Papa Francesco: «Aprirò gli Archivi Vaticani»

Italia

di Cristiana Facchini

L’elezione del gesuita Jorge Mario Bergoglio al soglio papale si presenta come un evento epocale per una serie di motivi storici e, probabilmente, anche per una serie di gesti simbolici che sembrano avere concrete conseguenze per la storia della Chiesa cattolica.

Il mondo cattolico – percorso da profonde divisioni e differenze – ha subito reagito in modo scomposto: coloro che si identificano con l’eredità della Chiesa conciliare post Vaticano II hanno fin dal primo momento individuato una forte continuità con una tradizione che sembrava languire. Ogni gesto del Papa è stato analizzato con estrema attenzione, al fine di comprendere i suoi significati più reconditi, atti a svelare una linea religiosa e politica chiara.

In effetti le novità non sono poche, dalla provenienza dell’ordine dei gesuiti alla scelta del nome, Francesco, in onore al “poverello d’Assisi”, icona e figura portante di varie correnti e tradizioni cattoliche.

Dopo anni difficili, segnati da scandali che hanno fortemente indebolito l’immagine pubblica della Chiesa cattolica, Papa Francesco porta una ventata di novità. È prematuro, però, arrivare a conclusioni o indicazioni chiare su quelle che potranno essere le linee del futuro papato.

Tra i molteplici punti dell’agenda del nuovo Papa gioca un ruolo non secondario il rapporto con il mondo ebraico, e più estesamente la questione del Dialogo interreligioso. Giovanni Paolo II, pur abbracciando una linea teologica conservatrice, era divenuto un’icona ideale di questo incontro così faticosamente costruito dopo il Concilio Vaticano II. I rapporti col mondo ebraico si sono invece deteriorati con Benedetto XVI il quale, nel ripristinare la preghiera del Venerdì santo, l’Oremus pro perfidis judeis, sanciva una virata rispetto alle riforme liturgiche post-conciliari. L’avvicinamento al cattolicesimo di marca lefebvriana, non scevro da tentazioni negazioniste, non ha che confermato questa tendenza.

Come si profila quindi il rapporto del nuovo Papa con il mondo ebraico? Uno dei primi gesti di Papa Francesco è stato rivolto espressamente al Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni. Dai social networks, nel frattempo, giungevano notizie confortanti, che svelavano i buoni rapporti tra Bergoglio e la Comunità ebraica argentina, laddove ancora le notizie sul periodo della dittatura erano controverse (in particolare mi riferisco al Caso Verbitsky, un giornalista che, in un suo libro, accusava Bergoglio di connivenza con la dittatura).

I giornali americani hanno insistito fin da subito su questa dimensione, tanto da presentare il famoso dipinto di Marc Chagall, la Crucifixion blanche tra le opere d’arte preferite dal Papa (vedi l’articolo apparso sulla prestigiosa rivista americana settimanale Forward). Le posizioni di papa Francesco in relazione al mondo ebraico possono al momento essere analizzate sulla base di quanto espresso dallo stesso Jorge Mario Bergoglio – al tempo in cui era arcivescovo di Buenos Aires -, in un libro che si presenta sottoforma di lunga e densa conversazione con Abraham Skorka. Sobre il cielo y la terra (2010), appena tradotto in italiano da Mondadori (Il cielo e la terra, 2013), affronta una serie di temi di carattere teologico (Dio e il diavolo, la preghiera, la colpa) e politico-culturali, quali l’aborto, il divorzio, il ruolo degli atei, o la questione della dittatura. Tra questi, quelli che più da vicino riflettono i problemi del dialogo ebraico-cristiano, riguardano la Shoah (Sobre el Holocausto), il conflitto arabo-israeliano e il Dialogo interreligioso. Spunti molto interessanti sono rinvenibili anche nel delicato capitolo dedicato alla dittatura, dove la personalità del Rabbino Skorka emerge con nitidezza nel solco della difesa dei diritti umani perseguita dalla indefessa attività del rabbino Marshall Meyer (un importante rabbino americano che visse a Buenos Aires negli anni Settanta, ai tempi della dittatura di Videla e che si adoperò attivamente contro la persecuzione politica aiutando le famiglie dei desaparecidos e cercando di proteggere chi era a rischio. Oggi il dibattito si focalizza sul tema: che cosa fecero fattivamente i religiosi, il mondo cattolico e il mondo ebraico, contro quella dittatura? Come si opposero? Chi agì e chi non fece nulla? ndr).

Il capitolo dedicato alla Shoah (Sobre el Holocausto) tocca alcuni punti di grande interesse che indicano per lo meno alcune posizioni di Bergoglio. Skorka guida la discussione affrontando tutti i temi più delicati che hanno coinvolto il dibattito pubblico e la ricerca storica in questi anni. Ad emergere sono le questioni note, i silenzi di Pio XII, il silenzio di Dio, il confronto tra ebrei e cattolici negli anni della tragedia. Dalle risposte di Bergoglio si possono individuare due tendenze: da un lato, una posizione ufficiale che riflette le linee di tanta storiografia, non esclusivamente cattolica, e interpreta il nazismo come una forma di idolatria, un “neopaganesimo” che aveva come fine ultimo la distruzione degli ebrei e dei cristiani. È una linea ufficiale, non necessariamente condivisibile, ma che riflette una posizione cattolica che viene a formarsi già negli anni Trenta, anche a fronte della effettiva persecuzione attuata dai nazisti nei confronti dei cattolici. In questo senso, il genocidio del popolo ebraico è collocato sullo stesso piano degli altri genocidi novecenteschi, in particolare quello armeno, pur mantenendo una sua specificità che, nelle parole di Bergoglio, assume i toni del discorso teologico. Queste cautele sono, tuttavia, bilanciate dalla proposta, certamente più coraggiosa, di aprire definitivamente gli Archivi Vaticani per gli anni che comprendono tutto il periodo della Seconda Guerra Mondiale, al fine di fare luce sui tragici eventi e sul ruolo giocato dalla Chiesa, in particolare sulla politica perseguita da Pio XII. Vorrei citare una frase sulla “verità storica” che mi ha molto colpita, e che non sempre di addice alle prese di posizione ecclesiastiche: «Lo che usted dijo sobre abrir los archivos de la Shoà me parece perfecto. Que se abran y se aclare todo». Ovvero: «Ciò che lei dice circa la necessità di aprire gli archivi della Shoah mi sembra perfetto. Che si aprano e si faccia chiarezza su tutto». Circa al ruolo di Pio XII, Bergoglio si mostra cauto, meno propenso ad individuare posizioni radicalmente alternative, come sembra indicare invece la domanda di Skorka, in riferimento alla attività di Roncalli in qualità di Nunzio in Turchia. Sarà interessante vedere se ora Papa Francesco metterà davvero a disposizione degli storici di diversa provenienza confessionale, agnostici o atei che siano, i materiali degli Archivi Vaticani.

L’altro tema di un certo rilievo per quanto concerne i rapporti ebraico-cristiani è quello relativo al conflitto israelo-palestinese. Su questo argomento il confronto tra i due rimane vago, offuscato dalla opacità del discorso filosofico e teologico, senza chiare riflessioni su problemi concreti. Questo dialogo silenzioso è forse significativo, poiché cela una serie di problemi politici di non immediata risoluzione, che investono la posizione della Santa Sede in Medio Oriente, in un contesto ora maggiormente compromesso dal peggioramento delle condizioni dei cristiani nei Paesi arabi e musulmani. Indubbiamente sono molteplici i problemi che la Chiesa cattolica, soggetto politico oltre che istituzione religiosa, dovrà affrontare nei prossimi anni. Sicuramente questo Papa potrà riservare grandi sorprese, se il contesto storico e culturale gli sarà favorevole.

Cristiana Facchini insegna Storia del cristianesimo e Storia dell’ebraismo all’Università di Bologna.


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