I migliori film ebraici di tutti i tempi: cinema e ortodossia con “Kadosh” e “La sposa promessa”

Spettacolo
di Roberto Zadik
Ortodossia ebraica femminile al cinema: Due pellicole “forti” israeliane a confronto, il poetico La sposa promessa e il dissacrante Kadosh

Per  lungo tempo il cinema ebraico americano era stato essenzialmente laico con autori che affrontavano, spesso ironicamente, la loro identità ebraica come Mel Brooks e Woody Allen o la nascondevano totalmente, da Billy Wilder a  Spielberg, almeno fino al film La lista di Schindler. Tutto però è cambiato fra gli anni Settanta e soprattutto Ottanta con i primi film sul mondo ortodosso come il musical Il violinista sul tettodel 1971 e poi dieci anni dopo con Gli eletti, di cui avevo già parlato in questa rubrica.

Dalla metà degli anni  Ottanta è partita una spirale, inarrestabile, di interesse e curiosità da parte, sia dei realizzatori sia del pubblico, verso il mondo haredi apparentemente impenetrabile e, forse per questo, così affascinante. Da Yentl, diretto ed interpretato da  Barbra Streisand, al thriller di Sidney Lumet, Un’estranea fra noi, fino alle serie tv Shtisel e Unortodox , le produzioni cinematografiche e televisive, in questo settore, sono aumentate sempre di più.

A questo proposito due film fondamentali,  due opere, opposte fra loro per toni e tematiche,  hanno scatenato reazioni contrastanti a livello internazionale; si tratta di due film  estremamente emozionanti ed espressivi come  il polemico Kadosh, una delle produzioni più “difficili” del già controverso Amos Gitai, ribelle del cinema dello Stato ebraico, sempre pronto a mettere in discussione la società e le contraddizioni del suo paese;  e il romantico La sposa promessa della regista ortodossa Rama Burshtein.

La sposa promessa, uscito nel 2012, il cui titolo originale è Fill the void (Riempire il vuoto), tratta di una storia molto emozionante, segnata da dolore, rinascita e speranza, ambientata interamente nella comunità ortodossa di Tel Aviv, nella quale, proprio durante la gioiosa festa di Purim, accade una disgrazia terribile perché una giovane donna, Esther, muore mentre sta partorendo un figlio; il piccolo viene accudito dal marito vedovo, Yochai, assieme alla sorella minore della donna, Shira, appena diciottenne.

La differenza d’età fra i due è davvero molto grande e l’imbarazzo fra i due lo è ancora di più ma, alla fine, per salvare l’unità della famiglia e ricominciare una vita assieme, i due decideranno di sposarsi malgrado tutto. Due vite quella di Yochai e di Shira che, fino a quel lutto, sembravano non avere nulla in comune, con la ragazza che doveva fidanzarsi, a breve, con un suo coetaneo e che, invece, verrà convinta, dalla suocera della sorella, a sposare il figlio rimasto solo e intenzionato a partire col piccolo per il Belgio in attesa di risposarsi con una vedova.

Un film profondo e tutto al femminile per il quale la giovane attrice Hadas Yaron è stata premiata, con la prestigiosa Coppa Volpi, durante il Festival di Venezia di quell’anno e che affronta tematiche complesse come il lutto e la  delicata elaborazione dello stesso. Il titolo originale,  Riempire il vuoto, contiene il significato del matrimonio e della la condizione femminile nel mondo haredi spesso oggetto di critica e di pregiudizio a livello massmediatico.

La visione di Amos Gitai con Kadosh

Proprio questo tema, le donne nel mondo ortodosso e l’ortodossia ebraica in generale, viene trattato, con toni a dir poco corrosivi, dal film di Gitai, del 1999, Kadosh (parola ebraica che significa Santo). Ambientato a Gerusalemme invece che a Tel Aviv, nel celebre quartiere di Mea Shearim, il film assai cupo e drammatico racconta le vicende di due sorelle, Rivka e Malka entrambe oppresse da quel rigido stile di vita.

La narrazione è decisamente aspra e la critica pervade tutta la pellicola che ha suscitato l’indignazione degli ambienti più religiosi e vari dibattiti sia in Israele che internazionalmente dove in festival importanti, come a Cannes, è stato accolto molto calorosamente ed elogiato per la sua forza narrativa.

Fortemente legata al marito ma sterile, Rivka, interpretata da una straordinaria Yael Abecassis, sorella dell’acclamata scrittrice di origini marocchine Eliette anche sceneggiatrice del film, viene ripudiata dall’uomo, profondamente religioso e severo, su pressione della sua comunità, dopo dieci anni di matrimonio senza generare figli. Diversamente da lei, la sorella Malka ha perso la testa per un musicista rock laico ma la famiglia gli “impone” di sposare un ortodosso, nonostante il suo rifiuto, cosicché dopo varie vicissitudini, la donna deciderà di andarsene dalla città.

Più che una pellicola cinematografica il film pretende di essere quasi un documentario, ma, nonostante il pregio registico e l’abilità degli interpreti, la narrazione risulta molto stereotipata e negativa riguardo alla complessità del mondo haredi, rendendo il film facile preda di generalizzazioni, anche dall’esterno e non solo in Israele, in cui permane la spaccaturta molto forte con la società laica circostante.

Due film importanti e forti, in cui La sposa promessa sembra uscito quasi come reazione, se non come “risposta”, di una regista religiosa con una visione più obiettiva e meno astiosa sull’ortodossia e mondo femminile.