Jerusalem Prize: Ian McEwan vince (e accetta!)

di Miriam Bendayan

Ian McEwan - Vincitore del Jerusalem Prize

Accettare di ritirare un premio letterario significa approvare in toto la politica dello Stato dove questo viene conferito? E Israele è uno di questi Stati?

L’assurda questione del boicottaggio allo stato ebraico si ripropone ogni anno nel mondo intellettuale in occasione dell’assegnazione del Jerusalem Prize, riconoscimento letterario biennale assegnato nel corso della Fiera Internazionale del Libro di Gerusalemme a scrittori il cui lavoro sia connesso con i temi della libertà dell’uomo, della società, della politica e del governo.

Fra i vincitori del passato, Bertrand Russell e Mario Vargas Llosa, Quest’anno il premiato è stato l’autore inglese Ian Mc Ewan con la seguente motivazione: “i suoi protagonisti combattono per dare libera espressione alle loro idee e poterle seguire pur vivendo in un ambiente economicamente e socialmente instabile. L’affetto mostrato per loro e il modo persuasivo in cui descrive le loro lotte ne fanno uno dei più importanti scrittori di questo tempo

E così si è subito scatenato il solito dibattito, le solite barricate, i soliti manichesimi: per un certo mondo intellettuale, si sa, accettare questo premio significa essere sempre e automaticamente nemici dei Palestinesi e “servi dello Stato sionista”. Guai a osare riceverlo con soddisfazione. Quando nel 2009 a vincere fu Haruki Murakami, si mobilitò addirittura il Palestine Forum per cercare di convincerlo a rifiutare.

Ma Ian Mc Ewan, così come il suo collega giapponese due anni fa, non ha badato a facili ideologizzazioni e velate minacce. E il 20 febbraio sarà a Gerusalemme per ricevere pubblicamente il prestigioso riconoscimento: “Penso che bisognerebbe sempre fare una distinzione fra la società civile e il suo governo. Qui si parla di letteratura. Vado alla Fiera del Libro di Gerusalemme, non al Ministero degli Esteri israeliano. Personalmente non sostengo né le colonie nei territori, né Hamas”.

Tutto questo a dispetto di chi, come Betty Hunter, direttrice della campagna di solidarietà per la Palestina, l’ha criticato perché “accettare questo premio significa in qualche modo dare il sostegno al governo israeliano alle sue politiche illegali d’espulsione del popolo palestinese”. McEwan ha dimostrato invece, quanto sia assurdo e discriminatorio il boicottaggio culturale che purtroppo tanti arcignamente reclamano.