La storia dei Falascia a Firenze

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Un importante convegno.
Josef Levy, rabbino capo della Comunità di Firenze mostra una foto in bianco e nero: ritrae tre giovani molto distinti, con cappello, baffi e pizzetto, vestiti alla moda dei primi del ‘900. Sono tre allievi del Collegio Rabbinico Italiano, che allora aveva sede a Firenze ed era diretto dal rabbino capo di quella comunità, Shemuel Zvi Margulies: oltre a un certo Campagnano c’è Giuseppe Levi, nonno di Josef, che divenne successivamente rabbino capo a Casale Monferrato. Accanto a lui Taamrat Emanuel, studente falascia, arrivato a Firenze nel 1908, proprio per studiare con Margulies.
Firenze e Margulies hanno un ruolo importante nella storia dei Falascia, gli ebrei neri di Etiopia. Nel 1906 qui nasce infatti il primo Comitato provvisorio pro-Falashà.
Per questo Firenze è stata scelta come sede del Convegno Internazionale della Society for the study of Ethiopian Jewry (SOSTEJE) svoltosi dal 7 al 10 ottobre scorsi nelle sale della Comunità.
Al convegno sono intervenuti molti studiosi provenienti da Israele, Stati Uniti, Canada e da molti paesi europei, compresa l’Italia: le loro relazioni, tutte in inglese, hanno toccato molti temi relativi al complesso universo dei falascia: dalla storia ai riti religiosi, fino ai problemi di identità e di integrazione nella società israeliana dopo le ondate di immigrazione degli ultimi decenni.

Shalva Weil, che insegna alla Hebrew University di Gerusalemme ed è presidente del SOSTEJE, ha illustrato la nascita dei comitati Pro Falascia. Altri interventi, tra cui quello di Emanuela Trevisan Semi dell’Università di Venezia e quello di Michael Corinaldi dell’Università di Haifa hanno approfondito la figura e l’opera di Jacques Faitlovitch, colui che, proseguendo l’opera del suo maestro, l’orientalista Jacob Halevy, contribuì a far conoscere i Falascia in Europa e spinse le comunità ebraiche europee ad occuparsi di loro, per strapparli all’opera dei missionari cristiani che cercavano di convertirli.
I Falascia non amano questo nome, che nella loro lingua vuol dire “emigranti”: preferiscono chiamarsi “Beta Israel” e oggi in Israele si definiscono “ebrei d’Etiopia”. Nella terra di origine, nei villaggi intorno a Gondar e nella regione del lago Tana, ne sono rimasti pochissimi. A migliaia sono emigrati in Israele in varie ondate: la maggior parte vi è arrivata nel 1985 con l’”Operazione Mosè”. Un gigantesco ponte aereo li prelevò dal Sudan dove erano arrivati dopo un viaggio massacrante, affrontando rischi gravissimi, la fame e la sete, e in cui molti persero la vita, in fuga dalle persecuzioni del regime di Mengistu.

L’origine dei Falascia è avvolta nella leggenda: c’è chi sostiene che siano discendenti della regina di Saba, chi della tribù di Dan, chi degli accompagnatori del profeta Geremia in Egitto.
In ambito storico sono state formulate molte ipotesi, ma oggi la tendenza più accreditata è quella di considerare la loro presenza in Etiopia come un succedersi di immigrazioni: un primo nucleo arrivò probabilmente dall’Egitto e a questo si aggiunsero ebrei provenienti dalla penisola arabica, in particolare dallo Yemen, mescolandosi poi con le popolazioni locali.

Prima di entrare in contatto con gli ebrei europei i Falascia pensavano di essere gli unici “Beta Israel”. Si ritenevano discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe, e i loro riti e usi religiosi coincidevano solo in parte con quelle degli ebrei nel resto del mondo. La loro tradizione si basava sul Pentateuco, non conoscevano il Talmud e la Mishnà, non sapevano l’ebraico e i libri di preghiera erano scritti in “gheez“, la lingua degli abissini cristiani.

Fu prima la Alliance Israelite Universelle e poi l’attività di Failovitch ad avvicinare gli ebrei etiopi al mondo ebraico, con la creazione di scuole ebraiche a Addis Abeba e in qualche villaggio. Dal 1923 Taamrat Emanuel, lo studente del Collegio Rabbinico di Firenze, fu direttore della scuola di Addis Abeba per molti anni. Emanuel ebbe anche un ruolo importante di accompagnatore e di interprete nella missione di Carlo Alberto Viterbo in Etiopia nel 1936-37.
Viterbo, avvocato, sionista impegnato nelle organizzazioni ebraiche, direttore dell’”Israel” per decenni, era arrivato in Etiopia per una delicata missione, su incarico dell‘ Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, di concerto con il governo fascista.
Il 1936 era l’ anno della proclamazione dell’Impero, l’Etiopia era diventata italiana e l’UCII doveva occuparsi degli ebrei residenti in quel paese: oltre ai Falascia c’erano gruppi provenienti da Aden e dallo Yemen, ed ebrei italiani che si erano trasferiti in Etiopia. La missione di Carlo Alberto Viterbo aveva lo scopo di “provvedere all’opera di assistenza e di organizzazione delle genti e Comunità dell ‘Africa Orientale Italiana. Si dovranno innanzi tutto organizzare le Comunità Ebraiche di Addis Abeba e Dire Daua e quindi mettersi in contatto con le popolazioni falascia della zona del Lago Tana provvedendo alla loro assistenza religiosa ed alla istituzione delle scuole” recitava la lettera di incarico dell’UCII, firmata dal Presidente Felice Ravenna, del 2 luglio 1936.

Viterbo e Emanuel affrontarono un viaggio difficile e faticoso, quando possibile a bordo di automobili o di camion, per lo più a dorso d’asino o di mulo, per raggiungere i villaggi più sperduti dove vivevano i Falascia. Di quel viaggio rimangono varie relazioni all’UCII e alle autorità italiane, lettere e tante fotografie scattate dallo stesso Viterbo.

Una parte di quelle immagini sono state esposte durante il convegno di Firenze e illustrate dal figlio di Carlo Alberto, l’ingegner Giuseppe Viterbo.
Altre immagini, filmati e interviste hanno accompagnato gli interventi di altri relatori durante il convegno. Per ricostruire gli usi e i costumi del mondo dei “Beta Israel” alcuni storici, soprattutto israeliani, e altri relatori hanno presentato delle testimonianze orali, raccolte tra gli immigrati. Tra questi Shlomo Akale, immigrato etiope egli stesso e rappresentante del SOSTEJE in Israele, ha proposto l’intervista con un anziano.
Il giovane rabbino Sharon Shalom invece ha parlato del “patto della circoncisione nella comunità etiope”, affrontando un tema tuttora di grande attualità, che pone grandi problemi di riconoscimento e di identità in Israele. Ma Shalom ci ha anche raccontato il sogno del nonno e degli anziani quando erano in Etiopia. Quando vedevano le cicogne volare “Shimela, Shimela”, invocavano, “portaci in Eretz Israel”. Allora non potevano immaginare che quel sogno si sarebbe avverato e che, nonostante le difficoltà, l’adattamento ad una vita diversa e tanti problemi di integrazione, sarebbero passati dallo stato di isolamento, di povertà, di persecuzione alla moderna vita ebraica nello Stato di Israele.

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