I dati del ministero della Sanità di Gaza riaprono il caso della mortalità nel 2025: cosa dicono davvero i numeri

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di Anna Balestrieri
Un nuovo rapporto del Ministero della Sanità palestinese sul bilancio delle morti nella Striscia di Gaza nel 2025 sta alimentando un acceso confronto sulla lettura dei dati utilizzati negli ultimi anni per descrivere le conseguenze della guerra. Il rapporto registra 24.650 decessi complessivi nel 2025 e, per la prima volta dall’inizio della guerra, distingue le morti legate alle operazioni belliche da quelle dovute a cause non violente.

Il dato più rilevante riguarda le cause di morte: 17.286 decessi, pari al 70,1% del totale, sono stati classificati dal ministero come conseguenza di «attacchi diretti». Altri 1.584 decessi sono stati attribuiti ad altri incidenti e incidenti stradali. Complessivamente, operazioni di guerra e incidenti rappresentano il 76,5% circa delle morti registrate.

Il confronto con gli anni precedenti

Il rapporto consente anche un confronto con la situazione precedente alla guerra. Secondo l’analisi dei dati, nella Striscia tra il 2015 e il 2022 si registravano normalmente fra circa 4.800 e 7.100 decessi l’anno, mentre nel 2025 il numero è arrivato a 24.650. È dunque scorretto sostenere che i dati mostrino semplicemente una mortalità complessiva “normale”: il numero totale dei decessi è stato enormemente superiore ai livelli prebellici, proprio a causa delle morti provocate dalla guerra.

La questione sollevata dall’articolo del Western Journal è però più circoscritta: tra i 24.650 decessi, 5.780 — il 23,4% — risultano classificati come morti non violente, mentre la grande maggioranza è direttamente collegata alla violenza o alle operazioni belliche. Il dato può quindi essere utilizzato per discutere l’eventuale “mortalità indiretta” della guerra, ma non per sostenere che a Gaza non vi sia stata una mortalità in eccesso.

Il dato demografico più sorprendente

È la distribuzione per età a rappresentare uno degli elementi più interessanti del rapporto. Nel 2022 gli over 65 costituivano oltre la metà dei decessi registrati; nel 2025 il quadro è radicalmente cambiato.

La fascia 20-34 anni rappresenta il 28,8% di tutte le morti del 2025, contro appena il 4,3% nel 2022. Anche la quota degli under 20 è aumentata, passando dal 17,4% al 28%.

Il rapporto evidenzia inoltre che il 73,4% dei deceduti nel 2025 era di sesso maschile. La concentrazione delle morti tra uomini giovani costituisce certamente un elemento demografico significativo, ma non permette da sola di stabilire quanti dei morti fossero combattenti di Hamas o di altre organizzazioni armate: il registro delle vittime del ministero non fornisce infatti una classificazione sistematica tra civili e combattenti.

E la mortalità non violenta?

È su questo punto che l’articolo del Western Journal costruisce la propria tesi. I 5.780 decessi classificati come non violenti sono effettivamente molto vicini, in valore assoluto, ai livelli annuali osservati prima della guerra. Il dato mette quindi in discussione l’idea che nel 2025 si sia verificata una gigantesca ondata di morti indirette dovute esclusivamente a fame, malattie o collasso del sistema sanitario.

Ma anche qui è necessaria cautela. Il rapporto stesso segnala un peggioramento di alcuni indicatori sanitari: la mortalità sotto i cinque anni è salita a 33,4 per mille nati vivi, contro 13,6 nel 2022, mentre la mortalità infantile e quella perinatale hanno registrato un aumento.

Pertanto, i numeri non dimostrano né l’assenza di conseguenze sanitarie della guerra né, al contrario, un preciso numero di morti indirette causate dalla fame o dal collasso sanitario. Dimostrano invece che la componente predominante della mortalità registrata nel 2025 è stata quella direttamente associata alla guerra.

Un rapporto che complica, più che chiudere, la guerra dei numeri

Il valore del nuovo documento è dunque soprattutto quello di fornire una fotografia più articolata della mortalità a Gaza. Per la prima volta dopo l’inizio della guerra, il dato complessivo viene scomposto in cause violente e non violente, offrendo un elemento di confronto che prima mancava.

I numeri mostrano contemporaneamente due realtà: da una parte, una mortalità complessiva enormemente superiore a quella degli anni precedenti, con oltre 17.000 morti attribuiti direttamente alle operazioni belliche; dall’altra, una quota di mortalità non violenta che, almeno nei dati ufficialmente registrati per il 2025, non appare proporzionalmente esplosa rispetto agli anni precedenti.

È quindi un rapporto importante, ma non una prova definitiva né a favore né contro una qualificazione giuridica del conflitto come genocidio. La vera novità è che i dati del ministero permettono finalmente di separare categorie di morte che per anni erano state presentate prevalentemente attraverso un unico bilancio cumulativo.