di Pietro Baragiola
Ben 500 persone hanno presenziato alla serata, tenutasi al Léman Ballroom, per vedere con i propri occhi le collezioni dei 18 stilisti e marchi ebrei provenienti da Israele, Messico, Brasile e da diverse città degli Stati Uniti.
Giovedì 10 settembre l’orgoglio ebraico ha sfilato nel cuore di Manhattan con “I Love Jewish Girls”, il primo evento della New York Fashion Week interamente dedicato ai designer ebrei e israeliani.
Ben 500 persone hanno presenziato alla serata, tenutasi al Léman Ballroom, per vedere con i propri occhi le collezioni dei 18 stilisti e marchi ebrei provenienti da Israele, Messico, Brasile e da diverse città degli Stati Uniti. Tra gli spettatori c’era anche Fern Mallis, figura centrale nella nascita della New York Fashion Week, insieme al giovanissimo designer Max Alexander, di appena 10 anni.
Ad aprire la sfilata è stata l’artista Elizabeth Sutton, che ha indossato un abito accompagnato da un copricapo del brand Shani. Altri protagonisti sono stati Yosel Tiefenbrun, Aviad Arik Herman, Mikael Aghal, Yaron Minkowski, Shalosh, Miriya Love e Tomer Peretz.
La passerella si è riempita, così, di maglioni con le scritte “Stop Antisemitism” e “Chutzpah”, magliette con il messaggio “I Love Jewish boys”, capi decorati con Stelle di David, bandiere di Israele, costumi da bagno con simboli ebraici e persino un abito ispirato al tallit.
Anche la maggior parte dei modelli chiamati a sfilare era di origine ebraica, tra cui l’ex Miss Haifa 2024 Daniela Sonnenfeld, l’attrice Jenny Anne Hochberg, Miss Universe Israel Danielle Yablonka, il rapper Kosha Dillz, l’attivista Zach Sage Fox e il filantropo Ari Ackerman.
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Alejandro Glatt e l’idea del progetto
L’idea della sfilata è nata dall’artista ebreo-messicano Alejandro Glatt, che da tempo utilizza nei suoi lavori la frase “I Love Jewish Girls”. Per capire come il suo slogan sia arrivato fino a Manhattan bisogna però tornare alla fine di maggio e spostarsi in Florida.
Durante quel periodo, infatti, Glatt avrebbe dovuto partecipare alla Miami Swim Week con un bikini meticolosamente realizzato da lui, ma a due settimane dalla sfilata ha ricevuto una telefonata che avrebbe ostacolato i suoi piani.
“Mi dissero: ‘la tua arte è troppo politica, dobbiamo cancellarti e non possiamo più averti nello show” ha raccontato Glatt al sito Algemeiner, spiegando che questo “incidente di percorso” non gli ha comunque fatto rinunciare ai suoi obiettivi e, con l’aiuto di altri designer ebrei, ha organizzato un proprio showcase indipendente.
Il successo di questo progetto lo ha convinto a riproporlo su una scala più grande, a New York, dove, solo 4 mesi dopo, “I Love Jewish Week” è diventato un appuntamento della settimana della moda.
Ad aiutare Glatt nell’organizzazione di questa serata straordinaria sono stati Tobi Rubinstein, anche definita la “rabbina dell’industria della moda”, e la co-produzione di EPN Fashion Week insieme al Consolato israeliano di New York.
Dall’abbigliamento modesto al ready-to-wear fino all’alta moda, l’intera sfilata è stata divisa in diverse sezioni ma il filo conduttore è rimasto uno solo: mostrare, senza nasconderli, simboli e riferimenti all’identità ebraica.
Il messaggio della sfilata
In una recente intervista rilasciata ad Algemeiner, Rubinstein ha presentato la sfilata come una risposta culturale all’antisemitismo, sottolineando il legame storico tra la comunità ebraica e l’industria dell’abbigliamento newyorkese.
“Non ci nascondiamo” è questo che l’artista ha affermato di voler trasmettere al pubblico. “Non stiamo urlando per strada con odio e propaganda. Camminiamo sulla passerella per ricordare al mondo che ebraismo e moda sono profondamente intrecciati, dalla 7th Avenue di New York alle strade di Tel Aviv”.
Per sottolineare questo concetto, Rubinstein ha ricordato anche la statua del Garment Worker sulla 7th Avenue: l’opera che raffigura un anziano lavoratore con la kippah, chino sulla macchina da cucire.
“Quella statua non è stata messa lì recentemente o dopo il 7 ottobre” ha osservato Rubinstein. “È un simbolo dedicato al contributo dato per generazioni dagli immigrati ebrei alla crescita del Garment District e dell’industria della moda americana. Oggi ci troviamo in un periodo storico in cui anche la fashion industry è soggetta a molto antisemitismo. E allora cosa facciamo? Non ci nascondiamo”.
La serata ha avuto anche una forte componente musicale e culturale grazie al cantore israeliano Dudu Fisher e alla cantante iraniano-americana Ghazal Mizrahi, che si è esibita sul palco sia in ebraico che in farsi.
“È il momento di mostrarci e di prendere posizione, non soltanto per noi stessi ma anche per Israele” ha raccontato Fisher nel backstage. “Per duemila anni hanno cercato di ucciderci e noi siamo ancora qui. E resteremo qui ancora per molti, molti anni.”
Yael Hashavit, responsabile degli Affari culturali del Consolato israeliano a New York, alla Jewish Telegraphic Agency ha parlato invece di “resilienza” di fronte all’aumento dell’antisemitismo: “continuiamo a mostrare la nostra neshama, la nostra anima, il nostro spirito e la nostra capacità di creare bellezza attraverso colori, tessuti e immaginazione”.
“I Love Jewish Girls” si è ufficialmente conclusa con il suono dello shofar in vista dell’inizio di Rosh Hashanà. Un ultimo gesto simbolico per una serata nata con l’obiettivo di trasformare la passerella in qualcosa di più di una semplice vetrina di moda: in una dichiarazione pubblica di identità, creatività e orgoglio ebraico. E così, le luci della Fashion Week, per una sera, si sono spente su una passerella piena di Stelle di David.



