La protesta continua

Israele

E’ cominciato tutto 16 giorni fa, con la protesta delle “tende”:  decine di giovani accampati con le loro tende lungo boulevard Rothschild, a Tel Aviv. La ragione della protesta  era il costo delle case, che negli ultimi tempi è aumentato fino al 16%. I giovani, benchè occupati, non riescono più ad accedere all’acquisto della casa; e anche gli affitti sono diventati insostenibili.


Con il passare dei giorni il numero delle tende è aumentato, e al costo della casa, si è aggiunta la protesta contro il caro vita in generale: dai latticini, alla benzina, dall’università, ai cellulari, all’elettricità. Servizi e beni di consumo in Israele hanno costi superiori alla media europea e americana. Benchè l’economia stia crescendo del 4-5% annuo, gli israeliani si sentono più poveri, anche se istruiti e con un lavoro di livello medio-alto.

La protesta dopo due settimane è sfociata ieri, sabato 30 luglio,  in una imponente manifestazione nel centro di Tel Aviv dove si sono radunate più di 100.000 persone. Lo slogan che ha accompagnato i manifestanti lungo tutta la giornata fino a tarda notte è stato “vogliamo giustizia sociale, non carità”, ovvero: controllo dei prezzi da parte del governo; standards d’istruzione uguali in tutto il paese; servizi scolastici gratuiti sin dai primi anni di vita; insegnamento universitario gratuito; sanità pubblica di qualità per tutti; salari migliori e maggiori benefits per i dipendenti pubblici.

“Non siamo qui per lamentarci, ha dichiarato al Jerusalem Post Yael Sinai, rappresentante dell’associazione studentesca dell’Università di Gerusalemme; “siamo qui per reclamare un nostro diritto”.
“Abbiamo buone occupazioni, un’istruzione di alto livello, facciamo volontariato, prestiamo servizio militare e partecipiamo attivamente ai movimenti giovanili, ma non possiamo permetterci di allevare i nostri figli” osserva un’altra degli indignados, Shelley Dvir. “Il mio stipendio è aumentato, ma quello che posso permettermi è sempre meno”.

Un aspetto interessante della protesta dei giovani israliani è che si è sviluppata dal basso senza alcun coinvolgimento del sindacato dei lavoratori (Histadrut), e libero da “tutele” politiche. A mettere insieme le persone, a chiamarle a raccolta è bastato il tam tam su facebook.

Ieri, oltre che a Tel Aviv, manifestazioni di protesta si sono svolte anche in altre città israeliane: a Gerusalemme sono scese in strada 10.000 persone; a Haifa erano 8000, e a Be’er Sheva 3000. Proteste poi si sono avute ad Ashdod, Kiryat Shmona, Modi’in, Ashkelon, e anche a Nazareth dove alle manifestazioni hanno partecipato sia ebrei che arabi.

A fianco degli “indignados” israeliani, anche alcuni big della musica come Berry Sakharof e Yehuda Poliker, che si sono esibiti a Tel Aviv; e Harel Skaat e Aviv Geffen in concerto a Gerusalemme.

Rimane ora da vedere quale sarà la risposta di Benjamin Netanyahu e del suo governo.
Ofir Akunis, rappresentante in Parlamento del Likud, ha affermato che il primo ministro sta creando uno speciale gruppo di lavoro per lo studio dell’abbassamento delle tasse. Il ministro delle finanze Eini ha chiesto inoltre un incontro con i rappresentanti dell’Histadrut.
Certo è che non sarà facile per il governo trovare una soluzione, in un periodo peraltro caldo su molti fronti, a cominciare da quello palestinese. La dichiarazione di indipendenza della Palestina, attesa per settembre all’assemblea dell ‘Onu, si preannuncia infatti carica di conseguenze.

Intanto, comunque, altre manifestazioni si stanno preparando per la settimana entrante; la protesta continua.

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