I combattenti della pace

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Gli uni hanno sparato, fatto irruzioni in case, svegliato intere famiglie nel mezzo della notte, arrestato. Gli altri hanno preparato bombe, riempito intere automobili di tritolo per poi farle scoppiare, accoltellato civili e soldati, hanno accompagnato kamikaze nel mezzo di un mercato. E ora parlano di pace, dialogano, vogliono una lotta non violenta. Sono i “combattenti per la Pace” un gruppo di 140 persone, tra palestinesi e israeliani, che si incontrano mensilmente per dialogare, e sopratutto per creare un nuovo tipo di rapporto: non più violento, ma pacifico.

“Sono sempre stato un combattente, ancora oggi faccio parte del movimento Fatah. Non ho mai potuto accettare l’occupazione israeliana e ho agito secondo ciò che credevo giusto” racconta Wael Salme, 50 anni, “sono stato in un campo militare in Algeria, ho imparato a costruire bombe e sono quasi riuscito a far esplodere un’autobomba a Gerusalemme. Mi hanno arrestato e sono stato in prigione per 5 anni. Oggi, so che la lotta armata non porterà alla soluzione del conflitto, ma solo il dialogo può migliorare la situazione”.
Wael abita ad Anata, un villaggio nei dintorni di Gerusalemme, ha conosciuto i “combattenti per la pace” grazie a Suliman Al – Chatib un amico incontrato in prigione. “Ho partecipato al primo incontro circa un anno fa, eravamo una ventina, non mi pareva vero che proprio io fossi seduto accanto a un soldato israeliano, il nemico per eccellenza. Alla fine dell’incontro, dopo aver ascoltato tutti, ho capito che i soldati erano veramente sinceri: anche loro sono stufi della violenza”.
“Dopo aver impugnato le armi per molto tempo, e dopo aver visto l’un l’altro solo attraverso il mirino dei rispettivi fucili, abbiamo deciso di gettare le armi e di combattere per la pace. Ora sappiamo guardarci negli occhi come uomini, non solo come nemici”, aggiunge Avihai Sharon, 24 anni, studente di filosofia ex combattente e ufficiale dell’unità Egoz, una delle unità di élite dell’esercito israeliano. “Solo dopo il congedo sono riuscito per la prima volta a ripensare agli anni passati nell’esercito e ho capito come la routine di arresti e chiusure dei villaggi porti solo ad altra violenza. Penso sia importante che proprio noi combattenti, coloro che hanno visto il conflitto più da vicino, decidano di fermare il ciclo di violenza e cerchino alternative”.
“Sono ormai decenni che combattiamo gli uni contro gli altri senza risultati”, dice Wael “quando vengo agli incontri penso sopratutto ai miei 4 figli. Non voglio essere un esempio di violenza per loro”. Anche Suliman al Chatib concorda con Wael: “Sono cresciuto in una famiglia di combattenti, mi hanno sempre detto che solo con la lotta armata si arriverà a una soluzione”, racconta. “Sono entrato in prigione per la prima volta a 12 anni, dopo aver accoltellato un soldato. Dopo 10 anni di prigione ho capito che la violenza non avrebbe portato a nulla e con altri amici abbiamo creato il centro per la pace Abu Sukar. Credo fortemente che proprio noi, combattenti, coloro che hanno pagato il prezzo più alto del conflitto, possiamo cambiare le cose”.
Il dialogo non è l’unico scopo dei cambattenti. “Ora che noi del gruppo ci conosciamo bene, che tra di noi si è creato un rapporto di fiducia, vogliamo far prendere coscienza, in entrambe le opinioni pubbliche, della speranza e della sofferenza delle parti e creare partner nel e per il dialogo, ma sopratutto cercheremo di educare alla riconciliazione attraverso la lotta non violenta in entrambe le società, israeliana e palestinese” racconta fiducioso Avihai.

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