Da sinistra, Naftali Bennett e Al-Sisi

L’incontro tra Bennett e Al-Sisi ha smarcato il nuovo corso delle relazioni tra Israele ed Egitto  

Mondo

di Francesco Paolo La Bionda
Lo scorso 13 settembre, il Primo Ministro israeliano Bennett si è recato in Egitto per un incontro con il Presidente egiziano Al-Sisi, nella prima visita ufficiale di un capo dello stato ebraico nel paese arabo da oltre un decennio.

L’ultimo precedente risaliva al 2010, prima che le Primavere arabe sconvolgessero il Medio Oriente, quando l’allora presidente egiziano Mubarak ospitò per un vertice Netanyahu a inizio premierato, l’ancora oggi leader palestinese Abbas e Hillary Clinton, al tempo Segretario di Stato americano. 

Bennett e Al-Sisi hanno inaugurato il nuovo capitolo delle relazioni tra i due paesi a Sharm el-Sheikh, dove per motivi di sicurezza le autorità egiziane preferiscono tenere tutti gli incontri diplomatici. I due si sono fatti immortalare dai fotografi seduti uno accanto all’altro sotto le rispettive bandiere nazionali e il colloquio è stato incentrato sulla sicurezza regionale, a partire dalla gestione di Gaza, e sulla cooperazione bilaterale.

Il Cairo negli ultimi mesi ha pubblicizzato il proprio ruolo di mediatore tra Israele e Hamas, che pur classifica come organizzazione terrorista, e dopo il conflitto di questa primavera tra lo stato ebraico e gli islamisti ha promesso un sostanzioso aiuto di 500 milioni di dollari per la ricostruzione della Striscia, finalizzato anche a far riconciliare le diverse fazioni palestinesi. 

Se quest’ultimo proposito lo vede in opposizione alla volontà del premier israeliano, il primo è invece allineato con la strategia di Bennett, che alcune settimane fa ha proposto un contributo israeliano al ripristino delle infrastrutture di Gaza se dall’enclave palestinese le armi continueranno a tacere.

Gli obiettivi dell’Egitto 

Secondo i commentatori, l’interesse egiziano per giocare un ruolo da protagonista nel tentativo di risoluzione del conflitto tra le due parti è mossa anche da un duplice fine di politica internazionale. In primo luogo, Il Cairo è preoccupato di venire scalzato dal proprio ruolo di interlocutore privilegiato di Israele per il mondo arabo a seguito degli Accordi di Abramo. Poiché gli Emirati Arabi Uniti restano uno dei grandi finanziatori del governo egiziano, quest’ultimo deve tuttavia adottare un approccio morbido, attraverso una cooperazione intensificata con Israele, per controbilanciare la normalizzazione delle relazioni israelo-emiratine. 

Il Cairo inoltre, mostrandosi ben disposto con Gerusalemme, vuole ingraziarsi l’amministrazione americana guidata da Joe Biden, ben più critico del suo predecessore verso le indiscutibili gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dagli uomini di Al-Sisi e il cui interesse verso gli alleati mediorientali, quali quello egiziano, è calante in virtù del focus sullo scontro tra America e Cina nell’Indo-Pacifico.

Iran e Turchia, avversari comuni

La fiducia reciproca tra governo israeliano e controparte egiziana è comunque cresciuta in modo sincero nel corso dell’ultimo decennio. Israele ha accolto con favore nel 2013 la deposizione da parte di Al-Sisi del suo predecessore Morsi, appartenente ai Fratelli Musulmani a cui è legata Hamas, mentre l’egiziano ha apprezzato il sostegno continuato nel corso degli anni a fronte dell’opposizione al suo mandato di molti paesi sia musulmani sia occidentali. 

Nel rinnovato scacchiere regionale inoltre sia Egitto sia Israele si trovano oggi ad avere un nemico e un avversario comuni. Il primo è l’Iran, elemento destabilizzante la cui influenza è cresciuta in modo preoccupante negli anni grazie alle milizie dislocate in Iraq e in Siria, oltreché all’alleanza storica con gli Hezbollah libanesi.  Il secondo è la Turchia, che sotto l’influenza panislamista del suo presidente Erdoğan si scontra con Israele sulla questione palestinese e con l’Egitto su quella libica. Ankara lo scorso anno ha infatti offerto un sostegno decisivo per la vittoria, tramite accordo di pace, del governo libico guidato da Al-Sarraj contro quello del generale Haftar, sostenuto dal Cairo. 

Un’influenza del modello tracciato dagli Accordi di Abramo è riscontrabile anche nel nuovo interesse di Israele ed Egitto per la cooperazione economica, relegata in secondo piano dalla pace “fredda” dei decenni precedenti. Tra gli sviluppi più significativi degli ultimi tempi: l’accordo pluriennale da 15 miliardi di dollari in base al quale dallo scorso anno il gas naturale israeliano viene importato nei terminali egiziani per essere ri-esportato verso l’Europa; la riapertura del valico di Taba ai turisti israeliani e l’avvio, previsto per ottobre, di linea di voli diretti tra Il Cairo e Tel Aviv; la decisione di ampliare la Qualifying Industrial Zone (QIZ) in Egitto (si tratta di aree industriali speciali presenti anche in Giordania, legate ad accordi tariffari agevolati con Israele).

Alcune ombre

Restano naturalmente alcune incognite che gravano sul rapporto tra i due paesi. Israele resta nettamente impopolare presso l’opinione pubblica egiziana, nella quale è largamente diffuso e accettato anche l’antisemitismo; solo l’efficacia degli apparati governativi nello stroncare dissenso e opposizione mantiene per ora sedato il malcontento per i rapporti con lo stato ebraico. Sul versante israeliano, il governo capeggiato da Bennett guida una maggioranza risicata ed è inoltre frutto dell’accordo con Yair Lapid, che si avvicenderà nel ruolo di premier tra due anni e la cui visione geopolitica non è del tutto coincidente con quella del collega.

Al netto di questi fattori, resta però indubbio che le relazioni tra Israele ed Egitto abbiano raggiunto un punto di svolta radicale, che qualsiasi sviluppo futuro non potrà riportare nel passato.

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