I volti di Israele

Israele

I media, condizionati dal vertiginoso succedersi degli eventi, trascurano spesso notizie della realtà israeliana, legate a processi a lungo termine in atto nella società.

Per decenni siamo stati abituati ad una visione dicotomica dello Stato o, meglio, della maggioranza ebraica della sua popolazione. Ebrei di origine europea, per lo più askenaziti, e olim dal mondo islamico, orientali-sefarditi. Laici e religiosi, altra suddivisione che ha caratterizzato a lungo il quadro per gli osservatori superficiali e gli analisti ad un tempo. Questo stato di cose, storicamente, era giustificato dalle origini dell’Yishuv, dalle generazioni fondatrici, in gran parte ribelli ad una condizione diasporica caratterizzata, specialmente nell’Europa Orientale, dalla Ortodossia religiosa. Le prime alyot sioniste, sebbene abbiano portato anche olim tradizionalisti, hanno creato un mondo “laico”, ponendo l’accento su una cultura ebraica rinnovata per uomini “rigenerati” dal lavoro produttivo, dal ritorno alla Terra, lavorandola, nella rinascita della lingua degli Avi, nell’evidenziare la Bibbia a scapito di quasi duemila anni di letteratura rabbinica, contrapponendo la riconquista del Paese “antico-nuovo” alla triste condizione del Galuth.

Quante volte si è sentito affermare che in Erez Israel si stava creando un ebreo “nuovo”, nel fisico e nello spirito, a cui non erano più necessarie le sovrapposizioni dei precetti della Tradizione, strumenti di difesa e di sopravvivenza in un mondo ostile e di differente cultura!

Sebbene il dibattito si sia perpetuato fino ad oggi, esso si è alquanto attenuato. I motivi sono molteplici. Dal ’48 masse di olim in gran parte ancora legati alla religiosità , se non all’osservanza, hanno scardinato socialmente, culturalmente e infine politicamente, il modello che i Padri fondatori avevano creato e perfezionato nei primi decenni del secolo ventesimo. L’ideologia laico-socialistica si è esaurita come idea-forza, come alternativa di cultura, sia per la globalizzazione neocapitalistica mondiale, nelle sue mode , sia per la alyà dall’ex-Unione sovietica, naturale avversaria di ogni tendenza “sinistrorsa”, sia pure avulsa, per ragioni storiche, da contenuti ebraico-tradizionali. L’israeliano laico, sottoposto, nel quotidiano, alle tensioni della geopolitica, senza, salvo brevi, illusorie, tregue, e al trend planetario del consumismo, da un lato e, dopo il ’67, al contatto dei luoghi pregni di richiami ancestrali, in primis, Gerusalemme est e Hevron, ha “riscoperto”, per così dire, le radici ebraiche , esprimendo questa apertura in vari modi.

Alcuni hanno compiuto il proprio ritorno con la Teshuvà nella riconquista della osservanza ortodossa, delle mizvoth della Tradizione. Altri, in misura crescente, pur non impegnandosi ancora nella ortoprassi, hanno espresso un interesse sempre più organico per il retaggio letterario, filosofico, ideologico dei millenni di Israele popolo-civiltà. Così, da qualche lustro, si sono fondati istituzioni, circoli e gruppi di studio nei kibbuzim e nei centri urbani, alla riscoperta dei tesori della nostra letteratura, dalla Bibbia, anche nei commenti classici, al Corpus rabbinico, ai costumi delle diverse comunità, nelle loro costumanze, nella loro musica, nelle specifiche caratteristiche linguistiche. Ma soprattutto questo processo intellettuale ha prodotto un avvicinamento graduale tra osservanti, i datim più aperti, gli scopritori della “libreria ebraica”, come, pittorescamente, si è descritto questo moto di coscienze. Il leit-motiv è “conoscere” per “conoscersi”. L’iniziative dei “laici’” hanno prodotto incontri, non solo occasionali, di studio comune dei testi, in simposi su temi di comune interesse, consci che la preoccupazione per l’ignoranza e l’indifferenza delle giovani generazioni costituisca un pericolo non meno grande dell’ostilità araba e islamica.

Conoscendo, intimamente, il Centro Yaakov Herzog nel kibbuz Ein Tzurim, istituzione del Kibbuz datì (Organizzazione delle colonie collettivistiche religiose), posso seguire da anni gli sviluppi concreti di un processo in atto che, senza dubbio, arrecherà frutti duraturi a lunga scadenza. Con Ghili Zivan, direttrice del Merkaz Herzog, passo in rassegna la vasta gamma di attività dell’Istituzione. Dalle giornate settimanali, rispettivamente dedicate allo studio di Erez Israel, con gite periodiche, all’Uomo che ricerca il significato della esistenza, al “Popolo sulle tracce del proprio destino”, corsi annuali dedicati ad una Diaspora specifica, nella sua storia, nel retaggio culturale, con viaggio finale nel Paese trattato (Quello in Italia avvenne quattro anni addietro).
“Noi siamo stati tra i primi, del settore ortodosso, ad aprirci al vasto pubblico. Nei nostri incontri e nei corsi partecipano persone provenienti da tutte le fasce della popolazione. Con kippà e senza. Veterani e olim o immigrati futuri, alludendo al corso annuale per attivisti delle comunitàrusse” mi dice Ghili, e mi mostra il programma di lavoro del 5768. Corsi per le donne del Sud del paese, per gruppi in visita dalla Golà e , ultima creazione dell’Herzog, l’anno di preparazione per le ragazze religiose che desiderino rafforzare la propria preparazione ebraica alla vigilia del servizio militare, nella vicina Massuoth Itzach.
“Come spesso avviene, le richieste comportano nuove incombenze e sfide da affrontare. Lo spazio a nostra disposizione si è ristretto e abbiamo progettato nuovi edifici, per un Auditorium e classi e la biblioteca, arricchitasi da lasciti di migliaia di volumi. Guardiamo sempre più al Kelal Israel, qui e nella Diaspora, per coinvolgerlo attivamente nella costruzione del nostro futuro!” conclude Ghili.

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