Ebrei curdi, cerimonia per un genocidio dimenticato

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Sherzad Omar Mamsani,rappresentate delle comunità ebraiche presso il Ministero regionale curdo, guarda le foto relative agli ebrei in Iraq durante una commemorazione del pogrom del 1941

Si è svolta lunedì 30 novembre, nella città settentrionale irachena di Erbil (o Arbil), capitale del Kurdistan iracheno, una cerimonia senza precedenti per commemorare un pogrom sanguinoso contro gli ebrei in Iraq. Uno sterminio poco conosciuto e che è costato la vita a centinaia di persone.

Ci sono voluti più di 70 anni perché ciò avvenisse. Lo sterminio a Baghdad, tristemente noto come Farhoud (in arabo, “devastazione”), risale al 1 e 2 giugno del 1941. Centinaia di innocenti (secondo alcune fonti in quei giorni ne furono massacrati almeno 600), sono stati aggrediti, feriti e uccisi mentre una folla inferocita ha pignorato le loro case, distrutto negozi e saccheggiato le proprietà. In seguito al massacro, decine di migliaia di ebrei iracheni, presenti nell’area da circa due millenni e mezzo, hanno lasciato il Paese per la paura di ulteriori rappresaglie. Secondo il Museo dell’Olocausto a Washington, la Comunità allora contava circa 135.000 persone.

Nel corso della cerimonia dei giorni scorsi, il governo del Kurdistan ha ufficializzato l’arrivo di un rappresentante della Comunità ebraica al Ministero degli Affari Religiosi del Kurdistan, regione a prevalenza musulmana. Il riconoscimento è il risultato dell’approvazione di una legge sui diritti e il rispetto delle minoranze.

Secondo Omar Sherzad Mamsani, rappresentante della Comunità ebraica presso il Ministero, sono circa 400 le famiglie di ebrei presenti attualmente sul territorio che tuttavia sono ufficialmente registrate come musulmane. Mamsani ha ricordato che in realtà le famiglie convertite all’Islam con origini ebraiche sarebbero diverse migliaia. Ha poi aggiunto che di sinagoghe attive nel Kurdistan non ce ne sono, augurandosi che la situazione possa presto cambiare.

A sua volta, Zach Huff, ricercatore americano che vive in Israele, specializzato in questioni curde, ha espresso la speranza che la cerimonia possa rappresentare l’inizio di una rinascita ebraica in Kurdistan.

«Ci sono circa 200.000 ebrei curdi che vivono in Israele di cui circa 100.000 a Gerusalemme e dintorni -, ha dichiarato all’AFP (Agence France-Presse) -. Hanno conservato tutti la memoria delle loro radici nel Kurdistan, incluse la seconda e la terza generazione. Vedono che il Kurdistan è aperto e li accoglie a braccia aperte. Prevedo che ci sarà più turismo e nel prossimo futuro anche un rapporto più stretto tra gli ebrei curdi e il popolo del Kurdistan».

Gli ebrei arrivarono in Iraq nell’epoca della distruzione del Primo Tempio nel 586 a. C. La comunità ebraica in Iraq è stata a lungo uno dei centri più importanti della vita ebraica al di fuori da Eretz Israel. (Fonti: JForum; AFP; Institut kurde de Paris, ).

Riportiamo infine di seguito, per completezza d’informazione, la sconvolgente testimonianza di una signora ebrea di Baghdad, testimone di quell’atroce giornata (tratta da Carlo Panella, Il libro nero dei regimi islamici. 1914-2006 oppressione, fondamentalismo, terrore. Anno: 2006. Editore: Rizzoli. Collana: Saggi italiani)

A Baghdad c’erano quattro club per gli ebrei: il Rashid, lo Zawra, il Rafidain e il Laura Kadoorie e c’era anche un club misto di arabi ed ebrei, nella zona di Mansour, dove si giocava a Bingo, si nuotava, c’erano le «notti orientali», feste, musica. A marzo e aprile le ragazze si facevano collane di fiori d’arancio e la città ne profumava. Frequentavamo la società araba, ci sentivamo iracheni come loro, a casa parlavamo l’arabo e avevamo molti usi in comune, per esempio quello che le mogli non chiamavano mai i mariti per nome, ma «eben ammy», il figlio di mio suocero, o «abu flan», il padre del figlio maggiore […].

A fine maggio del 1941, Rashid Ali Kailani e gli ufficiali scapparono in Iran, l’esercito iracheno si arrese senza condizioni agli inglesi e al Palmach – la brigata ebraica che ha combattuto al fianco degli inglesi – e si ritirò distrutto. Gli inglesi ebbero la meglio e marciarono verso Baghdad; corse voce che il piccolo re e il reggente fossero tornati e che si sarebbe formato un governo filoinglese. Noi ebrei tirammo un sospiro di sollievo.

Di colpo, una sera di giugno, il primo giorno di Shavuot, sentimmo degli spari, le radio e le telecomunicazioni erano state distrutte dalla Roval Force. Gli arabi attaccarono i quartieri ebraici di Baghdad, centinaia di ebrei furono uccisi, tirati giù dagli autobus, accoltellati da giovani armati e lasciati morire dissanguati per la strada, migliaia di case e negozi saccheggiati.

II pogrom durò quarantotto ore, gli omicidi avvennero quasi tutti nella notte, i saccheggi il giorno dopo. Sentii con le mie orecchie i musulmani gridare: «Farhood, farhood-intissar al Islam ala el Yeehod!» («Saccheggiate, saccheggiate, è la vittoria dei musulmani sugli ebrei!»). L’unica via di fuga era salire sul tetto.

Tremo ancora al ricordo delle terribili scene della popolazione terrorizzata che salta da una terrazza all’altra scappando. Hitler, possano il suo nome e il suo ricordo essere spazzati via, era al culmine del suo trionfo.

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