La più grande manifestazione della storia di Israele

Israele

Per il terzo sabato consecutivo gli israeliani sono scesi nelle piazze. Secondo le stime della polizia, i manifestanti erano più di 300.000 solo a Tel Aviv. E poi 20.000 a Gerusalemme, 3000 a Kyriat Shmona; persino in una località turistica come Eilat sono scese in piazza 1000 persone. Quella di ieri, per alcuni è stata la manifestazione più imponente che si ricordi in Israele.
A riversare per le vie di Tel Aviv così tante persone, a far montare la rabbia della gente, pare sia stato anche il voto in Parlamento, settimana scorsa, di una legge sui permessi di costruzione di nuove case. “Questa legge non permette di proporre la costruzione di case a prezzi alla portata di tutti”, ha detto Stav SHafir, uno dei dirigenti del movimento. “Ancora una volta saranno i ricchi e le imprese di costruzione gli unici a beneficiarne”. Netanyahu continua ad ignorare le domande dei dimostranti, dicono i leaders della protesta che chiedono con forza le dimissioni del governo.
A fianco dei giovani che a luglio hanno dato avvio alla “protesta delle tende” si è schierato anche il forte e ampio sindacato dei dipendenti pubblici, la Histadruth; ma ci sono anche alcuni attivisti rappresentanti dei coloni della Cisgiordania, e anche piccoli gruppi dell’estrema destra.
La “protesta delle tende” dunque conferma il suo carattere apolitico e trasversale all’arco dei partiti in parlamento. E si va delineando sempre più invece come movimento di protesta generale, per il welfare state, che coinvolge e unisce generazioni diverse. Non è più solo un movimento di contestazione giovanile, ma qualcosa di più ampio e profondo, che secondo alcuni sta riportando Israele sulla strada di quegli ideali e valori di giustizia sociale che sono sempre stati, sin dalla nascita, il suo segno distintivo.

In una intervista che appare oggi su “La Stampa”, il regista israeliano Amos Gitai afferma che con queste dimostrazioni di piazza, gli israeliani, si sono ispirati alla “primavera araba”. La ribellione al governo, alla sua politica interna, alla sua politica economica, differenzia questo movimento da tutti quelli precedenti della storia d’Israele. “La gente della mia generazione, osserva Gitai, faceva la guerra o parlava di negoziazione, di pace, ma non si interessava alla vita economica, alla vita quotidiana del paese”.
Per David Grossman, questa protesta in cui padri e figli marciano fianco a fianco, per chiedere le medesime cose, è forse il segnale di un cambiamento in atto fra gli israeliani. Grossman sulle pagine di “Repubblica” di ieri, parla emblematicamente di un “popolo nuovo”. Gli israeliani sembrano finalmente usciti dal torpore in cui erano caduti da decenni, osserva Grossman, dove “ognuno pensava per sè”.
“La gente si è svegliata, si è aperta a un’iniziativa che ancora non si sa dove ci porterà, che non è ancora del tutto comprensibile o descrivibile a parole ma che si chiarisce e prende forma leggendo gli slogan che, usciti d’un tratto dal guscio dei cliché, si trasformano in sentimenti vivi: “Il popolo vuole giustizia sociale, non carità!”.
Secondo Grossman il movimento di protesta che si è formato può proporre un “dialogo tra chi, da decenni, non si parla più. Tra classi sociali diverse e distanti, tra religiosi e laici, tra arabi ed ebrei […], un dialogo che potrebbe anche salvare qualcosa del senso di solidarietà reciproca al quale un paese come il nostro non può permettersi di rinunciare”.
Nell’aria, osserva Grossman, si sente che sta tornando “qualcosa di dimenticato: il rispetto per noi stessi. Per il singolo e per tutto Israele”.

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