Democrazie e culti della morte. Presentato a Milano il libro di Douglas Murray

Libri

di Nathan Greppi

La sala era piena giovedì 29 ottobre, quando è stato presentato presso il centro culturale The Mill il libro Democrazie e culti della morte (Guerini e Associati) del giornalista britannico Douglas Murray. Un libro che fa luce non solo sulla situazione in Israele e nei territori palestinesi dopo il 7 ottobre 2023, ma anche e soprattutto su cosa è diventato l’Occidente negli ultimi tre anni.

Amore per la vita e desiderio di morte

Nell’introdurre la serata, Alessandro Litta Modignani, presidente dell’Associazione Milanese Pro Israele che ha organizzato l’evento, ha fatto un collegamento con la cronaca degli ultimi giorni, e in particolare con l’attivista propal arrestato e poi rilasciato con l’accusa di aver organizzato i disordini avvenuti a Milano, Youssef Siher: “Tra le tante cose che sono emerse, che lui scriveva online, campeggia questa frase: ‘Non puoi sconfiggere coloro che credono che la morte non sia la fine’”. Parole che si collegano alla glorificazione della morte alla base dell’ideologia di Hamas.

Modignani ha anche ripreso dal libro il confronto tra le reazioni a due diverse morti: da un lato, la notizia della morte del figlio del generale e leader dell’opposizione israeliana Gadi Eisenkot, riportata da Murray, che  ha intervistato i membri del gabinetto di guerra, i quali erano assai preoccupati di fronte all’annuncio di una simile tragedia che aveva colpito il Capo di Stato maggiore; dall’altro lato, la reazione dell’allora capo di Hamas, Ismail Haniyeh, il quale una volta venuto a sapere che erano morti i suoi figli non ha versato una lacrima, dichiarando invece che erano morti da martiri.

Un altro passaggio importante riprende un discorso tenuto a Istanbul nel maggio 2024 dal leader politico di Hamas Khaled Mashaal, sulla necessità di tre diluvi: “’Quello che noi chiediamo è un ‘diluvio finanziario’ all’Occidente per fornire le armi palestinese’. Poi, ha invocato un ‘diluvio mediatico’, e tutti noi ne sappiamo qualcosa”, ha spiegato Modignani. “E infine, un ‘diluvio legale’. Israele doveva essere attaccato sul piano legale a tutti i livelli, utilizzando la Corte Penale Internazionale per perseguire i leader israeliani”.

L’intervento dell’autore

Su un enorme schermo, ad un certo punto è intervenuto lo stesso Murray in videocollegamento da New York, venendo intervistato dal giornalista di Libero Andrea Morigi con la traduzione simultanea dell’interprete Shirley Gabbai.

Alla domanda di Morigi sul perché nonostante l’efferatezza dei massacri del 7 ottobre l’antisemitismo non solo non sia stato sconfitto, ma anzi è cresciuto, l’autore britannico ha spiegato che “molte persone in Occidente, negli ultimi anni, hanno sostenuto che se Israele si fosse comportato diversamente, l’antisemitismo sarebbe diminuito. Io penso che sia completamente sbagliato, perché l’unico paese ebraico al mondo è stato l’unico attaccato in questo modo sul piano internazionale”.

Ha fatto il confronto con quando gli americani hanno effettuato bombardamenti aerei contro l’ISIS, con il supporto terrestre delle milizie curde. In quel momento, a nessuno in Occidente importava delle perdite civili o delle vittime collaterali, perché tutti volevano sbarazzarsi dell’ISIS a qualunque costo. Ma se invece è Israele a comportarsi allo stesso modo, di colpo per gli stessi occidentali non si applicano le stesse regole. E se dopo il Bataclan nessuno avrebbe osato incolpare le vittime, già poche ore dopo il massacro al Nova Festival c’era chi minimizzava o si chiedeva quale sarebbe stata la risposta israeliana.

Murray ha raccontato di quando ha visitato le comunità israeliane al confine con Gaza: “Quello che bisogna capire, è che da 18 anni nel sud ogni casa possiede un rifugio. E mi chiedevo perché queste persone dovevano subire i costanti attacchi da parte di Hamas”.

Odio jihadista e odio occidentale

Se in Israele e nei paesi anglosassoni Murray è assai conosciuto, “una personalità come la sua da noi non c’è”, ha affermato l’avvocato e opinionista Iuri Maria Prado. “E non c’è perché nell’Europa contaminata dalla propaganda che non è propal, ma pro-Hamas, esistono alcuni ordinamenti dove per quanto sia pervasiva è presente comunque qualche anticorpo”.

Ha fatto il confronto tra la Spagna e l’Italia: se nella prima, nonostante le politiche di Pedro Sánchez, nei dibattiti parlamentari c’è chi contesta duramente la deriva antisraeliana del governo, da noi “c’è un fenomeno di diffuso pro-hamasismo. Non così virulento come in Irlanda, nel Regno Unito, in Francia o in Spagna, ma nell’assenza totale di anticorpi”.

Parlando del ruolo di attori stranieri come il Qatar nel veicolare questa propaganda filo-Hamas tramite il proprio soft power e potere economico, Prado ha rimarcato il fatto che l’odio nei confronti degli ebrei e Israele veicolato dai media italiani non è d’importazione “jihadista”, ma è un odio autoctono. Ha anche ricordato che i terroristi palestinesi entrati in Israele il 7 ottobre non gridavano “Free Palestine”, e che questo in realtà è uno slogan occidentale. Gridavano “Itbah al-Yahud”, uccidi gli ebrei.