di Anna Balestrieri
Dagli spot che associano gli aiuti militari a Israele al caro-vita alle polemiche sui rapporti con Hasan Piker, la candidatura del democratico del Michigan apre una frattura nella sinistra americana. Oltre 250 rabbini chiedono garanzie contro l’antisemitismo, mentre una parte dell’elettorato ebraico si interroga sul proprio futuro politico.
«Israele non è in realtà nostro amico». La frase pronunciata nell’ottobre 2026 da Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato in Michigan, riassume la linea di un politico che ha fatto della rottura con il tradizionale sostegno americano a Israele uno dei punti centrali della propria campagna. Ma è soprattutto il modo in cui questa posizione si intreccia con il dibattito sull’antisemitismo, con le alleanze della sinistra radicale e con la crisi del Partito democratico ad aver trasformato la sua candidatura in un caso nazionale.
A pochi giorni dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, la controversia si è riaccesa attorno a due spot elettorali. Il primo, diffuso dalla campagna di El-Sayed, utilizza le dichiarazioni del commentatore conservatore Tucker Carlson contro il suo avversario repubblicano Mike Rogers. Il secondo, realizzato da Rebellion PAC, un comitato politico esterno guidato dal commentatore Cenk Uygur, mette in scena una coppia alle prese con la spesa alimentare e attribuisce il costo della vita negli Stati Uniti al sostegno militare americano a Israele.
«Dobbiamo mettere da parte quei sette dollari per uccidere i palestinesi», dice la donna nello spot, mentre la scena si conclude con le immagini di Benjamin Netanyahu, Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir. La voce narrante contrappone quindi Rogers, descritto come il candidato che privilegia gli interessi israeliani, a El-Sayed, presentato come l’uomo dalla parte degli americani.
Il filmato non è stato prodotto dalla campagna ufficiale del candidato, che ha preso le distanze dal contenuto. Rebellion PAC ha rivendicato una diversa interpretazione del messaggio, sostenendo che la critica riguardi la politica estera israeliana e non gli ebrei. Per numerosi esponenti della comunità ebraica, tuttavia, il problema è proprio la costruzione narrativa dello spot: le difficoltà economiche delle famiglie americane vengono messe in relazione diretta con il sostegno a Israele, riproponendo un meccanismo di capro espiatorio che appartiene alla storia della propaganda antisemita.
Il 28 ottobre una coalizione di rabbini ha chiesto a El-Sayed di condannare esplicitamente il messaggio, giudicando insufficiente il semplice disconoscimento. La protesta riguarda anche lo spot della sua campagna che utilizza Carlson, accusato da diversi esponenti ebraici di aver diffuso retoriche ostili nei confronti degli ebrei e di Israele. Secondo il rabbino Aaron Starr, uno dei promotori dell’iniziativa Nonnegotiable Michigan, prendere le distanze da una pubblicità non equivale a ripudiarne chiaramente il contenuto.
(https://www.algemeiner.com/2026/10/28/coalition-rabbis-calls-el-sayed-denounce-antisemitic-ads/)
Il nodo politico non è soltanto ciò che El-Sayed sostiene su Israele, ma il confine che traccia — o non riesce a tracciare — tra critica al governo israeliano, antisionismo e linguaggio che rischia di alimentare pregiudizi contro gli ebrei.
Dalla sanità pubblica alla sinistra radicale
Nato da genitori immigrati dall’Egitto e cresciuto nell’area metropolitana di Detroit, El-Sayed è un medico epidemiologo che ha diretto il dipartimento della sanità pubblica della contea di Wayne. Privo di una lunga esperienza elettiva, ha costruito la propria notorietà attorno a un programma progressista: sanità universale, riduzione del costo della vita, riforma delle politiche di sicurezza e opposizione all’amministrazione Trump.
La sua ascesa ha ricevuto il sostegno di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Nelle primarie democratiche ha sconfitto la deputata centrista Haley Stevens, imponendosi come uno dei volti di una generazione che contesta il tradizionale consenso bipartisan sulla politica americana in Medio Oriente.
El-Sayed sostiene che gli aiuti militari a Israele debbano essere interrotti e che quelle risorse vadano destinate a priorità interne, come scuole e infrastrutture. Ha definito “genocida” la condotta israeliana a Gaza e ha contestato il concetto di Stato etnonazionale, affermando di non credere negli «Stati etnici». Interrogato sul diritto di Israele a esistere come Stato ebraico, ha ricondotto la questione alla propria opposizione a questo modello di organizzazione statale.
Il candidato respinge l’accusa di antisemitismo e rivendica la distinzione tra il governo israeliano, l’organizzazione della lobby filoisraeliana AIPAC e gli ebrei americani. «Amo e venero l’ebraismo e il popolo ebraico», ha dichiarato, sostenendo che le critiche a Israele non debbano essere confuse con l’ostilità verso gli ebrei.
È una distinzione politicamente rilevante, ma che non ha dissipato i dubbi dei suoi critici. Le contestazioni riguardano anche la scelta delle parole: dopo aver definito il governo di Benjamin Netanyahu «assetato di sangue», El-Sayed si è trovato a rispondere alle obiezioni di chi ricorda quanto a lungo l’accusa di sete di sangue abbia accompagnato la persecuzione degli ebrei.
Hasan Piker e il confine delle alleanze
Un’altra controversia riguarda il rapporto con Hasan Piker, influencer progressista e commentatore politico seguito da un vasto pubblico online. Piker ha sostenuto che l’identificazione degli ebrei americani con Israele potrebbe provocare reazioni violente contro le comunità ebraiche negli Stati Uniti. Le sue parole sono state giudicate pericolose e antisemite da diversi esponenti democratici, tra cui il leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries.
El-Sayed ha preso le distanze dalle dichiarazioni più controverse dell’influencer, senza però recidere nettamente il rapporto politico con lui. I due avevano partecipato insieme a iniziative elettorali e Piker aveva contribuito a dare visibilità alla candidatura durante le primarie.
Il candidato ha insistito sul fatto che soltanto lui e i suoi portavoce rappresentino ufficialmente la campagna. Ma per i critici la questione non si esaurisce nella responsabilità formale per le parole di un sostenitore: riguarda anche il tipo di alleanze che un aspirante senatore è disposto a mantenere e i limiti che è pronto a stabilire quando la retorica di un alleato investe la sicurezza degli ebrei americani.
La polemica ha avuto anche conseguenze all’interno del Partito democratico. Alcuni esponenti si sono rifiutati di partecipare a iniziative elettorali con El-Sayed finché non avesse chiarito meglio la propria posizione. Altri hanno difeso il candidato, denunciando il rischio che le controversie vengano strumentalizzate dai repubblicani per alimentare pregiudizi contro i musulmani.
Il caso mostra quanto sia difficile, per la sinistra americana, tenere insieme la mobilitazione contro Trump, il sostegno alla causa palestinese e un impegno inequivocabile contro l’antisemitismo.
Il CAIR e la rete dell’attivismo islamico americano
Il profilo politico di El-Sayed si inserisce inoltre in un contesto più ampio, nel quale organizzazioni musulmane, gruppi di attivisti e movimenti di solidarietà con i palestinesi hanno acquisito un peso crescente nel dibattito democratico.
Nathan Greppi ha ricostruito su Mosaico il ruolo del Council on American-Islamic Relations (CAIR), organizzazione per i diritti civili dei musulmani americani, soffermandosi sulle sue posizioni nei confronti di Israele e sulle controversie che hanno coinvolto alcuni suoi esponenti (https://www.mosaico-cem.it/attualita-e-news/mondo/cair-la-lobby-anti-israele-e-pro-hamas-che-sta-conquistando-lamerica/). Il tema merita attenzione anche per comprendere le reti di influenza e le alleanze che attraversano la politica americana.
Nel caso di El-Sayed, i rapporti personali e politici con esponenti dell’attivismo musulmano sono stati utilizzati dai suoi avversari per sollevare interrogativi sulla sua visione del Medio Oriente. Ma è necessario distinguere i legami documentati dalle accuse più gravi: la vicinanza a una persona o a un’organizzazione non dimostra, da sola, la condivisione di tutte le sue posizioni, né prova un legame con gruppi terroristici. El-Sayed ha respinto le accuse di vicinanza ai Fratelli Musulmani.
La questione rilevante è un’altra: quali idee circolano in queste reti, quali obiettivi politici perseguono e quanto incidano sulle scelte di un candidato che potrebbe entrare al Senato degli Stati Uniti.
La comunità ebraica tra appartenenza e disincanto
La candidatura di El-Sayed ha aperto una frattura in una comunità che per generazioni ha votato prevalentemente democratico. In Michigan, dove la competizione per il Senato è particolarmente serrata, il confronto con Mike Rogers ha assunto un significato che supera la scelta tra due candidati: per molti elettori ebrei è diventato un test della possibilità di continuare a riconoscersi nel partito che storicamente ha rappresentato la loro casa politica.
A raccontare questa inquietudine è Maxim D. Shrayer, scrittore e docente al Boston College, che sul Jewish Journal del 27 ottobre ha pubblicato un’analisi intitolata Up (and Down) In Michigan. Shrayer, cresciuto a Mosca in una famiglia ebraica e trasferitosi negli Stati Uniti, parte da una parola yiddish, mishigas, che significa follia, assurdità o comportamento irrazionale, per descrivere il clima politico che circonda la candidatura.
La sua è una lettura apertamente polemica. Ma il suo contributo documenta una tensione reale: quella di democratici ebrei che detestano Trump e le sue politiche, ma non si sentono più in grado di sostenere un candidato che mette in discussione la legittimità di Israele come Stato ebraico.
Shrayer cita il giornalista Howard Lovy, che si definisce un elettore del Michigan, ebreo e democratico da tutta la vita, ma deciso a non votare per El-Sayed. Lovy lo accusa di sostenere «i regimi più repressivi, fascisti e genocidi del Medio Oriente perché si oppongono a Israele, che contiene metà degli ebrei del mondo». Una valutazione durissima, che riflette il livello raggiunto dalla polarizzazione.
Al centro della frattura c’è anche la posizione di Dana Nessel, procuratrice generale del Michigan, che in un incontro di democratici ebrei ha sostenuto che gli ebrei abbiano «l’imperativo morale di mettere i bisogni del mondo al di sopra del nostro interesse personale e persino della nostra stessa sopravvivenza». La frase ha suscitato reazioni indignate tra chi ritiene che l’universalismo progressista non debba mai comportare la rinuncia alla sicurezza della propria comunità.
Shrayer descrive così la nostalgia di una parte degli ebrei americani per il Partito democratico come una «nostalgia per una casa politica americana». Per decenni, osserva, l’identità ebraica americana è stata associata al progressismo, alle libertà civili e alla partecipazione alla vita pubblica. Oggi alcuni elettori si chiedono se quella tradizione possa sopravvivere alla crescente ostilità verso Israele in settori della sinistra.
Non tutti gli ebrei americani condividono questa lettura. Alcuni considerano la sconfitta dei repubblicani indispensabile per proteggere le istituzioni democratiche e ritengono possibile sostenere El-Sayed senza approvare le sue posizioni su Israele. Altri hanno annunciato che non voteranno per lui, pur senza voler passare al Partito repubblicano. La divisione non è dunque semplicemente tra destra e sinistra, ma attraversa la stessa identità politica ebraica.
«Il sostegno va guadagnato, non è dovuto»
È in questo clima che è nata l’iniziativa Nonnegotiable Michigan, sostenuta da oltre 250 rabbini di 35 Stati. Il gruppo chiede ai candidati impegni espliciti sulla sicurezza degli ebrei, sul diritto all’autodeterminazione ebraica in Israele, sulla partecipazione piena degli ebrei alla vita politica americana e su una prospettiva di pace per il Medio Oriente.
Il messaggio non riguarda soltanto El-Sayed. È un tentativo di stabilire condizioni minime per il rapporto tra la comunità ebraica e chi aspira a rappresentarla nelle istituzioni. «Ogni comunità deve ricordare periodicamente al proprio partito che il sostegno va guadagnato, non è dovuto», afferma la petizione.
Il candidato, dal canto suo, ha dichiarato di voler affrontare l’antisemitismo in tutte le sue forme e ha sostenuto che la sicurezza degli ebrei americani sia un impegno personale. Le sue dichiarazioni, tuttavia, non hanno convinto tutti i firmatari dell’appello, che chiedono maggiore coerenza tra la condanna dell’odio antiebraico e il linguaggio utilizzato nel dibattito su Israele.
La questione non è marginale per una competizione che potrebbe contribuire a decidere il controllo del Senato. El-Sayed è sostenuto da figure di primo piano della sinistra progressista, mentre Rogers punta a conquistare gli elettori preoccupati dall’antisionismo e dalla crescente polarizzazione. Entrambi cercano di presentarsi come interpreti delle priorità americane, ma il conflitto su Israele rischia di trasformare il voto in un referendum sull’identità stessa del Partito democratico.
La vicenda di El-Sayed pone una domanda che va oltre il Michigan: può un partito difendere contemporaneamente il pluralismo, i diritti delle minoranze e il diritto degli ebrei a sentirsi parte integrante della propria comunità politica, senza chiedere loro di mettere da parte le proprie preoccupazioni per Israele?
La risposta non può dipendere soltanto dalle dichiarazioni di un candidato, né dalla demonizzazione dei suoi sostenitori. Deve passare dalla capacità di distinguere le critiche legittime alla politica israeliana dalle rappresentazioni che attribuiscono agli ebrei, collettivamente, la responsabilità dei problemi americani. È proprio su questo confine che si misureranno non soltanto la credibilità di El-Sayed, ma anche la tenuta di una coalizione democratica sempre più divisa sul Medio Oriente.



