La polizia di New York sgombera la Columbia occupata

Mondo

di Anna Balestrieri

“Non metteremo a rischio la sicurezza della nostra comunità né permetteremo un’ulteriore escalation”. È con una nota ufficiale pubblicata nella notte di martedì 30 aprile che la Columbia University ha dichiarato di “non aver avuto altra scelta” se non quella di far intervenire la polizia dopo che i manifestanti anti-israeliani avevano minacciato e costretto a lasciare l’edificio il personale di pubblica sicurezza per occupare, vandalizzare e bloccare l’accesso alla Hamilton Hall, il campus nel cuore di Manhattan.

 

Il caso della Columbia

Gli agenti del Dipartimento di Polizia di New York hanno arrestato circa 230 persone alla Columbia University martedì dopo che la polizia in tenuta antisommossa ha fatto breccia in un edificio del campus in cui si erano barricati manifestanti filo-palestinesi. Dozzine di arresti effettuati anche presso il City College di New York.

“La decisione di contattare la polizia di New York è stata una risposta alle azioni dei manifestanti, non alla causa che stanno difendendo”, si legge nel comunicato della Columbia. “Abbiamo chiarito che la vita del campus non può essere interrotta all’infinito dai manifestanti che violano le regole e la legge“.

L’operazione delle forze dell’ordine ha concluso due settimane di crescente tensione alla Columbia University, segnate da oltre 100 arresti il 18 aprile e da successive manifestazioni culminate con l’occupazione di Hamilton Hall. I manifestanti esprimono la loro opposizione alle azioni militari israeliane a Gaza effettuate  in risposta al pogrom del 7 ottobre che, secondo il ministero della Sanità guidato da Hamas, hanno provocato la morte di oltre 34.000 persone (cifre contestate da Israele e da organismi internazionali).

Il rettore Shafik ha spiegato che la decisione di coinvolgere la polizia è stata presa con il sostegno degli amministratori universitari dopo aver stabilito che l’occupazione dell’edificio, gli accampamenti e i disagi associati rappresentavano una minaccia significativa alla sicurezza pubblica, alle proprietà dell’università e alla vita del campus. La Columbia qualche ora prima dell’intervento della polizia aveva avvertito che qualsiasi studente che si fosse rifiutato di lasciare l’edificio occupato sarebbe stato espulso.

È stata richiesta la presenza della polizia nel campus almeno fino al 17 maggio per “mantenere l’ordine e impedire il ripristino degli accampamenti”. L’Università riprenderà le attività didattiche il 15 maggio.

Poco prima degli scontri, il sindaco di New York Eric Adams ha criticato le azioni dei manifestanti in un discorso ai media, insieme a Rebecca Weiner, vicecommissario per l’intelligence e l’antiterrorismo della polizia di New York. Adams ha anche espresso preoccupazione per l’influenza di “istigatori professionisti esterni” sulle proteste guidate dagli studenti e ha esortato gli studenti a disperdersi.

 

Il mondo ebraico alla Columbia

Gli studenti ed i docenti ebrei della Columbia University hanno espresso preoccupazione per la recente escalation nel campus, riferendo di sentirsi insicuri e sconvolti dalle proteste in corso, mettendo in dubbio la gestione della situazione da parte dell’università e temendo un peggioramento della situazione.

C’è chi non ha dimenticato la controversa visita dell’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad alla Columbia University nel 2007 in cui mise in dubbio la realtà storica dell’Olocausto. E chi ricorda il significato dei palmi delle mani dipinti di rosso, nuovo simbolo della protesta pro-pal che evoca le immagini del linciaggio di Ramallah, quando due riservisti israeliani entrarono per errore in territorio palestinesi e furono trucidati da una folla esultante.

 

I pro-pal in altre città d’America

L’incidente nel campus di New York è servito da catalizzatore per proteste in altri college negli Stati Uniti.

In California, la polizia in tenuta antisommossa è intervenuta nel campus dell’UCLA mercoledì primo maggio per arginare gli scontri tra manifestanti filo-palestinesi e filo-israeliani. I manifestanti filo-palestinesi hanno allestito un accampamento di tende e in seguito barricate per difendersi dai contro-manifestanti che cercavano di smantellarle, provocando scontri violenti con spintoni, calci e l’uso di sedie e bastoni. Le misure di sicurezza nel campus sono state rafforzate negli ultimi giorni su ordine del sindaco di Los Angeles Karen Bass in seguito alle segnalazioni di “alterchi fisici” tra i gruppi opposti di manifestanti.

 

I pro-pal in Europa

Le contestazioni pro-palestinesi non sono appannaggio esclusivo dei campus americani. L’Italia è stata testimone di episodi di violenza all’università La Sapienza di Roma e di appelli al boicottaggio di ogni collaborazione scientifica con le università israeliane a Torino, Milano, Palermo, Pisa, Bari e Napoli. Alla Sorbona studenti i collettivi studenteschi hanno allestito una tendopoli, evacuata lunedì 29 aprile dalle forze dell’ordine. Gli slogan nel campus parigino hanno avuto le note pacifiste della “liberazione di tutti gli ostaggi e pace per tutti” ma anche i toni di “Israele assassino, Sorbona complice”, accompagnato da richieste di interrompere ogni collaborazione esistente con le università di Tel Aviv e Gerusalemme, “complici”, secondo i comitati studenteschi, “del genocidio e della colonizzazione della Palestina.”

Occupazioni e blocco delle lezioni intanto anche a Strasburgo, Rennes e Saint-Étienne ed a Berlino.

Come fa notare Gregory Alegy nella sua analisi oggi sul Sole, le differenze tra le proteste del ’68 contro la guerra in Vietnam, evocate come precedente legittimo dai leader delle manifestazioni, ed le manifestazioni odierne non sono poche. In primis, il fatto che “oggi gli studenti chiedono di schierarsi con la più antioccidentale delle parti in lotta”. Non meno rilevante è il fatto che la violenza, verbale e no, nei confronti di studenti e professori di etnia ebraica nei campus americani, tradizionalmente di fede democratica, sia altissima.