Udi Evental (IDC Herzliya): “Con l’Iran non basta la sola forza militare“

Israele

di Francesco Paolo La Bionda
“Mettersi contro la ripartenza dei colloqui sul nucleare iraniano e osteggiare gli americani ci farà rimanere isolati e trasformerà il nucleare iraniano in un problema solo israeliano, invece che internazionale”: è l’opinione di Udi Evental, ricercatore esperto dell’Institute for Policy & Strategy (IPS) dell’università israeliana IDC Herzliya.

La conoscenza strategica del Medio Oriente di Evental non deriva solo dalla sua esperienza accademica. Ha servito per un quarto di secolo nelle IDF, col grado ultimo di Colonnello, e nel corso della sua carriera militare ha ricoperto anche posizioni sensibili. È stato, tra le altre, capo dell’Unità di pianificazione strategica dell’Ufficio politico-militare del Ministero della Difesa e consulente per l’intelligence del segretario militare del Primo Ministro e addetto militare negli Stati Uniti.

I rischi dell’approccio unilaterale di Netanyahu

In una lunga intervista audio rilasciata a Ben Caspit per Al-Monitor, Evental ha messo in guardia dall’approccio unilaterale, sia interno sia esterno, messo in campo da Netanyahu in politica estera. A partire dall’opposizione alla decisione dell’amministrazione Biden di riprendere i colloqui con l’Iran sul nucleare “Questa politica non è il risultato però di un corretto processo decisionale interno a Israele. La crisi politica degli ultimi due anni ha fatto sì che non venissero sottoposte le diverse opzioni al giudizio del Governo, né che di discutesse delle rispettive conseguenze. Dovrebbe esserci un metro di giudizio strategico rispetto alla politica dell’amministrazione Biden, ma non c’è stato dibattito in merito”.

Non si è trattato di un caso isolato, secondo l’analista, e le conseguenze potrebbero essere serie per Israele: “Lo stesso è accaduto col silenzio sulla vendita degli F35 agli Emirati da parte degli Stati Uniti e con gli screzi con la Giordania, che è un nostro partner strategico. Questa è una tendenza problematica, e scontrarsi ora con l’amministrazione Biden sul JPCOA avrà un costo: potrà influenzare negativamente le relazioni bilaterali nonostante nei momenti di crisi Israele abbia bisogno del supporto americano su tutti i fronti. Dalla recente inchiesta della Corte penale internazionale contro Israele alle minacce militari regionali al rafforzamento del processo di normalizzazione con i paesi arabi”.

Gli Stati Uniti non si lasceranno convincere a chiudere il dialogo con l’Iran

Secondo Evental poi gli sforzi di Netanyahu per dissuadere gli americani da un ritorno al JPCOA, l’accordo sul nucleare iraniano da cui Trump li aveva sfilati, non daranno in ogni caso frutto: “Non riusciremo a influenzare la decisione americana di tornare a JPCOA, nonostante i disaccordi interni all’amministrazione statunitense. La decisione è stata presa ed è adamantina, faranno un passo in avanti e ammorbidiranno le proprie posizioni come la prima volta, e non riusciremo a far cambiare loro piano. Non solo perché l’amministrazione è in mano agli architetti del primo accordo, ma soprattutto perché gli Stati Uniti hanno preso questa decisione sulla base dei propri interessi strategici.  L’Iran non è una delle priorità principali dell’amministrazione Biden: come ha detto il consigliere per la sicurezza Sullivan, vogliono chiudere la questione e concentrarsi su priorità più gravi e urgenti”.

L’interesse per un nuovo accordo è peraltro comune a entrambe le parti, seppur per motivi diversi: “Biden vuole concentrarsi sui problemi strategici, a partire dalla Cina, con cui vede come un conflitto epocale per determinare l’ordine mondiale. Quindi vogliono accantonare l’Iran e focalizzarsi sull’Asia. Gli iraniani desiderano ardentemente la fine delle sanzioni: anche se ci sono timidi segnali di ripresa dell’economia iraniana non contano molto, e sono intanto alle prese con una nuova e devastante ondata pandemica”.

Un’escalation controllata può rapidamente sfuggire di mano

La guerra nascosta tra Israele e Iran, che di recente ha dominato la stampa dopo la rivelazione di sospetti reciproci affondamenti di navi cargo, è un altro fattore di rischio non indifferente nella valutazione strategica di Evental. “Sia Israele sia l’Iran non vogliono arrivare a un’escalation totale e ciascuna delle due parti sa che l’altra non si spingerà fino al limite. Questa è una ricetta perfetta per commettere errori di valutazione, perché entrambi sono disposti a correre dei rischi e la situazione può sfuggire di mano molto facilmente, anche se nessuna delle due parti lo vuole”.

Riguardo alla strategia iraniana, l’ex colonnello israeliano rileva che “gli iraniani sono disposti a correre ampi rischi, ma un conflitto diretto e aperto non rientra nel loro modus operandi. Hanno i loro proxy nella regione e sanno come operare tramite negazione plausibile. È difficile che lascino le loro impronte digitali, per così dire. Dimostrano però di essere già disposti a correre ampi rischi: mentre negoziavano per il nuovo accordo a Vienna, hanno aumentato il numero di attacchi contro l’Arabia Saudita, Israele e le forze americane in Iraq”.

La soluzione non può essere solo militare 

“La guerra sotterranea non è una soluzione magica”, spiega quindi Evental. “È solo uno degli strumenti a disposizione nella campagna israeliana contro il nucleare iraniano, che si compone anche di altre opzioni politiche, militari ed economiche. Comprese le operazioni ufficiose. Tutti questi elementi dovrebbero lavorare in sincrono per ottenere l’effetto desiderato”.

Lo studioso traccia poi un bilancio di quanto fatto finora in tal senso: “Abbiamo ottenuto molti risultati nel ritardare il programma nucleare iraniano: i due principali sono stati convincere la comunità internazionale che il nucleare iraniano abbia fini ultimi militari, non civili. L’archivio che fu rubato da Teheran è stata la prova definitiva per persuadere il mondo. Abbiamo anche avuto successo nel trasformare il problema del nucleare iraniano in un problema internazionale. Dall’altra parte se guardiamo agli ultimi vent’anni ci accorgiamo di un trend negativo: nel 2003 l’Iran aveva fermato il programma e non aveva capacità di arricchire l’uranio, oggi invece hanno un programma di arricchimento solido e legittimato internazionalmente”.

Sperare in un cambio di regime e nella cacciata degli ayatollah non sarà però la risoluzione del problema. “Non credo che provare a cambiare il regime sia una strategia efficace. Quando il regime capirà che la comunità internazionale vuole rovesciarlo, rafforzerà la sua determinazione a ottenere la bomba. Non si può poi prevedere quando potrebbe accadere il rovesciamento, è un regime stabile e capace di opprimere le opposizioni. Quando si guarda alla storia regionale, è chiaro che le conseguenze sono imprevedibili. In Iran potrebbe instaurarsi un regime ancora più radicale”.

La bomba iraniana è più vicina, ma si può ancora prendere tempo

Il ritiro dal JPCOA, voluto da Trump, e il ritorno allo stesso, a cui aspira Biden, hanno entrambi sia lati positivi sia negativi: “Da un lato, prima che Trump si ritirasse dal JPCOA nel 2018 gli iraniani ci avrebbero messo un anno a realizzare la bomba, mentre ora basteranno loro tre o quattro mesi. Dall’altro le sanzioni costituivano una leva molto forte e che ne riduceva la capacità di intervenire nella regione mediorientale tramite i suoi proxy”.

Evental non però del tutto pessimista riguardo alle possibilità di contenere la minaccia dell’atomica iraniana. “Se Biden torna all’accordo, tra sei o sette anni dovremo fare di nuovo i conti col problema del nucleare iraniano, che avrà legittimità internazionale. La buona notizia però è che avremo tempo per prepararci a questa nuova realtà. Un attacco militare israeliano non sarebbe quindi utile ora: nel migliore dei casi ci farebbe guadagnare non più di cinque anni, e pagheremmo un prezzo molto maggiore”.

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