Taryn Thomas

Da attivista propal a fervente sionista. La storia di Taryn Thomas

Personaggi e Storie

di Nathan Greppi
A 16 anni aderisce alla causa palestinese. Ma dopo il 7 ottobre comincia ad avere i primi dubbi: “Israele non aveva ancora avviato l’invasione di terra. Eppure, in qualche modo, gli studenti di Stanford erano improvvisamente diventati esperti di genocidio. E io ero una di loro”. Ma dopo la visita a una mostra sul Nova Festival e poi un viaggio in Israele, cambia prospettiva. 

A dispetto della narrazione che paragona le condizioni dei palestinesi alle discriminazioni nei confronti degli afroamericani, nel corso della storia non sono mancati gli esponenti della comunità nera negli Stati Uniti che hanno difeso pubblicamente Israele: da Martin Luther King a Bayard Rustin, da Eldridge Cleaver a Dumisani Washington, passando per il pugile Floyd Mayweather.

Purtroppo, secondo un sondaggio condotto nel marzo 2026 dal Pew Research Center, negli Stati Uniti solo il 33% dei neri protestanti aveva un’opinione positiva d’Israele in quel momento.

La studentessa di Stanford

In alcuni casi, come quello di Cleaver, sono passati da un antisionismo radicale a posizioni filoisraeliane dopo aver visto la realtà con i propri occhi: è in questa scia che si inserisce l’esperienza di Taryn Thomas, studentessa afroamericana dell’Università di Stanford ed ex-attivista pro-Palestina, la quale ad un certo punto ha cambiato posizioni per prendere le difese d’Israele e promuovere le relazioni tra neri ed ebrei, in particolare sul suo profilo Instagram.

In un’editoriale uscito il 29 ottobre sul Times of Israel, Thomas ha raccontato che uno dei primi eventi che l’hanno portata a mettere in discussione le proprie certezze è stato quando, durante un viaggio in Israele, ha dovuto mettersi a terra a causa di un allarme per un missile vicino al mercato di Ramla. “Da qualche parte sopra di me, un dispositivo tecnologico stava cercando di intercettare un missile in arrivo dallo Yemen”, ha spiegato. “Per due anni avevo invocato il disinvestimento proprio da quel sistema che ora, invece, pregavo affinché funzionasse. Il missile non aveva letto i miei post”.

L’attivismo per Gaza

Ha raccontato che dopo il 7 ottobre 2023, sono bastati 13 giorni perché a Stanford venisse allestito l’accampamento degli studenti pro-Palestina: “Centinaia di famiglie non sapevano ancora se i loro cari fossero vivi. Israele non aveva ancora avviato l’invasione di terra. Eppure, in qualche modo, gli studenti di Stanford erano improvvisamente diventati esperti di genocidio. E io ero una di loro”.

Il suo avvicinamento al movimento propal partiva da lontano: “Avevo 16 anni la prima volta che ho visto delle bandiere palestinesi, durante una manifestazione di Black Lives Matter nel 2020. Chiesi a un’organizzatrice perché ce ne fossero così tante. ‘Perché sentono il nostro dolore’ – rispose –. ‘I palestinesi lottano per la liberazione dei neri da prima che tu venissi al mondo’. Ho annuito, grata che qualcuno, dall’altra parte del mondo, se ne preoccupasse”.

Convincendosi che le violenze nei confronti dei palestinesi fossero paragonabili all’omicidio di George Floyd, e che lo “stesso stivale che aveva schiacciato il suo collo stava schiacciando il loro”, Thomas non ha fatto altro che seguire la corrente: “‘Nessuno sarà libero finché la Palestina non sarà libera!’ gridavano, e io ripetevo a pappagallo parole che non avevo mai scelto. Contava una sola domanda: sei contro il genocidio, sì o no? […] Ho solo guardato e copiato. Ho smesso di essere una follower di quelli che loro smettevano di seguire. Ho imparato a dire: ‘Certo, il 7 ottobre è stato orribile, ma…’. Non mi fermavo mai solo a ‘orribile’”.

I primi dubbi

Thomas aveva già iniziato a cogliere i segnali che in seguito l’hanno spinta a mettere in discussione le proprie certezze nell’autunno 2023, quando “ho indossato la mia nuova kefiah a una veglia con le candele per Gaza. Eravamo a centinaia, in piedi nell’oscurità, a leggere nomi ad alta voce. Mentre ci andavo, ero passata davanti a un muro tappezzato di volantini con le foto degli ostaggi. Sopra i loro volti era stata scarabocchiata la scritta: ‘Niente giustizia, niente pace’. Le stesse parole che avevo gridato a sedici anni”.

Ha aggiunto: “Manifestavo per uno Stato palestinese, non contro uno Stato israeliano. Ma l’unica volta in cui accennai ai due Stati, i miei nuovi amici dell’accampamento si scambiarono uno sguardo. Uno di loro mi corresse, con delicatezza, come si corregge qualcuno che si sta rendendo ridicolo: credere che Israele debba esistere faceva di me una sionista”, il che per loro equivaleva a un insulto. “Ho detto ‘Hai ragione’ prima ancora di rendermene conto. Il giorno dopo, ero un antisionista. Come se lo fossi sempre stata”.

Le rivelazioni sul 7 ottobre

Dopo qualche mese, ha raccontato di aver ricevuto un’email inviata a diversi studenti non ebrei, che li invitava a visitare una mostra a Los Angeles sul massacro al Nova Music Festival. “Il mio dito ha indugiato sul tasto ‘elimina’. Poi ho deciso di andarci. Qualcuno doveva controllarla”.

Ma contrariamente alle sue aspettative, “la mostra era fatta di cose concrete: auto bruciate, file di scarpe abbandonate, toilette chimiche portatili di un bel giallo brillante crivellate di fori di proiettile, lì dove le persone avevano cercato di nascondersi. Nel corso di quell’anno avevo visto migliaia di immagini da Gaza, ma non avevo mai visto un singolo oggetto di quella mattina del 7 ottobre”.

Ha visto il video girato col cellulare da un ragazzo ventenne, della sua stessa età, che filmava mentre cercava di nascondersi. “Hanno ritrovato il video, ma non lui. E io sono arrivata al suo funerale con un anno di ritardo”. Dopodiché, ha ascoltato la registrazione della telefonata di un terrorista: “Un giovane chiamava casa dal telefono di una donna morta. L’aveva appena uccisa. ‘Papà, ho ucciso dieci ebrei con le mie stesse mani! Controlla su WhatsApp!’. Ho aspettato che suo padre si mettesse a urlare. Non l’ha fatto. ‘Che Dio ti benedica’, gli ha detto suo padre. Poi sua madre: ‘Avrei voluto essere lì con te’”.

Inorridita da ciò che aveva ascoltato, Thomas si è chiesta: “Era questo che chiamavamo resistenza? Erano questi i nostri martiri? Non ha detto che stava liberando la Palestina. Non ha parlato di occupazione. Ha detto ‘ebrei’. Non soldati, non coloni, non sionisti. Solo ebrei”.

 

Viaggio in Israele

Resasi conto di non conoscere davvero gli israeliani come persone, decise di visitare il paese. “Una famiglia drusa sulle Alture del Golan ha invitato il nostro gruppo a pranzo. I loro figli giocavano accanto ai resti di un missile adagiati sull’erba. […] Poco lontano, a Majdal Shams, l’estate precedente alcuni ragazzini stavano giocando a calcio quando un razzo proveniente dal Libano è piombato sul campo. Dodici di loro sono morti”.

Quando si è trovata a Ramla, “il cielo si è squarciato e tutto quello che riuscivo a pensare era: lo colpirà, lo colpirà, lo colpirà? Ho girato un poco la testa e l’ho vista: una sottile scia bianca che saliva per incontrarne un’altra”, in riferimento ai sistema difensivo dell’Iron Dome. “Persino buttata a terra, una parte del mio cervello cercava di ripetere la vecchia frase: ‘Certo, è una cosa orribile, ma…’. Non sono riuscita a finirla. Non c’era alcun ‘ma’ per un missile che mi puntava dritto alla testa”. È rimasta stupita nel vedere come, una volta intercettato il missile e cessato l’allarme, ognuno ha ripreso tranquillamente la propria routine, mentre a lei batteva ancora forte il cuore.

Ha spiegato di aver “pensato a Rami, la nostra guida palestinese a Gerusalemme est. Qualche giorno prima gli avevo chiesto cosa significasse per lui, concretamente, la libertà. Non ha esitato. Mi ha risposto che, finché i palestinesi aspetteranno che Israele scompaia, continueranno ad aspettare. Volevo ancora che la Palestina fosse libera. Questo non era cambiato. Ma Rami aveva scelto le sue parole. Io, le mie, le avevo soltanto prese in prestito da altri”.

Il rientro

Dopo aver preso il volo di ritorno, “appena atterrata, ho controllato il telefono. La mia migliore amica mi aveva bloccata senza dire una parola. Un’altra mi aveva scritto chiedendomi di rimuovere ogni sua foto dal mio profilo Instagram. Non ero ancora nemmeno uscita dal terminal. I miei amici avevano già deciso per me. Così, nel novembre 2025, sono uscita allo scoperto”.

Ha raccontato che “degli sconosciuti hanno scritto cose su di me online che non ripeterò. Le hanno condivise anche le persone con cui avevo manifestato. Ma nulla mi ha fatto male quanto vedere il nome di mio fratello in fondo ai miei messaggi: l’ultimo, di settimane prima, era rimasto senza risposta. È stato il momento peggiore della mia vita”.

Thomas ha concluso il suo racconto con queste parole: “Sono sopravvissuta. E lo rifarei. Perché da qualche parte, una sedicenne sta partecipando a una protesta e chiede a un organizzatore perché ci siano così tante bandiere. Riceverà la risposta come se fosse ovvia. Annuirà, grata che qualcuno dall’altra parte del mondo si preoccupi. Il missile non ha mai letto i miei post. Ma lei potrebbe farlo”.