Kippah

Aggredito a Milano da due arabi perché ebreo

Italia

di Sofia Tranchina
Venerdì 20 maggio, nel centro storico di Milano, due arabi hanno aggredito un giovane ebreo che tornava dalla giornata di lavoro.

Camminava in Piazza XXIV Maggio, nel vero cuore di quella Milano da Bere che prende vita tutti i fine settimana, per andare a casa a cambiarsi prima di raggiungere la sinagoga per le preghiere del venerdì sera.

Andava in giro, come ogni giorno, col capo coperto, nel rispetto della legge ebraica che impone così di onorare Dio. Ma, questa volta, la kippah non era camuffata sotto un cappello, e se ne stava bensì sul capo dello spettabile avvocato D.C., conosciuto in comunità anche come Yossef, ad abbronzarsi con lui sotto il caldo sole pomeridiano.

«Negli ultimi mesi stavo indossando solo la kippah perché mi andava di farlo, anche se mi avevano suggerito di utilizzare sempre un cappello per dissimularla. Credo sia giusto che io abbia il diritto e la libertà di passeggiare per Milano con il mio copricapo, ma per me non è un gesto politico né una manifestazione. Semplicemente, la kippah è parte integrante della mia ebraicità, della mia quotidianità. E nella mia quotidianità non vivo con il pensiero di un pericolo perenne. Dunque, mi pareva che dover fare un pensiero in più per nasconderla fosse una limitazione della mia libertà. Insomma, la indosso così, con semplicità».

Col suo andamento pacato, avvolto dai suoi abiti eleganti da avvocato, camminava in silenzio senza attirare l’attenzione in alcun modo, se non che per quel piccolo cerchio di stoffa grigia attaccata ai capelli da una molletta nera, che lo rendeva facilmente riconoscibile come ebreo.

Erano le 17.50, ed ecco che due ragazzi, dall’aspetto e dall’accento di evidenti origini arabe, gli si sono avvicinati con una domanda, neanche troppo articolata: «Yehudi?» (Ebreo?).

«Avevo intuito l’aria che stava per tirare – ci racconta D.C. durante l’intervista – ma ho risposto di riflesso di sì. Sono ebreo, e se me lo chiedono, non mi viene in mente di mentire. Forse, dopotutto, sono un ingenuo. D’altronde lo so, lo sapevo cosa poteva accadere. Ma comunque, a posteriori, uno che gira con la kippah e poi dice di non essere ebreo non sarebbe molto credibile, no?».

Un riflesso, una risposta sincera, e i due sconosciuti reagiscono subito: raschiando la gola e tirando su saliva, a meno di mezzo metro dalla faccia del malcapitato giovane con la kippah, hanno iniziato a seguirlo sputandogli addosso, imprecando, urlandogli «vaffanculo Yehudi! Vaffanculo!».

Guardandosi intorno e scoprendo nei passanti nient’altro che fredda indifferenza, e notando che altri ragazzi «visibilmente arabi, con sguardo di solidarietà» si stavano avvicinando ai primi due per partecipare allo schernimento, il giovane si è allontanato a passo svelto prima che la situazione si facesse troppo calda.

«È stato tutto molto triste: gli sputi, gli insulti, l’indifferenza della gente. Ma almeno non mi hanno inseguito. Penso che si siano voluti prendere semplicemente la soddisfazione di ricoprirmi di saliva e di insulti e di vedermi scappare spaventato: per loro già questa è sicuramente una vittoria, o almeno un divertimento goliardico a spese dell’ebreo di turno».

Arrivato a casa, il giovane avvocato ha scritto l’avvenuto sulla sua bacheca social, un po’ per sensibilizzare e un po’ per sfogarsi. Pochi istanti dopo, ha ricevuto la chiamata da Davide Romano, presidente del Museo della Brigata ebraica, che gli chiedeva di raccontargli i dettagli per poi portare la notizia all’attenzione pubblica.

In questi giorni, l’interessato si attiverà per sporgere denuncia presso gli uffici della digos, che potranno avvalersi delle numerose telecamere di cui è servita la zona in cui si sono verificati i fatti per identificare gli aggressori.

Ma la faccenda non è neanche un caso isolato: già altre volte l’avvocato si è ritrovato in situazioni spiacevoli a causa della sua appartenenza ebraica.

Un’estate di qualche anno fa, proprio il giorno di Tisha b’Av (giorno di lutto e digiuno in cui si commemorano diverse calamità che hanno colpito il popolo ebraico, tra cui la distruzione del Tempio di Gerusalemme) tornava a casa la sera sul tram 9, stavolta indossando un cappellino da baseball con la visiera.

«Quel tipo di cappellini, purtroppo, ha la aletta posteriore concava, tale per cui un occhio esperto può notare il bordo della kippah sporgervi di poco». E proprio quella sera, il tram 9 era straripante di “occhi esperti”, i cui proprietari, avendo notato l’oggetto incriminato, hanno iniziato a urlargli contro frasi in arabo facendo finta di tirargli dei pugni.

Un’altra volta, più recente, in metropolitana un signore italiano, con finti pantaloni mimetici da militare, gli ha indicato il capo e ha iniziato a sbattere i pugni contro le pareti del vagone dicendo con tono aggressivo: «voi altri, voi altri controllate tutto. Chiama pure la polizia se vuoi, tanto so che controllate anche quella».

Questi solo alcuni degli episodi che molti ebrei di Milano si trovano a dover subire ogni giorno. Ma ciononostante, l’ebraismo rimane per loro un elemento irrinunciabile, per citare le ultime righe del post di denuncia di D.C.:

«Qualche pensiero al famoso “virus che muta” (cit. Rav Sacks), l’antisemitismo. Che dire? Shabbat Shalom, sempre e comunque».

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