La bandiera della Brigata Ebraica e la bandiera dello Stato di Israele: alcune riflessioni

Personaggi e Storie

di Samuele Rocca

Per la leadership sionista e per l’Agenzia Ebraica, rappresentante politico dell’Yishuv, la comunità ebraica nei territori del Mandato britannico, lo scoppio della Seconda guerra mondiale fu percepito anche come un’opportunità per conseguire «diritti politici sul campo di battaglia» attraverso la creazione di una forza militare ebraica che combattesse sotto una propria bandiera, nella speranza di ottenere il sostegno britannico alla fondazione di uno Stato ebraico nella Terra d’Israele. Fin dall’inizio, la partecipazione degli ebrei dell’Yishuv all’esercito britannico fu accompagnata da un costante sforzo volto ad affermare una distinta identità nazionale all’interno dell’esercito britannico.

Tale identità si esprimeva attraverso l’uso della lingua ebraica, un ethos sionista condiviso e, soprattutto, attraverso simboli visibili: la volontà di affiancare alla Union Jack la bandiera bianco-azzurra del movimento sionista, di indossare insegne proprie e di cantare Hatikvah accanto a God Save the King. Le autorità britanniche inizialmente osteggiarono tali manifestazioni, ma con il tempo finirono per tollerarle, almeno informalmente. Già durante la Prima guerra mondiale, del resto, un precedente significativo era stato costituito dalla Legione Ebraica, i battaglioni 38°, 39° e 40° dei Royal Fusiliers, i cui membri parteciparono alla conquista britannica della Palestina ottomana. Dopo il conflitto, ciò che rimaneva di queste unità fu riorganizzato nel battaglione «First Judean», che adottò simboli esplicitamente ebraici: la menorah come emblema e il motto «Kadima». Anche in quel contesto, la bandiera sionista comparve accanto a quella britannica, anticipando sviluppi successivi.

Durante la Seconda guerra mondiale, tuttavia, la questione dell’identità ebraica si ripropose in forme nuove e più conflittuali. Fino al 1942, i soldati ebrei erano identificati unicamente dal distintivo «Palestine». Molti reagirono personalizzando le uniformi con l’acronimo «Eretz Israel» o con la stella di David, spesso applicata artigianalmente. Parallelamente, simboli sionisti non ufficiali iniziarono a comparire su veicoli e gagliardetti, soprattutto nelle unità di supporto come il Royal Army Service Corps e i Royal Engineers, alcune delle quali operarono anche nella campagna d’Italia. Se queste manifestazioni venivano generalmente tollerate nelle unità ausiliarie, i battaglioni di fanteria del Palestine Regiment incontrarono maggiori resistenze. La svolta avvenne nel settembre 1943, durante il cosiddetto “Affare della Bandiera”. In occasione di Rosh Hashanah, i soldati del 56° battaglione issarono la bandiera sionista nonostante il divieto del comando britannico. La protesta, accompagnata dal canto di Hatikvah, portò a sanzioni disciplinari ma ebbe anche un effetto duraturo: entro la fine dell’anno, le autorità britanniche riconobbero il diritto dei battaglioni ebraici a utilizzare simboli distintivi, pur continuando a vietare almeno ufficialmente la bandiera sionista.

La situazione cambiò radicalmente con la creazione della Brigata Ebraica nel settembre 1944. In una lettera del 5 agosto 1944 a Chaim Weizmann, Winston Churchill affrontò direttamente la questione della bandiera dell’unità. Su suggerimento di Weizmann, venne adottato il vessillo sionista: fondo bianco, due bande blu e stella di David al centro. Nonostante le preoccupazioni delle autorità britanniche e del governo del Mandato, timorose di reazioni ostili nel mondo arabo, la bandiera fu ufficialmente riconosciuta come emblema della Brigata. Fu tuttavia stabilito che essa non sarebbe stata esposta durante l’addestramento in Egitto o nel Medio Oriente, mentre sarebbe stata utilizzata una volta giunta al fronte italiano. La Brigata Ebraica combatté dunque in Italia sotto la bandiera sionista, accanto alla Union Jack, segnando un passaggio simbolico di grande rilievo: per la prima volta in epoca moderna, un’unità militare ebraica operava sotto un proprio vessillo nazionale. L’uniforme della Brigata rifletteva questa identità: il distintivo di manica riportava la dicitura Jewish Brigade Group in inglese e Hativa Ivrith Lochemeth in ebraico, accompagnata da un emblema con bande blu e bianche e una stella di David dorata. Il 3 aprile 1945, a Faenza, si tenne una cerimonia ufficiale di consegna della bandiera, alla presenza del brigadiere Benjamin e di Moshe Shertok. In quell’occasione, Shertok in un discorso in ebraico collegò la bandiera esplicitamente all’idea di una nazione ebraica e al progetto sionista. La Brigata Ebraica rappresentò così non solo il culmine dell’impegno sionista durante la guerra, ma anche un passo concreto verso la creazione dello Stato di Israele. La bandiera sotto cui combatté, quella del movimento sionista, sarebbe divenuta, nel maggio 1948, la bandiera ufficiale dello Stato ebraico.

Alla luce di questi fatti, appare evidente il significato storico di quel vessillo. Impedirne oggi l’esposizione in contesti commemorativi equivale a una distorsione della memoria storica cosi come è un’ingiuria non permettere di sventolare la bandiera a stelle e strisce durante le celebrazioni del 25 aprile. Si tratta di una rimozione che non solo impoverisce la comprensione del passato, ma rischia anche di alimentare letture ideologiche e anacronistiche. Nel contesto della campagna d’Italia (luglio 1943 – maggio 1945), in cui la Brigata Ebraica operò, le forze alleate mobilitarono oltre 1,3 milioni di uomini. Le perdite furono ingenti: circa 312.000 tra morti e feriti, di cui 19.475 appartenenti alla Quinta Armata statunitense. In questo quadro, il contributo della Brigata Ebraica si inserisce a pieno titolo nella più ampia lotta contro il nazifascismo e per la liberazione dell’Europa.

Fonti: sulla lotta per l’affermazione dell’identità ebraica, Yoav Gelber, The Struggle for a Jewish Army, Jewish Palestinian Volunteering in the British Army During the Second World War II (Yad Ben Zvi, Jerusalem 1981), 223-278; sulla lotta per il diritto di issare la bandiera nazionale, pp. 229–267, sull’uso della bandiera del movimento sionista, 448-450; lettera di Churchill a Weitzmann – C.Z.A. Z-4/14696 II – 5.8.1944; sul riconoscimento della bandiera del movimento sionista; l’autorizzazione a issare la bandiera sionista esclusivamente in Italia, e non in Egitto o in Medio Oriente; Winston Churchill a Chaim Weizmann, C.Z.A. S-25/5092 28.10.1944; PREM 4/51/9 22.9.1944 Rowan to Bridges/McGregor to Martin 5.10.1944 and Martin to Churchill 6.10.1944; sul distintivo, 450; War Office to Headquarters in Algier and Cairo – W.O. 32/10874 – 27.9.1944; Shertok a Cohen C.Z.A. S-25/6072 22.9.44; vedi anche i giornali Le Hayal 30.9.1944; J.T.A. (Jewish Telegraphic Agency News) 11-1-1944; Samuele Rocca & Cristina Bettin, “Fighting – Rescuing and Building – The Jewish Palestinian Soldiers in Italy”, Modern Judaism 44, 2024; Samuele Rocca, “The Fighting Experience of the Jewish Brigade Group and Its Influence on the Creation of the IDF”, Nuova Antologia Militare (NAM 24, 6, 2025), 383-430.

 

Dr. Samuele Rocca

* School of Design, Haifa University; School of Architecture, Ariel University