Il Nobel per la pace a Navi Pillay, la giurista che ha accusato Israele di genocidio a Gaza

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di Anna Balestrieri

Il Nobel per la pace 2026 è stato assegnato a Navi Pillay, giurista sudafricana di 85 anni, per il suo impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale. Una scelta che premia una carriera ai vertici della giustizia internazionale, ma che assume un significato particolarmente controverso per il suo ruolo alla guida della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati e su Israele, autrice di alcune delle accuse più gravi formulate contro lo Stato ebraico durante la guerra a Gaza.

Il Comitato norvegese ha motivato la decisione sottolineando il contributo di Pillay al rafforzamento delle istituzioni internazionali e alla ricerca di strumenti giuridici per risolvere i conflitti senza ricorrere alla violenza. In un momento in cui il sistema multilaterale è sottoposto a crescenti pressioni, il premio vuole ribadire l’importanza del diritto internazionale come argine all’uso della forza.

Ma proprio il rapporto tra diritto internazionale e conflitto mediorientale rende questa assegnazione destinata a suscitare reazioni politiche molto forti. La figura di Pillay è infatti strettamente legata alle indagini dell’Onu sulle operazioni militari israeliane e alle conclusioni che hanno portato la commissione da lei presieduta ad accusare Israele di aver commesso un genocidio nella Striscia di Gaza.

Dalla lotta all’apartheid ai tribunali internazionali

Nata nel 1941 a Durban, in Sudafrica, da una famiglia di origine indiana, Navanethem Pillay ha costruito la propria carriera giuridica durante gli anni dell’apartheid. Avvocata impegnata nella difesa dei diritti umani, ha rappresentato anche attivisti perseguitati dal regime segregazionista, tra cui Nelson Mandela e altri oppositori politici. È stata la prima donna non bianca a esercitare la professione di giudice presso l’Alta Corte del Sudafrica.

Dopo la fine dell’apartheid, il suo percorso l’ha portata sulla scena giudiziaria internazionale. Ha lavorato presso il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, istituito per perseguire i responsabili del genocidio del 1994, ed è stata giudice della Corte penale internazionale. Dal 2008 al 2014 ha ricoperto inoltre l’incarico di Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Il Nobel riconosce dunque una carriera che ha attraversato alcuni dei principali tentativi della comunità internazionale di perseguire i crimini più gravi e di affermare la responsabilità individuale davanti alla legge. È anche un riconoscimento del ruolo delle istituzioni multilaterali, oggi contestate da governi che ne denunciano l’inefficacia o l’applicazione selettiva.

La commissione su Gaza e le accuse contro Israele

È tuttavia soprattutto la sua attività più recente a collocare Pillay al centro del dibattito sul Medio Oriente. La giurista ha presieduto la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e su Israele.

Nel giugno 2024, la commissione ha pubblicato le conclusioni di un’indagine sugli attacchi del 7 ottobre 2023 e sulle successive operazioni militari israeliane a Gaza. Il rapporto ha attribuito a Hamas e ad altri gruppi armati palestinesi la responsabilità di crimini di guerra commessi durante gli attacchi in Israele, compresa la presa di ostaggi. Allo stesso tempo, ha accusato le autorità israeliane di crimini di guerra e crimini contro l’umanità nella Striscia di Gaza.

Le conclusioni hanno riguardato, tra l’altro, le uccisioni di civili, il trasferimento forzato della popolazione, la tortura e l’impiego della fame come metodo di guerra. Pillay ha sostenuto che tutte le violazioni dovessero essere investigate e che i responsabili fossero chiamati a risponderne davanti alla giustizia.

La posizione della commissione è diventata ancora più netta nel settembre 2025, quando il gruppo di esperti guidato da Pillay ha concluso che Israele aveva commesso un genocidio a Gaza, individuando quattro delle cinque categorie di atti previste dalla Convenzione sul genocidio e sostenendo che fosse presente l’intento specifico di distruggere i palestinesi della Striscia in quanto gruppo. Il rapporto ha inoltre attribuito responsabilità ai vertici politici israeliani.

È importante precisare che si tratta delle conclusioni di una commissione d’inchiesta, non di una sentenza definitiva di un tribunale internazionale. Israele ha respinto con forza le accuse, definendo il rapporto distorto e falso e contestando l’imparzialità dell’organismo investigativo e del sistema del Consiglio per i diritti umani dell’Onu. La commissione, dal canto suo, ha sostenuto le proprie conclusioni sulla base delle indagini e dell’analisi giuridica condotte.

Un Nobel che è anche un messaggio politico

Il premio a Pillay non può essere interpretato soltanto come il riconoscimento di una lunga carriera professionale. La scelta del Comitato norvegese arriva in un contesto nel quale la Corte penale internazionale, le Nazioni Unite e altri organismi multilaterali sono al centro di un confronto sempre più acceso con governi che ne contestano le decisioni e l’autorità.

Il riferimento alla necessità di rafforzare il diritto internazionale assume quindi una portata che va oltre la biografia della vincitrice. Il Nobel afferma che la giustizia internazionale deve continuare a operare anche quando le sue indagini coinvolgono Stati potenti o alleati dei principali attori geopolitici.

Per Israele, tuttavia, il riconoscimento di una figura che ha guidato una commissione autrice di accuse tanto gravi rischia di apparire come una legittimazione politica di quelle conclusioni. Per i sostenitori di Pillay, al contrario, il premio rappresenta un sostegno alla possibilità di indagare sulle violazioni del diritto umanitario senza che la pressione politica impedisca l’accertamento delle responsabilità.

Il nodo resta quello della credibilità e dell’universalità del diritto internazionale: se le sue istituzioni debbano essere difese anche quando le loro conclusioni sono contestate, e come garantire che l’obbligo di rendere conto delle proprie azioni sia applicato con gli stessi criteri a tutti gli attori di un conflitto.

Con l’assegnazione del Nobel per la pace a Navi Pillay, il Comitato norvegese ha scelto di schierarsi a favore del ruolo delle istituzioni giuridiche internazionali. Ma, nel caso mediorientale, questa scelta non chiude la controversia: la porta direttamente al centro del dibattito.