Il palco del Peace Summit

A Tel Aviv il summit della pace: migliaia in piazza per rilanciare la partnership israelo-palestinese 

Israele
di Anna Balestrieri

Migliaia di persone si sono riunite a Tel Aviv per il terzo People’s Peace Summit, un grande incontro promosso dalla coalizione “It’s Time”, che riunisce oltre 80 organizzazioni israeliane impegnate nella coesistenza, nei diritti umani e nella costruzione della pace. Il messaggio centrale dell’evento è stato netto: la pace non deve più essere considerata un’utopia marginale, ma una necessità politica, sociale e morale.

All’Expo Tel Aviv si sono incontrati attivisti storici, studenti di scuole bilingui, famiglie, religiosi e laici, ebrei e arabi, donne con hijab, uomini con kippah e tzitzit, giovani dei movimenti socialisti e rappresentanti di organizzazioni come Standing Together, Women Wage Peace, Parents Circle-Families Forum, Rabbis for Human Rights e Breaking the Silence.

La giornata è stata articolata in panel, workshop, proiezioni e spettacoli musicali. I temi affrontati hanno incluso Gaza, la Cisgiordania, la violenza dei coloni, l’annessione, il futuro politico di Israele e la possibilità di costruire un nuovo ordine regionale non fondato sulla guerra permanente.

Il cuore politico del summit è stato il richiamo a una partnership ebraico-araba come condizione indispensabile per il futuro di Israele. Diversi interventi hanno insistito sull’idea che nessuna soluzione stabile possa nascere dall’esclusione dei cittadini arabi israeliani o dall’ignorare la leadership palestinese.

Particolarmente forti sono state le testimonianze dei familiari delle vittime del 7 ottobre e dei palestinesi colpiti dalla guerra a Gaza. Mai Peri, nipote dell’attivista pacifista Chaim Peri, ucciso dopo essere stato rapito da Hamas, ha spiegato che la pace non è una favola in cui “credere”, ma una condizione concreta di sicurezza in cui simili tragedie non debbano più ripetersi.

Dalla Striscia di Gaza, Wouroud Amir, madre di quattro figli, ha inviato un messaggio video in cui ha parlato della paura, della perdita del fratello e della stanchezza condivisa da madri e bambini israeliani e palestinesi. “Gli esseri umani sono più importanti della vittoria politica” è stato uno dei passaggi più significativi del suo intervento.

Sul palco sono intervenuti anche leader religiosi e attivisti che hanno denunciato l’uso della fede per giustificare la violenza. Rabbine, pastori e rappresentanti musulmani hanno richiamato ebraismo, cristianesimo e islam a un compito comune: difendere la dignità umana e opporsi alla vendetta.

La dimensione culturale ha avuto un ruolo centrale. Dana International ha cantato una versione techno di “Oseh Shalom”, mentre Achinoam Nini, Noor Darwish e il Rana Choir hanno eseguito una versione ebraico-araba di “Bella Ciao”. La musica è diventata parte del messaggio politico: trasformare il dolore in mobilitazione collettiva.

Il summit ha mostrato anche le tensioni interne al campo pacifista. La partecipazione palestinese è rimasta limitata, soprattutto a causa delle restrizioni di movimento imposte dopo il 7 ottobre. Tuttavia, gli organizzatori e diversi partecipanti hanno sostenuto che proprio questa difficoltà renda ancora più urgente costruire fiducia dentro e oltre i confini.

In vista delle prossime elezioni israeliane, molti interventi hanno indicato la necessità di un’alternativa politica concreta. Alcuni parlamentari hanno sostenuto che senza cooperazione con i partiti arabi non sarà possibile formare una maggioranza né cambiare rotta rispetto a guerra, occupazione e annessione.

Il messaggio conclusivo del summit è stato insieme fragile e ambizioso: rendere di nuovo popolare la parola “pace”. In un contesto segnato da anni di guerra, ostaggi, lutti e distruzione, l’incontro di Tel Aviv ha cercato di dimostrare che esiste ancora una parte della società israeliana e palestinese disposta a immaginare un futuro diverso.