di Anna Balestrieri
A raccontare quei momenti dall’interno sono ora alcune conversazioni telefoniche intercettate dagli investigatori federali statunitensi. Dalle trascrizioni emerge un tono di entusiasmo e, in diversi passaggi, di scherno. I due ridono mentre commentano ciò che sta accadendo e l’eventualità delle conseguenze militari per Gaza.
Alle prime ore del 7 ottobre 2023, mentre l’attacco di Hamas contro Israele era già in corso, nella Striscia di Gaza alcuni uomini si organizzavano per attraversare il confine e unirsi all’offensiva. A raccontare quei momenti dall’interno sono ora alcune conversazioni telefoniche intercettate dagli investigatori federali statunitensi, rese pubbliche nell’ambito di un procedimento giudiziario.
Le telefonate riguardano Mahmoud Amin Ya’qub al-Muhtadi, arrestato in Louisiana nel 2025. Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe fatto parte del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FPLP) e delle sue Brigate della Resistenza Nazionale e avrebbe organizzato un gruppo armato diretto verso Israele durante l’attacco. Gli atti processuali statunitensi sostengono inoltre che, successivamente, avrebbe fornito informazioni false nella domanda per ottenere il visto d’ingresso negli Stati Uniti.
Le conversazioni, registrate e successivamente tradotte dall’arabo all’inglese, mostrano la concitazione delle ore immediatamente successive all’inizio dell’assalto. Gli uomini cercano mezzi di trasporto, armi e informazioni, mentre il confine con Israele viene descritto come improvvisamente accessibile.
Alle 8.12 del mattino Al-Muhtadi telefona a un conoscente e lo invita a prepararsi. Gli comunica che «i confini sono aperti» e che altre persone stanno passando a bordo di un pick-up Toyota per dirigersi verso Israele.
Le battute sulla guerra che sta appena cominciando
Circa mezz’ora dopo, ancora a Gaza, Al-Muhtadi e il suo interlocutore parlano dell’attacco. Dalle trascrizioni emerge un tono di entusiasmo e, in diversi passaggi, di scherno. I due ridono mentre commentano ciò che sta accadendo e l’eventualità delle conseguenze militari per Gaza.
Uno dei passaggi riportati dagli investigatori riguarda proprio la distruzione che, secondo Al-Muhtadi, sarebbe presto arrivata nella Striscia. L’uomo afferma che entro il pomeriggio metà di Gaza potrebbe essere devastata, aggiungendo ironicamente che del suo quartiere potrebbe rimanere soltanto il suo chiosco.
I due commentano anche la reazione degli israeliani. L’interlocutore sostiene che gli israeliani siano ancora sotto shock; Al-Muhtadi replica con una battuta legata alla festività ebraica di Simchat Torah, giorno in cui è iniziato l’attacco.
Le conversazioni mostrano inoltre che la notizia della presa di ostaggi era già circolata nelle prime ore dell’offensiva. Al-Muhtadi parla dei rapimenti come di un elemento destinato a entrare in una futura trattativa e prevede che un eventuale accordo sugli ostaggi possa condurre a un cessate il fuoco.
L’illusione di una guerra regionale
Nelle telefonate emerge anche una lettura geopolitica immediata degli eventi. Al-Muhtadi ipotizza che Siria e Libano possano entrare nel conflitto e arriva a parlare della possibilità di una «terza guerra mondiale».
La durata della guerra, secondo le sue parole, potrebbe essere di uno o due mesi oppure trasformarsi in un conflitto di logoramento.
È un esempio di quanto rapidamente, nelle ore dell’attacco, alcuni dei partecipanti immaginassero un possibile allargamento regionale della guerra. Queste affermazioni, naturalmente, documentano le aspettative degli interlocutori in quel momento e non costituiscono una previsione verificata degli sviluppi successivi.
Caffè, automobili e armi: la normalità dentro l’eccezione
Forse l’aspetto più sorprendente delle conversazioni è la loro quotidianità. Mentre in Israele l’attacco aveva già provocato morti, rapimenti e l’inizio di una guerra, gli uomini discutono di questioni apparentemente banali: chiudere o meno i negozi, trovare un mezzo di trasporto, procurarsi una saldatrice, prendere un caffè o capire quante persone possano entrare in automobile.
A un certo punto uno dei partecipanti afferma persino di voler raggiungere gli altri in Israele senza armi, perché non è riuscito a procurarsene.
Il contrasto tra la dimensione domestica delle conversazioni e la portata degli eventi ai quali gli uomini stanno partecipando restituisce un’immagine particolarmente concreta delle ore dell’invasione: l’eccezionalità dell’attacco si intreccia con la banalità delle decisioni pratiche necessarie per prendervi parte.
«Sono entrato»: il passaggio del confine
Alle 9.33 Al-Muhtadi comunica agli altri di essere riuscito a entrare in Israele e li invita a seguirlo. Nella conversazione continua a ridere e, secondo la trascrizione, ordina ai compagni di spegnere i telefoni.
I dati successivamente acquisiti dagli investigatori indicano che, intorno alle 10, il telefono dell’uomo si sarebbe collegato a una cella telefonica situata in territorio israeliano, nell’area di Kfar Aza.
Gli atti giudiziari non stabiliscono, tuttavia, sulla base delle informazioni rese pubbliche, se Al-Muhtadi abbia personalmente ucciso persone o preso ostaggi durante l’attacco.
Kfar Aza, il luogo dell’eccidio
Il punto in cui, secondo l’accusa, Al-Muhtadi sarebbe entrato in Israele si trova vicino a Kfar Aza, uno dei kibbutz maggiormente colpiti il 7 ottobre.
Circa 250 uomini armati raggiunsero la comunità, che contava all’epoca circa 950 abitanti. Secondo i dati riportati negli atti processuali, 62 residenti e 18 membri delle forze di sicurezza furono uccisi, mentre 19 civili vennero rapiti e portati a Gaza.
Nel procedimento americano viene inoltre citato il caso di Joshua Mollel, studente tanzaniano impegnato in un programma di scambio. Secondo gli investigatori, sarebbe stato accoltellato e poi colpito da almeno un membro delle Brigate della Resistenza Nazionale nell’area di Kfar Aza. L’accusa afferma che le circostanze dell’uccisione sono documentate da materiale video.
Dalla Striscia alla Louisiana
La vicenda non si conclude con il ritorno alla vita quotidiana dopo l’attacco. Nel gennaio 2024 Al-Muhtadi e la moglie, Nieama Hsnein Al-Ghazzawi, avrebbero lasciato Gaza passando dall’Egitto con l’obiettivo di trasferirsi negli Stati Uniti.
Secondo i procuratori americani, la moglie — cittadina statunitense — avrebbe contribuito alla procedura per ottenere il visto del marito, fungendo anche da sua sponsor.
L’accusa sostiene che nella documentazione per il visto siano state fornite informazioni false sulla sua esperienza con le armi, sull’appartenenza a gruppi armati e sui suoi presunti legami con organizzazioni terroristiche.
Al-Ghazzawi è stata incriminata con l’accusa di cospirazione finalizzata alla frode sui visti. Una parte del procedimento rimane tuttora secretata.
«Qui c’è libertà»
Anche dopo l’arrivo negli Stati Uniti, secondo gli investigatori, Al-Muhtadi avrebbe mantenuto contatti con persone legate alla sua precedente attività.
In un messaggio del settembre 2024, circa una settimana dopo il suo ingresso negli Stati Uniti, un conoscente lo avrebbe invitato a non comunicare con membri della «resistenza» e a non pubblicare contenuti online, avvertendolo che sarebbe stato sottoposto a sorveglianza.
La risposta di Al-Muhtadi, secondo gli atti, è improntata alla convinzione di trovarsi in un Paese dove le libertà individuali gli avrebbero consentito di esprimersi liberamente, fino a pubblicare immagini di Yahya Sinwar, allora leader di Hamas.
È un ultimo paradosso emerso dalle intercettazioni: l’uomo accusato di aver partecipato all’invasione del 7 ottobre interpreta l’ambiente americano soprattutto attraverso la lente della libertà di espressione, mentre gli investigatori ricostruiscono parallelamente il suo passato attraverso telefonate, messaggi e dati telefonici.
Le nuove trascrizioni non raccontano soltanto la preparazione materiale di un attraversamento del confine. Restituiscono soprattutto la dimensione immediata e quasi ordinaria con cui alcuni partecipanti vissero le prime ore di un evento destinato a trasformare radicalmente Israele, Gaza e l’intero Medio Oriente.



