Likud, il grande favorito

di A. B.

Circondato da un Medio Oriente in ebollizione, dove nuovi leader si affacciano con prepotenza alla ribalta dopo aver spodestato dirigenti autoritari che avevano gestito con pugno di ferro per decenni i rispettivi Paesi, Israele torna il 22 gennaio alle urne per eleggere una nuova Knesset. Elezioni dunque che si svolgeranno in un clima di grande incertezza e sotto la minaccia costante dei progetti nucleari iraniani. Ad aggiungere una dose di suspence, la crisi economica internazionale ed in particolare il futuro dell’Euro, da cui dipendono in buona parte le esportazioni degli israeliani.

In questi quattro anni, il governo di Benyamin Netanyahu (Likud) ha assicurato agli israeliani innanzi tutto una cospicua stabilità. «Non abbiamo fatto guerre superflue, anzi non abbiamo fatto alcuna guerra», ha esclamato Netanyahu alla Knesset a metà ottobre, con un chiaro riferimento ai predecessori di Kadima (Ehud Olmert, Tzipi Livni), che si videro trascinati prima in una operazione in Libano contro Hezbollah e poi a Gaza, contro Hamas.«Gli attentati terroristici contro gli israeliani sono calati, in questi anni», si è compiaciuto il premier. Dunque Israele può dirsi fortunato: ha evitato gli spargimenti di sangue verificatisi non solo in Siria, ma anche in Egitto, Libia, Tunisia e Yemen.

Anche l’economia israeliana sembra essere andata passabilmente bene: la disoccupazione in Israele è calata dal 9 al 7 per cento, la fiducia internazionale nel suo mercato è andata crescendo, e ciò in anni in cui Paesi europei importanti sono in ginocchio. Anche qui la soddisfazione degli israeliani appare giustificata. Secondo Netanyahu (che in due periodi diversi ha già governato per sette anni), esistono allora buoni motivi per confermare il Likud al timone. Finora i sondaggi non lasciano dubbi, e prevedono in coro che la Destra nazionalista sia lanciata verso una netta vittoria. Ma la situazione presenta ombre inquietanti che dovrebbero comunque indurre gli israeliani a valutare anche opzioni alternative. La prima obiezione che viene mossa al governo è di non aver portato avanti il processo di pace con i palestinesi. In questi quattro anni, in casa palestinese, i pragmatici di Abu Mazen si sono indeboliti (anche come conseguenza della defenestrazione di Hosni Mubarak), mentre i radicali islamici di Hamas si sono rafforzati (come conseguenza delle elezione del Fratello Musulmano Mohammed Morsi alla carica di presidente dell’Egitto). Adesso le probabilità di raggiungere un trattato di pace sono ancora più remote.

Netanyahu -afferma l’opposizione centrista e di sinistra-, avrebbe dovuto impegnarsi maggiormente su quel fronte, mentre ha preferito sostenere le posizioni intransigenti del movimento dei coloni e dei rabbini ortodossi. Lo stesso ministro degli esteri Avigdor Lieberman non ha esitato a bollare Abu Mazen come “un ostacolo alla pace’’, che andrebbe rimosso. Questa politica -e questa è la seconda fonte di preoccupazione per l’elettorato di centro sinistra-, ha esteso l’isolamento internazionale di Israele. In questi quattro anni le relazioni di Israele con la Casa Bianca di Obama hanno toccato minimi storici. Ma non solo: Netanyahu è riuscito a rendersi sgradito anche a dirigenti importanti ritenuti amici di Israele: Nicolas Sarkozy, David Cameron, Angela Merkel. E ancora: l’atteggiamento sprezzante verso Ankara ostentato dal Ministero degli esteri di Gerusalemme (e poi il disastro della intercettazione in alto mare della nave turca Mavi Marmara diretta a Gaza, con nove passeggeri turchi uccisi), hanno provocato la quasi rottura totale delle relazioni strategiche con la Turchia.

La terribile debolezza della politica estera israeliana (evidenziata anche dalla rarità di incontri fra Lieberman e il Segretario di stato Hillary Clinton), e la crisi con la Turchia, hanno avuto riflessi negativi su quello che è stato presentato in questi anni come il ‘cavallo di battaglia’ principale del governo Netanyahu: la lotta ai progetti nucleari iraniani, giudicati una minaccia esistenziale per lo Stato ebraico. A più riprese, Netanyahu e Barak hanno stabilito che il 2012 era l’anno critico (per poi spostare le lancette al 2013): ma sono giunti al traguardo in ginocchio, con una comunità internazionale che sembra avere scarsa considerazione di Netanyahu e con una Turchia apertamente ostile ad Israele, a cui poi si sarebbe affiancato l’Egitto di Morsi. Il governo israeliano -viene fatto notare-, avrebbe potuto e dovuto giocare meglio le proprie carte, anche se non tutti i processi regionali possono essere influenzati da Gerusalemme.

Su un punto -viene riconosciuto da tutti alla Knesset-, Netanyahu e Barak hanno operato con avvedutezza: minacciando di continuo un attacco preventivo di Israele in Iran (che provocherebbe sommovimenti globali, forse un’ondata di terrorismo ed anche una crisi energetica), hanno spronato l’Occidente ad imporre all’Iran sanzioni senza precedenti. Il popolo iraniano ne avverte le ripercussioni. «Eppure le centrifughe iraniane continuano a girare», ha osservato Netanyahu con delusione.

Anche sul piano interno è lecito fare alcune considerazioni sul quadro macroeconomico proposto da Netanyahu in Parlamento. Nell’estate 2011 le strade israeliane si sono riempite di dimostranti che invocavano giustizia sociale: nel frattempo non molto è stato fatto dal governo per colmare i divari: nella finanziaria del 2013 dovrebbero essere decisi gravi tagli alla spesa pubblica. Il futuro della piccola e media borghesia è molto incerto: il Likud ha provveduto a garantire quattro anni di stabilità, ma adesso si accinge a presentare un conto salato agli elettori.

Ultima considerazione: il declino delle ideologie e dei partiti. Nei quattro anni del governo Netanyahu, l’opportunismo politico alla Knesset ha registrato nuovi record. I laburisti hanno conosciuto una dolorosa scissione, i centristi di Kadima si sono sgretolati e alcuni suoi dirigenti stanno rientrando in ordine sparso nel Likud, nella speranza di aver puntato sul cavallo vincente. L’epoca dei grandi scontri ideologici fra David Ben Gurion e Menachem Begin è finita per sempre. In queste elezioni saranno piuttosto messe in evidenza le pecularietà dei principali candidati: il nazionalista Netanyahu, la socialdemocratica Shelly Yehimovic, il coriaceo Lieberman, il fotogenico Lapid e forse anche il ‘redivivo’ Olmert, appena emerso per il rotto della cuffia da traversie giudiziarie. Una specie di ‘reality’, dunque, di ‘Grande Fratello’ in cui sara’ deciso il futuro del Paese in una congiuntura critica ed altamente drammatica.

Governo Netanyahu: la pagella di Aldo Baquis

DIFESA – Grande cautela nel ricorso alla forza. Intensi preparativi per una azione preventiva in Iran. Sostituzione dei rapporti strategici con la Turchia con un nuovo asse composto da Grecia-Bulgaria-Cipro. Contenimento del terrorismo palestinese. Inaugurazione di sistemi ultramoderni di difesa da razzi. Erezione a tempo di record di una barriera di sicurezza lungo il confine con l’Egitto.
Voto: Eccellente

POLITICA ESTERA – Crisi con Obama. Rottura con la Turchia. Freddezza nei rapporti con l’Occidente, incertezza sul futuro delle relazioni con l’Egitto. Assenza di contatti con i palestinesi. In senso opposto: tentativo (svanito) di raggiungere un accordo di pace con la Siria. Voto: Insufficiente

ECONOMIA – Disoccupazione in calo; stabilità economica; fiducia internazionale; grandi iniziative di costruzione di infrastrutture (edilizia, ferrovie, autostrade, ricerche di gas naturale…) Voto: Molto bene

PROCESSO DI PACE – Gelo con Anp, rafforzamento Hamas. Scarso polso verso coloni violenti. Moltiplicazione di attacchi a moschee e luoghi di culto cristiani. Voto: Insufficiente

POLITICA INTERNA – Prestigio dei partiti in grande ribasso, per il moltiplicarsi di casi di opportunismo e di corruzione. Leggi liberticide o limitatorie approvate alla Knesset. Crisi della carta stampata anche come conseguenza del free-press filo governativo Israel ha-Yom. Voto: Insufficiente