Il 1° novembre Israele torna alle urne, ma il risultato non sembra cambiare

di David Zebuloni
Il primo di novembre Israele tornerà alle urne per la quinta volta in poco più di tre anni con l’intento di eleggere un governo solido e duraturo, che possa resistere una cadenza completa senza sciogliersi prematuramente. 61 è il famigerato numero di mandati necessari per formare un blocco di maggioranza, un numero apparentemente irraggiungibile per tutti i partiti coinvolti, ma bramato soprattutto dai tre grandi leader del momento: il sempreverde Benjamin Netanyahu, il benamato Benny Gantz e il popolare Yair Lapid, nonché attuale premier dello Stato Ebraico.

Ma andiamo per ordine: i sondaggi parlano chiaro, nessuno dei tre capolista ha attualmente un numero sufficiente di mandati per completare la missione (quasi) impossibile. Tuttavia, qualche colpo di scena potrebbe ancora stravolgere le carte in tavola. Come sempre, anche questa volta Netanyahu è il favorito; il politico che si porta a casa il maggiore numero di mandati, sia come partito (31), che come blocco (60). Numeri importanti che confermano l’enorme consenso del capo del Likud, ma non sufficienti per tornare ad essere Capo del Governo.

Bibi gode infatti del supporto dei suoi elettori, ma non quello degli altri partiti, che si rifiutano di formare insieme a lui un governo. Lapid, Gantz, Lieberman, Michaeli sono solo alcuni dei capolista che hanno dichiarato irremovibilmente di non allearsi con Netanyahu per alcun motivo al mondo. L’unica che potrebbe garantire all’ex premier i tanto agognati 61 mandati è Ayelet Shaked, l’eterna seconda di Naftali Bennett, che ha già annunciato di voler dare il suo supporto al capo del Likud, ma che si trova ancora troppo lontana nei sondaggi dalla soglia di sbarramento per potergli permettere di trarre un sospiro di sollievo.

Il problema di Gantz, invece, è di tutt’altra natura. L’ex generale, infatti, gode di un certo consenso da parte dei suoi potenziali alleati politici, di destra e di sinistra, che vedono in lui una figura solida e rassicurante, equilibrata sotto ogni punto di vista, ma che con i suoi 12 mandati non sembra riscontrare dal popolo il supporto necessario per presentarsi con un numero abbastanza considerevole di mandati alla Knesset e prenderne il timone. Un solo scenario potrebbe stravolgere la situazione: se Netanyahu non riuscisse a formare il governo, i partiti ultraortodossi potrebbero voltargli le spalle e spalleggiare il mite Gantz. Improbabile, ma non impossibile.

Per ultimo, ma non di importanza, troviamo Yair Lapid, che con 23 notevoli mandati si trova ad affrontare Netanyahu non da pari, ma quasi. In maniera simmetricamente opposta, infatti, l’attuale premier gode di un certo consenso da parte del popolo, ma anche lui come l’acerrimo nemico politico non dispone di alleanze abbastanza significative all’interno del Governo da poter già cantare vittoria. L’unica possibilità che ha di sfiorare i 61 mandati, risulterebbe essere un’eventuale alleanza con i partiti arabi. Alleanza che Lapid ha escluso facendo l’occhiolino agli elettori di centrodestra, precludendosi così l’unica opportunità di poter continuare a governare per altri quattro anni.

Che non ci sia dunque niente di nuovo sotto il sole, ci pare chiaro. Israele torna alle urne con una frequenza quasi semestrale, ottenendo sempre lo stesso risultato deludente: un totale stato di caos politico, talmente assurdo, da non stupirci più.