Regno Unito, donna interrogata dalla polizia per il suo sostegno a Israele: era stata segnalata al programma antiradicalizzazione Prevent

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di Anna Balestrieri
La segnalazione che ha portato all’intervento delle autorità conteneva osservazioni sul suo interesse per il conflitto in Medio Oriente. Stando ai documenti di polizia ottenuti da Passmore attraverso una richiesta formale di accesso ai propri dati personali, la donna sarebbe stata descritta come una persona che si identificava eccessivamente con il conflitto israelo-palestinese e che manifestava un sostegno a Israele tale da essersi recata nel Paese.

Holly Passmore, 44 anni, madre di due figli e studentessa di studi sulla Shoah all’Università di Haifa, sarebbe finita sotto l’attenzione delle autorità britanniche per il suo attivismo a favore di Israele. Secondo quanto riportato dal Daily Telegraph e ripreso dal Jerusalem Post il 19 ottobre 2026, la donna è stata visitata da due agenti di polizia dopo essere stata segnalata al programma governativo Prevent, istituito per contrastare i processi di radicalizzazione e il rischio di estremismo.

La vicenda solleva interrogativi sul confine tra prevenzione del terrorismo, libertà di espressione e legittimo impegno politico, soprattutto quando le opinioni espresse riguardano un conflitto internazionale particolarmente controverso.

La segnalazione: «Troppo coinvolta nel conflitto israelo-palestinese»

A ricostruire l’episodio è stato il Telegraph, al quale Passmore ha raccontato di essere stata interrogata dagli agenti in merito a un suo recente viaggio in Israele. Secondo la donna, i poliziotti le avrebbero detto che poteva essere «a rischio di manipolazione».

La segnalazione che ha portato all’intervento delle autorità conteneva osservazioni sul suo interesse per il conflitto in Medio Oriente. Stando ai documenti di polizia ottenuti da Passmore attraverso una richiesta formale di accesso ai propri dati personali, la donna sarebbe stata descritta come una persona che si identificava eccessivamente con il conflitto israelo-palestinese e che manifestava un sostegno a Israele tale da essersi recata nel Paese.

Tra gli elementi citati nella segnalazione figurava dunque anche il viaggio in Israele, senza che questo costituisse, di per sé, un indicatore di attività terroristica.

La stessa documentazione, secondo quanto riferito dal Telegraph e dal Jerusalem Post, riconosceva esplicitamente che sostenere Israele non rappresenta una preoccupazione di natura antiterroristica, trattandosi di un Paese democratico, e che viaggiare nel Paese non costituisce un motivo di allarme in materia di terrorismo.

Il rapporto concludeva che non erano attualmente necessarie ulteriori indagini da parte di altri dipartimenti.

«Mi hanno chiesto di Israele, non della mia salute»

Nei documenti consultati dalla donna sarebbero stati riportati anche riferimenti a problemi di salute mentale e a una presunta vulnerabilità alle influenze negative. Passmore ha contestato questa caratterizzazione, sostenendo che nessuno che la conosca la considererebbe una persona vulnerabile.

La donna ha riferito di convivere con problemi di salute, tra cui endometriosi grave e adenomiosi, oltre ad ADHD e autismo, condizioni delle quali aveva parlato apertamente. Secondo il suo racconto al Telegraph, tuttavia, durante la visita gli agenti non avrebbero approfondito tali questioni.

«Quando sono venuti alla porta, non hanno parlato della mia salute. Mi hanno chiesto soltanto di Israele», ha dichiarato Passmore, secondo quanto riportato dalla testata britannica.

La donna ritiene che l’intervento fosse legato soprattutto alle sue prese di posizione pubbliche a favore dello Stato ebraico. «Sapevano che non ero vulnerabile, ma volevano monitorarmi perché sostenevo Israele», ha affermato.

Si tratta della sua interpretazione degli eventi: la documentazione citata dalla stampa britannica attesta la segnalazione e le annotazioni contenute nei rapporti, ma non dimostra autonomamente che la visita fosse stata disposta con l’intenzione di sorvegliarla per le sue opinioni politiche.

Le domande degli agenti sull’ebraismo e su Auschwitz

Passmore ha raccontato che gli agenti le avrebbero chiesto perché fosse interessata alle «questioni ebraiche», osservando che la contea di Durham, dove vive, non è una zona caratterizzata da una significativa presenza ebraica.

Secondo la sua testimonianza, gli agenti le avrebbero anche domandato se fosse mai stata ad Auschwitz. La donna ha risposto affermativamente, spiegando di comprendere che gli interessi legati alla storia ebraica e alla memoria della Shoah possano non essere condivisi da tutti nella sua comunità, ma sottolineando che si tratta di interessi legittimi.

«Capisco che non sia necessariamente qualcosa a cui le persone qui sono interessate, ma è importante per me e non è illegale», avrebbe detto agli agenti, secondo il racconto pubblicato dal Telegraph.

Il punto centrale della contestazione di Passmore è che l’interesse per la storia ebraica, la visita a Israele e la solidarietà verso gli ebrei non dovrebbero essere interpretati come segnali di radicalizzazione in assenza di altri elementi concreti.

Dall’attivismo umanitario alla solidarietà con gli ebrei

La storia dell’attivismo online di Passmore, ricostruita dal Jerusalem Post, è iniziata con un account su X, precedentemente Twitter, aperto per seguire indiscrezioni e discussioni sulla duchessa di Sussex. Nel tempo, il profilo si è trasformato in uno spazio dedicato soprattutto ai diritti umani e alla denuncia della condizione delle donne in Afghanistan.

Dopo il massacro del 7 ottobre 2023 perpetrato da Hamas e da altri gruppi armati contro Israele, Passmore ha utilizzato la propria piattaforma anche per denunciare l’antisemitismo e manifestare solidarietà alla comunità ebraica.

Il suo account conta oggi oltre 28.000 follower, secondo il Jerusalem Post. La donna aveva inoltre partecipato a un viaggio in Israele organizzato per giornalisti e influencer britannici, dopo aver costruito una presenza significativa sui social.

Passmore sta attualmente conseguendo un master in studi sulla Shoah presso l’Università di Haifa. La sua attività online e il suo percorso accademico contribuiscono a spiegare il suo interesse per Israele e per la storia ebraica, ma non costituiscono, da soli, una verifica indipendente delle circostanze che hanno determinato la segnalazione.

Che cos’è Prevent e perché la vicenda è controversa

Prevent è una componente della strategia britannica di contrasto all’estremismo, concepita per individuare e affrontare i rischi di radicalizzazione prima che possano sfociare in violenza terroristica. Le segnalazioni possono essere valutate dalle autorità competenti e non equivalgono necessariamente all’apertura di un’indagine penale né implicano che la persona segnalata abbia commesso un reato.

Il caso di Passmore, tuttavia, pone una questione delicata: quali elementi giustificano una segnalazione antiradicalizzazione quando l’attività osservata consiste nell’esprimere sostegno politico a uno Stato o nell’interessarsi a una determinata comunità?

La presenza, nei documenti citati dalla stampa, di riferimenti al viaggio in Israele e all’interesse per il conflitto israelo-palestinese, unita al riconoscimento che tali elementi non costituiscono di per sé una preoccupazione antiterroristica, alimenta interrogativi sulla valutazione iniziale del caso.

È importante distinguere, però, la segnalazione originaria dalla conclusione raggiunta dalle autorità: secondo il resoconto giornalistico, il rapporto di polizia non ha ravvisato elementi che richiedessero ulteriori accertamenti da parte di altri dipartimenti.

La risposta della polizia antiterrorismo

Interpellato sul caso, un portavoce di Counter Terrorism Policing North East ha dichiarato che l’organizzazione non poteva commentare la situazione di una singola persona.

La dichiarazione, riportata dal Jerusalem Post, ha ribadito che tutte le segnalazioni vengono trattate con la massima riservatezza e che le autorità attribuiscono priorità alla sicurezza e al benessere delle persone coinvolte.

Il portavoce ha aggiunto che, quando vengono comunicate preoccupazioni riguardanti un individuo, agenti appositamente formati ascoltano attentamente le informazioni ricevute e offrono l’eventuale sostegno necessario.

La polizia, dunque, non ha confermato pubblicamente la ricostruzione di Passmore né ha fornito una spiegazione specifica delle circostanze della segnalazione, richiamando i limiti imposti dalla riservatezza.

L’invito a non parlarne online

Secondo Passmore, dopo aver presentato una contestazione sulla visita degli agenti, le sarebbe stato chiesto di non discutere pubblicamente il caso sui social media. Anche questo elemento è stato riferito dalla donna alla stampa britannica e non risulta accompagnato, nell’articolo del Jerusalem Post, da una conferma indipendente delle autorità.

La vicenda è destinata ad alimentare il dibattito sull’applicazione dei programmi antiradicalizzazione nel Regno Unito e sulla necessità di distinguere tra opinioni politiche, attivismo e segnali concreti di rischio terroristico.

Il caso non dimostra che il sostegno a Israele costituisca un reato o che Prevent persegua sistematicamente chi manifesta solidarietà allo Stato ebraico. Evidenzia, piuttosto, la necessità di chiarire quali criteri vengano utilizzati nelle segnalazioni e come venga tutelata la libertà di espressione delle persone coinvolte.

Per Passmore, il fatto di interessarsi alla storia ebraica, studiare la Shoah e difendere pubblicamente Israele rientra nella propria libertà personale e politica. La domanda che la vicenda lascia aperta riguarda il confine tra la legittima prevenzione dell’estremismo e il rischio che interessi culturali o posizioni politiche vengano interpretati come segnali di vulnerabilità senza un adeguato fondamento.