Francia, ostaggio del polically correct

di Daniel Sibony

MG_9299-copia1A proposito di multiculturalismo e di integrazione, oggi in Francia sta accadendo qualcosa di molto interessante: il mondo islamico, la cui presenza in Europa, costituisce il 5 per cento dell’Islam mondiale, è chiamato ad affrontare una specie di test, ovvero a decidere quali rapporti possano essere possibili tra noi e loro. Questo 5 per cento dell’Islam mondiale è oggi chiaramente chiamato ad accogliere le sfide del cambiamento, a confrontarsi e a evolversi più in fretta degli altri, una sfida difficile ma stimolante. La partita è decisiva. Spiace dirlo ma oggi, quello che chiamiamo nuovo antisemitismo non è altro che il vecchio antigiudaismo islamico che ricompare e si esprime con diverse sembianze in Europa.
In teoria non avrebbe nemmeno molto senso parlare di antisemitismo strictu sensu, visto che gli arabi sono semiti e che hanno sempre tacciato gli infedeli, ebrei e cristiani, di perversi (Corano, Sura 3, versetto 110: «Se ebrei e cristiani credessero, sarebbe meglio per loro. Tra di essi vi sono dei credenti ma molti sono perversi»). Quello che colpisce è questo spirito di vendetta apparentemente immotivato verso gli ebrei che anima molti arabi. E ritengo che la guerra in Medioriente non ne sia affatto la causa: viene da molto più lontano, da quando gli ebrei vivevano nel Maghreb e nel mondo arabo, mentre le guerre odierne sono solo un catalizzatore, non fanno altro che risvegliare questo spirito di vendetta (la solidarietà verso i palestinesi non c’entra nulla).
È accaduto poco tempo fa: in piena Parigi, una scuola che esibisce sul muro del proprio atrio una targa coi nomi di tutti i suoi scolari periti nella Shoà, ha dovuto scoraggiare le famiglie ebraiche dall’iscrivere lì i propri figli, per evitare attacchi e soprusi; poiché la scuola, se ne duole assai, non sarà in grado di proteggerli e difenderli. In tutte le scuole pubbliche della capitale non c’è più ormai un solo bambino o ragazzo ebreo che voglia iscriversi. La paura serpeggia. Io stesso, avevo una rubrica sul quotidiano Libération che mi è stata revocata, direi censurata, per un unico motivo: non era pro-palestinese. Certo, lo Stato e le istituzioni proteggono gli ebrei e condannano le violenze… ma non hanno potuto fermare chi attaccava ebrei e sinagoghe nel corso delle manifestazioni durante la Guerra a Gaza, questa estate. Perché l’Europa, che dovrebbe essere la più forte, ha così tanta paura dell’Islam? Innanzitutto per la sua capacità di creare destabilizzazione sociale, di generare forme di rivolta e ammutinamento: ci sono alcune banlieu in cui vige la legge islamica e dove la polizia non riesce neppure a mettere piede. Malgrado sia oggettivamente più forte, l’Europa, stranamente, percepisce se stessa come la parte debole. La verità nonché il cuore della faccenda è che l’Europa non è capace di ripensare i propri valori fondativi e affrontare il cruciale problema dell’incontro con l’altro: e quando questo avviene si sente colpevole di voler reagire in modo scomposto e magari infastidito, si vergogna di sé, si sente in colpa e così finisce per porgere ipocritamente l’altra guancia. Un senso di colpa perverso che le lega le mani e che la paralizza rendendola incapace di proteggere e difendere le conquiste civili e i valori su cui poggia.
Oggi in Francia è categoricamente vietato affermare che l’Islam cova uno spirito di vendetta antiebraico e che la faccenda è antica, che viene da lontano, ben prima di Israele. Se affermi cose del genere, vieni subito accusato di razzismo e islamofobia. La patologia della Francia oggi si chiama autocensura, una censura inconfessabile, praticata in nome del politically correct. Così viene chiesto agli ebrei il silenzio, gli si chiede di non gridare all’antisemitismo, anche davanti all’evidenza. Tocco con mano questa incapacità dell’Europa di affrontare senza complessi i problemi sorti dal multiculturalismo. Ma non sono affatto persuaso che la soluzione sia che gli ebrei debbano lasciare la Francia. La guerra a Gaza ci dimostra che un ebreo deve sempre proteggersi quando l’immaturità ambientale è troppo forte. In Medioriente oggi questa immaturità si chiama Jihad.

L’esperienza multiculturale francese, visti i risultati, non è un modello peggiore o migliore di altri. Ha ottenuto la parziale integrazione dei musulmani ma non la loro accettazione, specie da chi non sopporta la censura del polically correct. C’è uno stile ipocrita, non limpido, tipico dei francesi che voi italiani non conoscete. È la paura di passare per razzista che aumenta il razzismo. Magari non ti amano, ti sopportano a malapena ma in nome del politicamente corretto fanno finta di accettarti. Nulla è più offensivo e inaccettabile per un francese oggi che sentirsi dare del razzista».
(testo raccolto da Fiona Diwan)

 

Daniel Sibony è scrittore, psicanalista e filosofo, autore del libro appena uscito oltralpe “Islam, phobie, culpabilitè”, edizioni Odile Jaboc, una riflessione sul tema dei rapporti tra Islam e Occidente, e del multiculturalismo. Lo abbiamo incontrato a Milano, nei giorni del Festival Jewish and the city, sollecitandogli una riflessione sulla odierna situazione francese.