di Anna Balestrieri
Gli autori definiscono l’accusa di genocidio una nuova «blood libel», una «calunnia di sangue», e invitano gli ebrei a respingerla collettivamente. L’iniziativa, lanciata all’inizio di settembre dalla Creative Community for Peace, era partita con oltre 5.000 adesioni e ha successivamente superato quota 6.000.
Tra i firmatari figurano nomi di grande rilievo internazionale: lo psicologo di Harvard Steven Pinker, gli storici Niall Ferguson, Benny Morris e Simon Sebag Montefiore, la storica dell’Olocausto Deborah Lipstadt, già inviata speciale degli Stati Uniti per il contrasto all’antisemitismo, Dina Porat, ex capo storico di Yad Vashem, e Judea Pearl dell’UCLA. Sul fronte giuridico compaiono, tra gli altri, l’ex ministro canadese della Giustizia Irwin Cotler, il professor Eugene Kontorovich e Jeffrey Mausner, già procuratore del Dipartimento di Giustizia statunitense. Tra le personalità politiche c’è anche l’ex premier britannico Boris Johnson.
«Il genocidio è una menzogna»
La lettera usa un linguaggio volutamente duro. Gli autori definiscono l’accusa di genocidio una nuova «blood libel», una «calunnia di sangue», e invitano gli ebrei a respingerla collettivamente.
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Allo stesso tempo, il testo precisa che all’interno della comunità ebraica esiste un legittimo dibattito sul modo in cui la guerra è stata condotta e riconosce il dolore provocato dalla morte dei civili.
Il cuore dell’argomentazione è però giuridico. Secondo i firmatari, il termine genocidio non può essere utilizzato semplicemente come sinonimo di una guerra particolarmente distruttiva o di un numero elevato di vittime civili. La Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 definisce infatti il genocidio come determinati atti — tra cui l’uccisione o il grave danno fisico o mentale — commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale. È questo elemento intenzionale, il cosiddetto dolus specialis, a distinguere giuridicamente il genocidio da altri crimini internazionali.
Ed è proprio sull’intenzione che si concentra la lettera: secondo i firmatari, le operazioni israeliane a Gaza non dimostrerebbero l’esistenza di un progetto finalizzato alla distruzione del popolo palestinese.
Tonnellate di cibo, evacuazioni e guerra urbana
Gli autori portano a sostegno della propria tesi diversi elementi relativi alla conduzione della guerra. Citano le dimensioni della rete di tunnel di Hamas, le abitazioni minate, le difficoltà della guerra urbana e le operazioni di evacuazione e di avvertimento alla popolazione civile prima di determinati attacchi.
La lettera richiama inoltre il rapporto tra vittime civili e combattenti. Utilizzando il bilancio del ministero della Sanità di Gaza e una stima dell’Institute for National Security Studies sui combattenti di Hamas uccisi, i firmatari calcolano un rapporto di circa due civili per ogni combattente. Si tratta tuttavia di una stima costruita a partire da fonti e metodologie diverse, non di un dato indipendentemente verificato e definitivo.
Gli autori contestano inoltre le descrizioni della situazione alimentare a Gaza come prova di una politica deliberatamente finalizzata alla distruzione della popolazione. Citano gli aiuti umanitari entrati nella Striscia e le misure adottate dall’esercito israeliano per avvertire i civili prima di alcune operazioni.
Il nodo che la lettera non può chiudere
La pubblicazione della lettera arriva mentre l’accusa di genocidio continua a essere oggetto di un procedimento davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia, avviato dal Sudafrica contro Israele nel dicembre 2023.
È importante distinguere i diversi livelli della vicenda. Nel gennaio 2024 la Corte non stabilì che Israele avesse commesso un genocidio: nella fase preliminare, stabilì di avere prima facie giurisdizione e ritenne plausibili alcuni dei diritti invocati dal Sudafrica ai fini dell’adozione di misure provvisorie. Ordinò a Israele di adottare misure per prevenire atti rientranti nella Convenzione sul genocidio e per consentire l’assistenza umanitaria alla popolazione di Gaza. Il procedimento sul merito è distinto dalle misure provvisorie.
In altre parole, né l’accusa di genocidio né la sua confutazione contenuta nella lettera equivalgono a una sentenza definitiva della Corte dell’Aia. La questione giuridica centrale rimane quella dell’intenzione specifica richiesta dalla Convenzione.
Una firma, però, non è una sentenza
La lista dei firmatari ha un peso soprattutto sul piano pubblico e culturale. La presenza di studiosi come Pinker, Ferguson, Morris, Lipstadt e Porat, insieme a giuristi e figure politiche di primo piano, mostra quanto profondo sia il dibattito all’interno degli ambienti accademici, ebraici e filo-israeliani sulla definizione della guerra di Gaza.
Ma una lista di 6.000 firme non costituisce un consenso scientifico o giuridico sull’interpretazione degli eventi. I firmatari sottoscrivono una posizione comune; non rappresentano necessariamente le istituzioni alle quali sono affiliati. La stessa Creative Community for Peace specifica che le persone firmano a titolo individuale e non per conto delle università, organizzazioni o società con cui sono associate.
La lettera è stata infatti promossa dalla Creative Community for Peace, organizzazione statunitense impegnata nel contrasto all’antisemitismo e ai boicottaggi contro Israele nel settore culturale. Il suo stesso profilo istituzionale colloca dunque l’iniziativa all’interno di un preciso ambiente della società civile pro-israeliana.
«Una guerra, non un genocidio»
La questione rimane quindi ancorata a una distinzione fondamentale: una guerra può comportare enormi perdite civili, distruzione e possibili violazioni del diritto internazionale senza che, per questo solo fatto, sia giuridicamente dimostrato il crimine di genocidio.
Le Nazioni Unite sottolineano che il genocidio richiede la prova dell’intento specifico di distruggere un gruppo protetto, mentre altri comportamenti possono configurare crimini di guerra o crimini contro l’umanità, che sono categorie giuridiche distinte.
È precisamente su questa distinzione che i promotori della lettera hanno costruito la loro iniziativa. Il loro messaggio è che chiamare “genocidio” la guerra di Gaza significa trasformare una categoria giuridica estremamente specifica in una definizione politica generale della condotta israeliana.
La controversia, tuttavia, non si esaurisce con le 6.000 firme. La parola genocidio continuerà a essere al centro del confronto politico, accademico e giudiziario finché non saranno definitivamente chiarite, nelle sedi competenti, le responsabilità e l’intenzione alla base delle condotte contestate.


