova generazione produsse uno scontro ancora più significativo. Il progetto Lavi, avviato all’inizio degli anni Ottanta, avrebbe dovuto dotare l’aeronautica israeliana di un velivolo avanzato progettato e costruito in patria. Il primo prototipo volò il 31 dicembre 1986. Otto mesi dopo, il governo israeliano ne decise la cancellazione.

Decisivo fu il cambiamento di posizione di Shimon Peres, allora ministro degli Esteri e leader del Partito laburista. Fino a metà agosto 1987 aveva sostenuto il Lavi, considerandolo essenziale per lo sviluppo tecnologico israeliano. Il 27 agosto annunciò invece la propria opposizione, citando i vincoli finanziari e la necessità di destinare le risorse ad altre priorità. Come ricostruì all’epoca il Los Angeles Times, sulla sua decisione pesarono anche la forte opposizione americana e le divisioni interne al Partito laburista. Il 30 agosto 1987, il governo votò per cancellare il programma con una maggioranza di appena 12 voti contro 11 e un’astensione.

Le ragioni economiche erano concrete. Un rapporto del Government Accountability Office, pubblicato nel gennaio 1987, confrontava le stime del costo unitario del Lavi: circa 14,5 milioni di dollari secondo Israele e 22,1 milioni secondo il Pentagono. L’organismo di controllo americano rilevò che alcune valutazioni del Dipartimento della Difesa erano eccessive, ma concluse che anche le stime più favorevoli avrebbero comportato il superamento dei limiti di spesa fissati da Israele, comprimendo gli investimenti in altri programmi militari.

Esisteva però anche una seconda motivazione americana: la concorrenza industriale.

Il timore che il Lavi potesse competere con i caccia statunitensi emerge dalla ricostruzione ufficiale della storia del segretario alla Difesa Caspar Weinberger, pubblicata dal Pentagono nel 2023. Già nel 1983 Weinberger aveva avvertito che finanziare lo sviluppo del Lavi avrebbe rafforzato le capacità industriali israeliane fino a metterle in concorrenza con quelle americane. Il segretario di Stato George Shultz sosteneva invece il programma per ragioni diplomatiche. Anche le imprese statunitensi temevano l’arrivo di un nuovo concorrente. Un’inchiesta del Washington Post del 1986 documentò le proteste della Northrop, impegnata nella commercializzazione del proprio F-20, che avrebbe potuto confrontarsi con il Lavi sul mercato internazionale.

La cancellazione del progetto maturò dunque dall’intreccio tra costi crescenti, opposizione dei vertici militari israeliani e pressioni statunitensi. La documentazione americana mostra che Washington valutava anche il rischio di finanziare un futuro concorrente della propria industria aeronautica.

L’industria israeliana cresce, i caccia rimangono americani

La cancellazione del Lavi segnò la fine del tentativo israeliano di produrre in serie una nuova generazione di caccia nazionali.

Il passaggio all’aviazione americana era già iniziato negli anni precedenti. Dopo l’acquisto degli A-4 Skyhawk e degli F-4 Phantom, Israele aveva ricevuto i primi F-15 nel dicembre 1976 e i primi F-16 nel 1980. Da allora, la componente da combattimento dell’aeronautica israeliana si è sviluppata attorno a piattaforme statunitensi. Israele conserva importanti capacità di integrazione tecnologica, aggiornamento dei velivoli e sviluppo di sistemi elettronici, radar e armamenti, ma gli aerei da combattimento delle famiglie F-15, F-16 e F-35 sono di progettazione americana.

Il quadro industriale complessivo è tuttavia profondamente diverso da quello degli anni Ottanta; Israele possiede un’industria militare capace di competere sui mercati internazionali, mentre le sue forze armate continuano a dipendere dalle forniture americane per alcune capacità operative fondamentali.

Nel dicembre 2025 Netanyahu ha annunciato un programma da 350 miliardi di shekel, equivalenti a circa 110 miliardi di dollari, da destinare nell’arco di dieci anni al rafforzamento delle capacità militari e industriali israeliane. Il primo ministro ha indicato come obiettivo la riduzione della dipendenza dalle forniture estere, pur riconoscendo che un’indipendenza completa difficilmente sarebbe raggiungibile.

Il piano comprende però anche importanti acquisti americani. Il 3 maggio 2026, il ministero della Difesa israeliano ha annunciato l’approvazione dell’acquisto di due ulteriori squadriglie: una quarta squadriglia di F-35, prodotti da Lockheed Martin, e una seconda squadriglia di F-15IA, prodotti da Boeing. Le operazioni, del valore di decine di miliardi di shekel, costituiscono il primo passo del programma decennale da 350 miliardi. Gli accordi definitivi con le controparti americane devono ancora essere completati. La volontà di rafforzare la produzione nazionale procede parallelamente all’acquisto di alcune delle piattaforme più avanzate dell’industria statunitense. Rimangono forme di dipendenza, legate alla disponibilità di componenti, alla manutenzione dei sistemi acquistati all’estero, ai diritti sulle tecnologie e alle autorizzazioni necessarie per esportare prodotti contenenti componenti americane.

Il prossimo accordo dovrà definire anche le condizioni della cooperazione industriale e tecnologica. Dopo un’intesa tra i governi, il Congresso americano continuerà inoltre ad avere un ruolo nell’approvazione degli stanziamenti.

La storia del Lavi e il precedente del Kfir mostrano quanto le decisioni americane possano incidere sull’attività delle imprese israeliane, anche quando queste dispongono delle competenze necessarie per progettare e produrre sistemi militari propri.

Il contenuto del prossimo accordo chiarirà fino a che punto la riduzione degli aiuti americani potrà tradursi in una maggiore autonomia strategica israeliana. La capacità di finanziare e produrre armamenti è soltanto una parte dell’indipendenza industriale: l’altra riguarda la libertà di sviluppare, utilizzare ed esportare le proprie tecnologie.