Da sinistra, David Elber e Stefano Parisi

Le false accuse di genocidio a Israele: un evento fa chiarezza

Eventi

di Anna Balestrieri
“Quando si sparano 350 colpi, sincronizzati per attaccare Israele nello stesso momento, quando si usano tre tipi di armi fondamentalmente diverse – missili da crociera, missili balistici e UAV, si sta cercando di penetrare le difese di Israele e di uccidere degli israeliani. L’amministrazione statunitense ci sta dicendo: “Questa è una vittoria, avete già vinto bloccando i missili. Non c’è bisogno di altre azioni”. No, non è una vittoria. Sì, è un notevole successo dei sistemi di difesa aerea di Israele, ma non è una vittoria. Quando un bullo cerca di colpirti 350 volte e ci riesce solo sette volte, NON hai vinto. Non si vincono le guerre solo intercettando i colpi del nemico, e non lo si dissuade. Il nemico ci proverà più intensamente, con armi e metodi migliori, la volta successiva. Come si fa a scoraggiarlo? Esigendo un prezzo profondamente doloroso. Non è corretto dire che “nessuno si è fatto male”. C’è una bambina arabo-israeliana di 7 anni, di nome Amina Elhasuny, che sta lottando per la vita. Ecco chi ha colpito il codardo Khamenei. La Repubblica Islamica dell’Iran ha commesso un grosso errore. Negli ultimi 30 anni ha seminato il caos nella regione attraverso i suoi proxy. Una piovra del terrore con la testa a Teheran e i tentacoli in Libano, Yemen, Iraq, Siria e Gaza.”

È con le parole di Naftali Bennett, ex primo ministro israeliano, intese ad affermare che Israele debba rispondere nello stesso modo in cui avrebbero risposto gli Stati Uniti se 330 missili e droni fossero stati lanciati verso le città americane che lUnione Associazioni Italia-Israele ha voluto aprire l’incontro di martedì 16 aprile.

A seguito dell’attacco missilistico più concentrato in quantità e tempo mai visto nella storia recente, conclusosi con una vittoria di Israele che ha neutralizzato buona parte degli ordigni già sopra ai cieli di Siria e Giordania, si torna ad interrogarsi sul significato del termine “genocidio”.

L’incontro è stato condotto dal commentatore David Elber (a sinistra nella foto), che con un’accurata disamina del significato del termine “genocidio” ha cercato di spiegare perché la sua definizione non possa essere applicata al caso palestinese a Gaza.

Elber ha inserito l’accusa di genocidio mossa da alcuni stati capeggiati dal Sudafrica all’interno della serie di accuse infondate mosse ad Israele dal 7 ottobre in poi, inclusa quella d’aver attaccato l’ambasciata iraniana a Damasco, causando la rappresaglia dello stato islamico. La necessità di una risposta militare di Israele all’attacco iraniano non può d’altra parte prescindere dalla consapevolezza che colpire l’Iran avrebbe impatti economici insostenibili sul mondo intero. Un prezzo che nemmeno gli alleati di Israele, in primis gli Stati Uniti in piena campagna elettorale, sembrano disposti a pagare. E la ragione per cui il governo Biden è tanto recalcitrante e moderato nella gestione pressante su Israele anche per Gaza.

Elber ha condotto i partecipanti in un viaggio nel concetto di genocidio, coniato come termine dal giurista ebreo Raphael Lemkin nel 1944 ed utilizzato come base giuridica sia nel processo di Norimberga sia nella successiva convenzione contro il genocidio. Quanto specificato nell’articolo 2 della convenzione, l’intenzionalità dei crimini commessi per “distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale” è ciò che, secondo Elber, estromette il caso della guerra presente a Gaza dai casi sanzionabili. È stato grazie all’appello all’articolo 9 della convenzione che il Sud Africa ha potuto rendersi parte della controversia, portando Israele di fronte alla Corte di Giustizia internazionale, un organo, tiene a specificare Elber, politico e non giuridico dell’ONU, in cui ogni regione del mondo elegge i propri giudici.  Nel caso presente, gran parte dei giudici eletti apparteneva a stati che non riconoscono il diritto all’esistenza di Israele, sono “espressione dei governi degli stati che li hanno fatti eleggere”.

Un “teatrino mediatico” presso una corte non imparziale cui Israele, secondo il commentatore, doveva rifiutarsi di partecipare. L’accusa di genocidio di cui il Sudafrica si è reso ambasciatore all’ONU, ha, secondo il commentatore, il chiaro intento politico di delegittimare lo stato d’Israele. Una riprova sta nel fatto che né l’Iran né Hamas o l’Autorità Palestinese siano mai stati messi sul banco degli imputati. Nel domandarsi perché Israele non abbia iniziato la sua “soluzione finale palestinese” in Cisgiordania, Elber ha ricordato come in quei territori l’odio antiebraico sia impartito nelle scuole, come vengano ricompensate le famiglie dei martiri che uccidono ebrei ed un codice penale commini pene detentive a quanti vendano terre ad ebrei. Un organismo politico di governo che ha a capo Abu Mazen, la cui tesi di laurea era basata sulla negazione dell’Olocausto.

La questione di imputare volontarietà nella condotta militare di Israele è al centro di dibattiti e analisi. Alcuni argomenti a sfavore includono l’assenza di ordini diretti per massacri indiscriminati. Non ci sono prove documentate di una politica intenzionale di questo genere da parte dell’alto comando militare israeliano. Inoltre, le azioni militari israeliane sono spesso condotte con l’obiettivo di colpire specifici obiettivi militari, cercando di minimizzare il numero di vittime civili. Israele ha anche impiegato diverse tecniche di avvertimento per la popolazione civile, come SMS, volantini e la tecnica del “roof knocking”, per consentire ai civili di evacuare le zone target prima degli attacchi.

Secondo il diritto internazionale, gli edifici civili utilizzati per scopi militari possono diventare obiettivi legittimi. Israele afferma di mirare a tali edifici solo quando vengano impiegati per scopi militari e sostiene che l’uso della popolazione civile come “scudi umani” da parte di gruppi armati palestinesi costituisca una chiara violazione delle leggi di guerra, rendendo più difficile per le forze israeliane condurre operazioni militari senza causare danni civili.

Durante l’incontro è brevemente intervenuto Stefano Parisi (a destra nella foto), presidente dell’Associazione Setteottobre, ribadendo la propria incomprensione per l’atteggiamento remissivo dell’Occidente nei confronti dei terroristi e il mancato appoggio ad Israele nella battaglia contro un nemico comune.

Più di 50 persone hanno partecipato a “Le false accuse di genocidio e la verità dei fatti” con David Elber e Stefano Parisi.