di Davide Servi
Domenica 24 maggio, nella sede della Scuola Ebraica di Milano, si è tenuta la conferenza Il nuovo Medio Oriente, con Lion Udler, analista israeliano ed ex comandante in un’unità speciale antiterrorismo, e il Prof. Pejman Abdolmohammadi, docente di Relazioni Internazionali del Medio Oriente all’Università di Trento e Visiting Professor a Berkeley. A moderare la serata, il giornalista Paolo Salom.
C’è qualcosa di simbolicamente potente nell’idea di mettere seduti allo stesso tavolo un esperto israeliano di intelligence e un accademico di origini iraniane: non è una provocazione, né uno show televisivo, ma un dialogo pensato per offrire strumenti di lettura su una regione che torna ciclicamente al centro degli equilibri globali, e che oggi, forse più che mai, sembra attraversare una fase di radicale ridefinizione.
Il nodo iraniano: l’accordo che non c’è
Il punto di partenza è l’attualità: si parla di negoziati tra Stati Uniti e Iran, di possibili accordi, di de-escalation. Salom introduce il tema con cautela. Udler taglia corto: “Non c’è un accordo, c’è in questo momento una bozza che anche mentre stiamo parlando viene cambiata e ricambiata”. Il regime iraniano, secondo lui, è troppo ideologicamente radicato per firmare qualcosa che vada a vantaggio di Israele o degli Stati Uniti. E comunque, sostiene, il tempo gioca a favore di americani e israeliani: il blocco navale sta impedendo all’Iran di vendere petrolio alla Cina, che avrebbe riserve per pochi mesi. La valutazione militare che offre è senza mezzi termini: l’Iran sarebbe stato distrutto militarmente all’ottanta per cento, la sua industria al novanta. Le minacce di Teheran, a suo dire, sarebbero oggi pura propaganda.
Abdolmohammadi inquadra il problema su un piano più strutturale. Un vero “Nuovo Medio Oriente”, sostiene, non è possibile finché la Repubblica Islamica rimarrà in piedi. Quello che servirebbe, nella sua visione, non è solo il consolidamento degli Accordi di Abramo ma quello che lui chiama “l’integrazione con gli Accordi di Ciro”: il ripristino di un’alleanza tra il mondo persiano e quello israeliano, storicamente alleati prima del 1979. “Fin quando non ci sarà un ritorno dell’alleanza tra il mondo israeliano e il mondo persiano, non sarà possibile avere il nuovo Medio Oriente.”
L’Iran che cambia e quello che resiste
Uno dei momenti più articolati della serata riguarda la società iraniana. Abdolmohammadi traccia un quadro di trasformazione culturale profonda: le moschee svuotate, un alto tasso di conversioni ad altre fedi o all’agnosticismo, una gioventù che riscopre le radici persiane pre-islamiche — Zoroastro, Ciro il Grande, il simbolo del Leone e del Sole. “La tendenza è quella di andare verso una laicità,” dice, “c’è una rivoluzione culturale in corso.” E aggiunge che la generazione più giovane ha ormai identificato il nemico interno: non gli Stati Uniti, non Israele, ma la Repubblica Islamica stessa.
Ma questa rivoluzione culturale si scontra con una realtà brutale: il regime ha dimostrato di essere disposto a tutto per sopravvivere. Abdolmohammadi ricorda i massacri di manifestanti e avverte che senza una frattura interna alle forze di repressione, qualunque rivolta rischia di essere schiacciata nel sangue. Esiste, dice, un progetto politico alternativo — il cosiddetto Prosperity Project guidato dal figlio dello Scià — ma manca ancora il pezzo decisivo: la spaccatura dall’interno dell’apparato militare e repressivo.
Palestina: la parola che pesa
È sulla questione palestinese che la serata raggiunge i suoi momenti più aspri. Udler è diretto: uno Stato palestinese sovrano dotato di esercito “non nascerà mai,” perché rappresenterebbe una minaccia esistenziale per Israele, dice. Definisce in modo l’ideologia prevalente tra i palestinesi sommariamente “jihadista” e persino “nazista”, usando un termine un tempo taboo e oggi spesso ripreso da una parte e dall’altra del dibattito per accusarsi a vicenda. Richiama i legami storici tra il Muftì di Gerusalemme e Hitler, e considera figure come Abu Mazen non moderate ma terroriste. La soluzione che propone è la trasformazione dei territori in una serie di “emirati” autonomi e non contigui — Ramallah, Nablus, Jenin — senza esercito e senza connessione tra loro.
Rivendica inoltre il diritto legale e storico degli ebrei a vivere in “Giudea e Samaria” (il termine Cisgiordania è un termine affibbiato dai nemici, ricorda), rifiutando il termine “coloni” e citando sia gli Accordi di Oslo sia il Vecchio Testamento come basi giuridiche e morali.
Simboli
La serata si chiude con una riflessione del moderatore: la presenza congiunta di un israeliano e di un iraniano in una scuola ebraica, capaci di dialogare, è già di per sé un messaggio, che tra analisi militari e previsioni geopolitiche risulta come un contrappunto necessario. Il futuro, suggerisce Salom, può essere molto diverso dal presente.


