Non smetteremo mai di danzare

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Cosa accade dopo un attentato kamikaze?. Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele, in un libro del giornalista Giulio Meotti

Rievocare le vittime, raccontarle come se formassero una catena esistenziale indissolubile, per me era l’unico modo per non lasciarle andare via. Leggere questi racconti è un atto di solitudine volontaria contro l’abbandono di cui furono vittime queste migliaia di giovani e vecchi, bambini e infanti, donne e uomini.” Queste parole, scolpite nell’introduzione del suo nuovo libro, danno il segno di cosa abbia significato per Giulio Meotti scrivere il suo Non smetteremo di danzare: le storie mai raccontate dei martiri di Israele (edizioni Lindau). Un libro in cui il giornalista de Il Foglio tenta di restituire un nome e una storia ad alcune fra le 1723 vittime civili israeliane di questi ultimi dieci anni di guerre e attentati terroristici; storie e nomi talvolta offuscate da un opinione pubblica spesso incline a descrivere Israele come un Paese troppo forte e prepotente per poter aver anch’esso i suoi drammi e le sue sofferenze. Pagine che appaiono come una vera e propria dedica verso un Paese nei confronti del quale l’autore non ha mai nascosto il suo amore, in un rapporto privo di ogni legame di sangue e appartenenza familiare, nato per “dovere professionale” e cementatosi col tempo grazie ad una frequentazione sempre più assidua.


Meotti, qual è stata la genesi del suo nuovo libro?

L’idea del libro nasce nel 2003 quando ero in Israele per un documentario e ci fu un attentato ad Haifa, la città israeliana in cui maggiormente ebrei ed arabi convivono pacificamente fianco a fianco, in cui morirono 20 persone con intere famiglie distrutte. Laggiù capii veramente quello che Israele stava passando ed iniziò un lavoro di ricerca durato 5 anni. Nel libro cerco di offrire una diversa prospettiva del conflitto, evitando di addentrarmi in disquisizioni circa le cause storiche, i torti e le ragioni; soffermandomi invece sulle storie umane delle vittime israeliane di questi ultimi anni. Racconto circa 40-50 storie, molte delle quali intrecciate fra loro. Ne esce una sorta di grande “coro greco” che credo restituisca bene quella che è la grande famiglia d’Israele, con le sue molteplici differenze ma anche con la sua indissolubile unità di fondo.


Il titolo del libro. Che cosa significa non smetteremo di danzare e perché ha scelto la parola martire per descrivere le vittime d’Israele?

Per quanto riguarda non smetteremo di danzare, il riferimento è alla lapide esposta fuori dal Dolphinarium, la discoteca di Tel Aviv dove nel 2001 ci fu un tremendo attentato in cui persero la vita 20 ragazzi, quasi tutti immigrati dall’ex Unione Sovietica, e anche ad un passo della Bibbia che dice “trasformerò il tuo dolore in danza”. L’uso della parola martire vuole invece rimarcare la differenza tra la concezione del martirio nell’attuale tradizione islamista, dove una persona sceglie di morire per provocare la morte di altre persone e quella ebraica dove la vita viene al contrario santificata e la morte non è mai cercata anche se messa in conto pur di garantire la sopravvivenza alla propria nazione e al proprio popolo. Nel complesso il titolo vuole sottolineare il grande ottimismo e il grande amore per la vita che continua a pervadere la società israeliana pur a fronte di così tanta sofferenza. È la grande forza d’Israele.


Una delle obiezioni che qualcuno potrebbe muovere al suo libro è quella di essere entrato in profondità nel dolore generato dal conflitto ma di averlo fatto da una sola prospettiva. In fondo, anche fra i palestinesi sono morti tanti innocenti.

Certamente! Ma a queste critiche io rispondo così. Nel mio libro non troverete nessuna frase discriminatoria o contro i palestinesi. Questo non è un libro contro. Non è neanche un libro che tenta di analizzare il conflitto nelle sue peculiarità. Ho voluto semplicemente narrare una parte di storia, secondo me molto trascurata dalla maggior parte dei media. Inoltre, non bisogna dimenticare che la maggior parte dei morti israeliani sono morti civili, colpiti in momenti della loro vita quotidiana da persone che avevano il deliberato intento di fare più vittime possibili: per distruggere Israele nella sua routine, per colpirlo al cuore.


Cosa provava mentre scriveva?

Depressione e scoramento: quando ti avvicini a così tanto dolore, a meno di non essere totalmente cinico, non puoi non rimare toccato in profondità. Sono stato accolto dalla maggioranza delle famiglie delle vittime – io che non sono ebreo e che non avevo credenziali di amicizia da presentare – senza nessuna diffidenza. E mi sono accorto che ben pochi avevano raccontato queste storie prima di me. Riportare fuori dall’oblio la storia di Lipa Weiss, sopravvissuto ad Auschwitz dove perse tutta la sua famiglia, e che, dopo essere emigrato in Israele, perse un figlio ed una nipote, ha significato molto per me. Un uomo che nonostante i drammi continua a trasmettere una gioia di vivere straordinaria.


In Israele non ha mai incontrato invece, dei segnali di stanchezza o, peggio, di imbarbarimento, in una società che comunque è in guerra da più di 60 anni?

No, al contrario. Nonostante i 60 anni di guerra, la maggior parte dei suoi cittadini non nutrono sentimenti di odio verso i propri avversari. Questo secondo me è un grandissimo indicatore di vitalità. E poi molte altre cose ancora: il tentativo continuo, seppur non sempre pienamente riuscito, di mantenere una sorta di purezza delle armi o la capacità di ricostruirsi una vita dopo i lutti. Sono queste le cose che fanno d’Israele un Paese vincitore, nonostante tutto.


Secondo lei, arriveremo mai alla pace?

Credo di sì. Il conflitto è stato sequestrato per troppo tempo da forze estranee alle parti. Penso alla Siria, all’Iran, al Jihadismo internazionale. Arriverà un momento in cui le due parti, esauste da tutto il sangue versato, capiranno che il compromesso è l’unica via perseguibile. Il lavoro da fare però è soprattutto culturale. Pensate che l’Onu aveva proposto una mozione per inserire nei libri di testo palestinesi l’insegnamento della Shoah. Hamas ha protestato e la mozione è stata ritirata. Se si continua ad utilizzare questo approccio tutto diventa difficile. Anche se, come ho già detto, io rimango ottimista.


Giulio Meotti, Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele, prefazione di Roger Scruton, Lindau, Torino, collana I Draghi, pp. 359, euro 24,00