«Siamo stati, tutti, clandestini»

Italia

di Ester Moscati

A Lampedusa si è andati oltre. «Per non incorrere nelle sanzioni di legge che colpiscono chi aiuta i migranti in quanto clandestini, si è mancato ad uno dei precetti fondamentali della Torà, salvare la vita umana. – dice Rav Adolfo Locci. – Soccorrere chi è in pericolo di vita viene prima di ogni altra considerazione, di ogni legge umana e di ogni remora. Se si perde il senso di questo precetto, per il quale nell’ebraismo è consentito trasgredire anche le norme dello Shabbat, non c’è più percezione dei valori umani». Ma chi è lo straniero per la Torà, come ci si deve comportare nei suoi confronti? Quali doveri abbiamo? «Nella Torà vengono usati diversi termini: zàr, estraneo, gher, straniero residente, nochrì, forestiero. C’è una diversità di diritti e doveri. Ma il rispetto e l’accoglienza sono dovuti a tutti. Gli stranieri erano chiamati ‘barbari’ dai romani, prendendo a prestito il termine greco barbaros che significa balbuziente, colui che parla una lingua incomprensibile. È quindi la differenza linguistica che allontana, come narra la storia della Torre di Babele. Ma il Talmud, nel trattato Sanhedrin dice che l’uomo è stato creato solo, perché nessuno potesse dire all’altro ‘mio padre era più grande del tuo’. E a volte, sui principi e sui valori, ci si capisce meglio con chi non parla la stessa lingua. È come se Dio avesse voluto creare piani diversi, più profondi di comunicazione tra gli uomini».

“Come un vostro concittadino sarà per voi lo straniero che risiede con voi e lo amerai come te stesso perché stranieri eravate in terra d’Egitto…”.

Le parole del Levitico, capitolo 19, versetto 34 sono chiare «Il popolo ebraico si è trovato molte volte nella sua storia nella condizione di fuggiasco. – spiega Rav Roberto Della Rocca – Siamo quindi nella condizione di comprendere anche psicologicamente chi è costretto a lasciare la propria terra per via della guerra o della povertà. Ma c’è di più. Nel salmo 119 David dice ‘Io sono straniero in terra’. Essere stranieri è una condizione esistenziale. Attenzione, non dell’ebreo, come si potrebbe pensare. Siamo stati per secoli indicati come ‘erranti’ ‘popolo dannato all’esilio’. È una condizione esistenziale di tutta l’umanità. Tutta l’umanità è in un certo senso ‘di passaggio’ su questa terra. E chiunque può trovarsi nella condizione di migrare, o ad aver bisogno di rifugio. Sappiamo che cosa ne sarebbe stato di noi se nel 1943 qualcuno non ci avesse accolti, se non avesse aperto le sue porte».

«Gher, straniero, ha la stessa radice di gar, abitare. Questo ci dice alcune cose sul rapporto tra l’uomo e la terra. C’è un’etica dell’abitare in un luogo, che va oltre la mera occupazione della terra ma prevede che si instauri un rapporto, una relazione armonica.

La Torà ci dice di amare lo straniero. Diversamente dal versetto che prescrive di amare il prossimo, che in ebraico va letto correttamente “ama per il tuo prossimo”, intendendosi “desidera per il tuo prossimo ciò che desideri per te stesso”, verso lo straniero il precetto è proprio “ama lo straniero”. Ma oggi su questo si fa molta retorica. Di fronte alla tragedia dei migranti nel nostro mare abbiamo sentito la parola “vergogna”. D’altra parte si cerca di reprimere il fenomeno, mentre l’impegno dovrebbe essere quello di prevenire, agendo su diversi fronti. È molto facile fare demagogia populista. Ma amare lo straniero, come prescrive la Torà, amare l’uomo nella sua dignità profonda implica il concetto di tzedakà, giustizia. Implica offrirgli casa e lavoro. Non farlo vivere di elemosina, ma dargli una dignità. E allora dobbiamo sapere quanto questa “civilissima” Europa è in grado di fare. Va creata prima una cultura dell’accoglienza e avere il coraggio di aprire le porte nella piena consapevolezza di ciò di cui questa gente ha bisogno».

Ester Moscati