La Polonia vorrebbe riscrivere la storia della Shoah ad uso politico. Ed è polemica

Mondo

di Paolo Castellano

Sul piatto il tema dei risarcimenti alle vittime, le responsabilità  dei collaborazionisti polacchi  e i viaggi della Memoria:  un terreno di scontro con Israele

«Chi controlla il passato, controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato», così si legge nel romanzo 1984 di George Orwell. Come ben sappiamo, nelle ultime settimane si è scatenata una battaglia politica sulla Memoria della Shoah tra Israele e Polonia. Lo scorso agosto, il viceministro degli Esteri polacco, Pawel Jablonski, ha dichiarato che “i viaggi educativi da Israele alla Polonia non si svolgono in modo adeguato e sono condotti in un modo che a volte l’odio per la Polonia si insinua nella mente dei giovani”. Parole che sostengono la promessa di “rivedere tali visite” affinché le nuove generazioni si convincano del fatto che i polacchi sono vittime della Germania nazista allo stesso livello degli ebrei europei.

Non c’è nemmeno bisogno di sottolineare come e perché le frasi del governo polacco non siano piaciute allo Stato d’Israele. Tutto questo è accaduto a pochi giorni dall’approvazione della legge polacca sulla restituzione dei beni della Shoah. In risposta Yair Lapid, ministro degli Esteri israeliano, ha richiamato l’incaricato diplomatico a Varsavia definendo la legge approvata dalla Polonia come “antisemita e immorale” poiché di fatto vieta ogni restituzione o risarcimento dei beni ebraici confiscati dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale, bloccando così le prossime richieste degli ebrei che ne avrebbero diritto. Oltre ciò, nel 2018 i due Paesi si sono attaccati reciprocamente riguardo alla legge polacca che vieta di accusare la Polonia di complicità nella Shoah, minacciando seriamente la libertà di pensiero degli storici che indagano sul collaborazionismo e sulle persecuzioni antisemite polacche.

Queste e altre polemiche hanno prodotto interrogativi sulla condotta dell’attuale governo polacco su temi complessi e degni di approfondimento storico come gli episodi di antisemitismo tra la popolazione della Polonia.
E proprio agli storici è stata concessa la parola per discutere di Shoah e di Polonia, quest’ultima accusata dai media israeliani, associazioni ebraiche e altri intellettuali di riscrivere la storia della Seconda guerra mondiale per interessi legati al consenso politico. Infatti, ad agosto, il giornale The Algemeiner ha organizzato una tavola rotonda in cui ha riunito Elzbieta Janika, Jan Grabowski, Jan Gross e Irena Gross, quattro importanti studiosi che hanno pubblicato diverse ricerche sulla Shoah, per verificare se i sospetti sulla riscrittura polacca della storia, per costruire una narrativa vittimistica, siano fondati.

«C’è uno schema che vediamo in Polonia ogni volta che si parla di storia dell’Olocausto e la complicità di una parte della popolazione locale. C’è la reazione dei nazionalisti di destra, secondo cui gli ebrei stanno cercando di impadronirsi delle proprietà [polacche]. Questa viene presentata come espropriazione di beni polacchi e desta un grande scandalo», ha dichiarato Jan Gross, professore emerito di storia all’Università di Princeton e autore dell’opera pioneristica Neighbors, uno studio sul pogrom degli ebrei del luglio 1941 per mano dei polacchi nella città di Jedwabne. «Allo stesso tempo, il governo polacco chiede ai tedeschi la restituzione dei danni subiti durante l’occupazione nazista, che stimano intorno agli 850 miliardi di dollari. Quando viene sollevato questo problema, si sente dire che il numero dei polacchi uccisi è stato di sei milioni: quel numero non è una coincidenza. Tuttavia, il numero reale è inferiore a cinque milioni, e si arriva a questa cifra includendo i tre milioni di ebrei polacchi assassinati nell’Olocausto. Quindi il potenziale scandalo è che la comunità ebraica si senta derubata quando la Polonia chiede alla Germania un risarcimento per le proprietà ebraiche che sono state distrutte durante la guerra», ha sottolineato Gross.

I quattro esperti di Shoah hanno poi discusso sul ruolo dell’attuale governo polacco come custode dei siti storici della tragedia ebraica. «Stiamo assistendo a qualcosa senza precedenti, considerando le [vaste] risorse che lo Stato polacco sta riversando nella battaglia per la memoria storica… I sondaggi attuali mostrano che oltre la metà della popolazione polacca è convinta che Auschwitz sia stata principalmente un luogo di sofferenza polacca», ha affermato Jan Grabowski, professore di storia all’Università di Ottawa e autore del pluripremiato studio Hunt for the Jews: Betrayal and Murder in German-Occupied Poland.
Jan Gross ha inoltre commentato la legge polacca del 2018 che punisce coloro che attribuiscono le responsabilità dello sterminio ebraico alla popolazione polacca. «Questa campagna [di stato] contro la frase “campi di concentramento polacchi” è uno stratagemma per dire: “La Polonia ha ricevuto una brutta reputazione per il suo atteggiamento nei confronti degli ebrei durante la guerra”. Sappiamo tutti che non c’erano campi “polacchi”. Ma ciò che questa campagna intende concludere è che, in sostanza, i polacchi dovrebbero essere esentati da ogni tipo di responsabilità».

Insomma, gli storici riuniti non negano affatto che i campi di concentramento e di sterminio furono gestiti dai nazisti. Tuttavia, sottolineano che, non soltanto in Polonia ma anche in altri Paesi, i tedeschi trovarono attivi collaboratori tra la popolazione locale, ben felici di sradicare la presenza ebraica dal loro territorio.
Nascondere sotto il tappeto questi elementi significa appoggiare la tendenza delle nazioni soggiogate dai nazisti di rappresentarsi prima di tutto come vittime, offuscando la memoria dei loro cittadini ebrei perseguitati dal piano genocida nazista e da altre forme di antisemitismo.

Menu