Israele alla vigilia del voto dell’Onu sulla Palestina

Mondo

Mentre si attende per venerdì prossimo il voto all’Onu sul futuro della Palestina, cosa succede in Israele? Quale atmosfera si respira nel paese, in attesa di una decisione che, secondo i media, potrebbe cambiare non solo la vita di israeliani e palestinesi, ma la fisionomia dell’intera regione, dopo 60 anni e più di guerre e tensioni costanti?

Mentre la diplomazia israeliana e il primo ministro Benjamin Netanyahu sono già negli Stati Uniti, “il paese nel suo complesso sembra osservare quasi con distanza, persino con noncuranza, quel che accade agli alti vertici della diplomazia internazionale” ci racconta da Gerusalemme Avi Shalom. “Israele negli ultimi anni è cambiato, e molto. Il grado di ‘politicizzazione’, di esposizione e presa di posizione dei singoli rispetto alla politica, è decisamente calato: sempre meno bandiere in giro per le strade; e anche gli stickers con la stella di David che prima si vedevano su molte auto, sono quasi scomparsi”. Così, ci pare di capire, questa febbrile attesa del mondo sul riconoscimento o meno della Palestina come stato indipendente, la conta continua sui giornale dei paesi favorevoli o contrari, lascia gli israeliani piuttosto indifferenti, quasi rassegnati ad un destino che non sembrano più poter o voler o aver voglia di controllare.

“La gente, ci dice ancora Avi Shalom, sfoglia i giornali, guarda la televisione, segue gli eventi su internet, ma non va oltre questo. Le manifestazioni di piazza, come quelle che hanno tenuto banco sulle prime pagine dei giornali, israeliani e stranieri, per buona parte dell’estate, si fanno per altri problemi, per altre questioni che la gente percepisce come più urgenti nella vita di tutti i giorni”. Sul piano internazionale, in questo momento, ci spiega Avi Shalom, gli israeliani sono molto più preoccupati per la tensione crescente con la Turchia, che non per il futuro della Palestina.

Certo, se ci sposta nelle aree più calde, nelle colonie della Cisgiordania, il clima cambia. Lì la tensione è più alta, e il timore di scontri e disordini piuttosto diffuso. Ciononostante i coloni israeliani, ci spiega ancora Avi Shalom, affrontano la situazione con un certo ostentato “aplomb”. La preparazione e la mobilitazione delle forze dell’ordine e della polizia in previsione di scontri, è in corso almeno da diverso tempo e la gente da questo punto di vista è preparata anche psicologicamente ad affrontare la situazione.

Quanto agli arabi israeliani, ci si attendono da parte loro, manifestazioni di piazza specie per quelli che vivono al confine con la Siria, molto simili a quelle che già si sono verificate lo scorso maggio.
Diversa invece, più complicata e con molte più incognite, la reazione che potrebbe prodursi nella zona ai confini con l’Egitto. Gli israeliani sono preparati a nuovi attentati, simili a quello dello scorso agosto, a seguito del quale non solo sono morte una decina di persone, ma anche i rapporti con l’Egitto si sono bruscamente irrigiditi.

Al di là di questo, il confine con l’Egitto, Gaza specialmente, è ormai da tempo non solo un centro del terrorismo islamico, ma anche un territorio ingestibile e ingovernabile dalla stessa ANP. Prova ne sia il fatto che lo stesso Abu Mazen, colui che potrebbe diventare il presidente del futuro stato palestinese, non mette piede a Gaza dal 2007, feudo incontestato di Hamas.
In questo senso,  fanno piuttosto sorridere le dichiarazioni allarmate dei giorni scorsi, sull’impossibilità del riconoscimento del diritto agli ebrei di risiedere nel futuro stato di Palestina. Hamas è un movimento non solo dichiaratamente anti-israeliano, non solo anti-sionista, ma esplicitamente anti-semita. Dove sta dunque la sorpresa?
Più che dei diritti negati agli israeliani, la comunità internazionale, giornali inclusi, dovrebbe preoccuparsi del fatto che Palestina, si o no,  così come è ora, per metà sotto il pieno controllo di Hamas, non può dare alcuna garanzia non solo o non tanto sulla ripresa dei negoziati di pace, quanto piuttosto sulla loro reale efficacia.
E’ forse per via di questa “consapevolezza” sullo stato effettivo delle cose, che gli israeliani appaiono in questi giorni di vigilia, più tranquilli del resto del mondo.

Menu