1929: bambini ebrei feriti a Hebron
di Nathan Greppi
Già nei giorni successivi ai massacri del 7 ottobre 2023, in tutto l’Occidente ci furono manifestanti di estrema sinistra che giustificarono l’operato di Hamas, strappando i manifesti degli ostaggi e negando gli stupri sulle donne israeliane. E in molti casi, si sono difesi da accuse di antisemitismo usando come foglie di fico quella minoranza di ebrei di sinistra radicale che la pensano come loro.
In realtà, se si va a ritroso nella storia, emerge come questo giustificazionismo di massacri antiebraici era già presente a sinistra prima ancora della nascita dello Stato d’Israele. Lo dimostra un episodio raccontato dalla rivista ebraica americana Commentary, relativo al Massacro di Hebron del 1929.
Il Massacro di Hebron

Come ricorda il sito del World Jewish Congress, tra il 23 e il 24 agosto 1929 circa 67 ebrei furono uccisi a Hebron da una folla araba sobillata dal Gran Muftì di Gerusalemme, Amin Al-Husseini, in quello che viene ricordato come uno dei peggiori massacri avvenuti nella Palestina del Mandato Britannico. La maggior parte delle vittime erano ebrei che vivevano da secoli in città, assieme ad alcuni studenti che vi si erano recati per frequentarne la yeshivà.
Aharon Reuven Bernzweig, un ebreo americano che in quel periodo era in visita a Hebron con sua moglie, scrisse in seguito alla sua famiglia: “Avevamo colto segnali che qualcosa di terribile stesse per accadere — ma cosa esattamente non lo sapevamo”. Aggiunse: “Avevo paura e continuavo a chiedere alla gente del posto, che viveva lì da generazioni. Mi assicurarono che a Hebron non ci sarebbe mai stato un pogrom, perché per quante volte ci fossero stati problemi altrove in Eretz Israel, Hebron era rimasta silenziosa. La popolazione locale ha sempre vissuto molto pacificamente con gli arabi”.
Purtroppo, da un giorno all’altro la violenza aumentò, e la folla irruppe nelle case degli ebrei evirando, violentando e uccidendo chi ci viveva. Molti ebrei si nascosero e alcuni furono salvati da vicini arabi che nascosero gli amici ebrei fino alla fine delle violenze.

Nella sua lettera, Bernzweig descrisse una famiglia araba che lo aveva protetto, assieme a decine di altri ebrei: “Cinque volte gli arabi assaltarono la nostra casa con le asce, e per tutto il tempo quei selvaggi assassini continuarono a urlare agli arabi che facevano la guardia di consegnare gli ebrei. Questi, a loro volta, gridarono che non avevano nascosto alcun ebreo e non sapevano nulla”.
L’Alto Commissario britannico per la Palestina, Sir John Chancellor, avrebbe scritto in seguito al figlio: “L’orrore lascia senza parole. In una casa che ho visitato non meno di venticinque uomini e donne ebree furono uccisi a sangue freddo”.
Il giornale comunista Freiheit
Di fronte a questi orrori, non tutti gli ebrei della diaspora si dimostrarono solidali con le vittime. Un esempio di ciò riguarda il Morgen Freiheit, un giornale in lingua yiddish stampato a New York dal 1922 al 1988, che negli anni ’20 del ‘900 era fortemente legato al Partito Comunista degli Stati Uniti.
Inizialmente, davanti al Massacro di Hebron anche i comunisti rimasero inorriditi. Sul giornale Izvestija, all’epoca organo di stampa ufficiale del governo sovietico (da non confondere con la Pravda, organo del Partito Comunista Sovietico), si parlò di “Pogrom in Palestina”. E anche il Freiheit, nonostante fosse storicamente ostile al sionismo, definì gli attacchi un pogrom. Tuttavia, i redattori Moissaye Joseph Olgin e Melech Epstein ne attribuirono la responsabilità agli imperialisti britannici, che secondo loro avevano i mezzi per impedire gli attacchi ma non fecero nulla, così come incolparono i sionisti in quanto li ritenevano antiarabi.

Questo tentativo iniziale di accontentare entrambe le parti fallì. L’Unione Sovietica sosteneva gli arabi e incolpò i sionisti per aver incitato le rivolte. Il Partito Comunista Americano si allineò rapidamente, attaccando il Freiheit per non aver attribuito la responsabilità del massacro esclusivamente agli ebrei: “La guerra in Palestina non è una guerra razziale. È una guerra di classe, portata avanti dai contadini arabi espropriati dall’imperialismo britannico e dai suoi agenti sionisti”. Condannò la posizione del Freiheit come simile a quella della “stampa nazionalista ebraica, sionista e capitalista”. La denuncia apparve sul giornale ufficiale del partito, il Daily Worker, e al Freiheit venne ordinato di ripubblicarla.
Negli articoli successivi, il Morgen Freiheit scrisse che “i sionisti-fascisti hanno provocato la rivolta araba”. Olgin disse che i sionisti “stanno giocando con il sangue di persone fuorviate […] Voi volete soddisfare i vostri istinti nazionalisti di rapina a spese di un popolo alieno su una terra aliena […] Il sangue ricadrà su di voi. Siete assassini”.
Complottismo
Il Freiheit sostenne che furono i sionisti ad aver massacrato migliaia di arabi. Un loro titolo recitava così: “I sionisti massacrano uomini, donne e bambini arabi”. Durante una protesta, i partecipanti ebrei comunisti adottarono una risoluzione che diceva: “Viva la rivolta rivoluzionaria delle masse arabe in Palestina […] Viva la Repubblica Araba indipendente con pieni diritti per gli ebrei e altre minoranze”.
Sebbene prima del 1948 la comunità ebraica americana ospitasse posizioni assai eterogenee e distanti tra loro sul sionismo, la maggioranza non accettò il fatto che veniva giustificato un pogrom antiebraico. La posizione del Freiheit gli costò pesanti boicottaggi; i distributori rifiutarono di vendere il giornale. Gli inserzionisti locali e nazionali furono invitati ad evitare di pubblicarvi inserzioni pubblicitarie, e il giornale perse una parte significativa delle sue entrate.
Numerosi scrittori importanti si rifiutarono di collaborarci. Per tutta risposta, il Freiheit li dipinse come “elementi piccolo-borghesi” diventati “aperti sostenitori dell’imperialismo e del sionismo reazionario”.
Analogie con il presente
Anche se una buona parte degli ebrei uccisi a Hebron non erano sionisti, per i comunisti i loro omicidi non dovevano essere attribuiti all’antisemitismo. Per loro erano i sionisti, e non gli arabi, a dover essere ritenuti responsabili della morte degli ebrei.
Ciò trova molte analogie con il presente: in numerose proteste scoppiate dopo il 7 ottobre nei campus universitari statunitensi, i manifestanti attribuirono unicamente a Israele la responsabilità delle violenze in corso nella regione, negando o minimizzando i crimini di Hamas, che al contrario viene spesso dipinta dall’estrema sinistra come una forza “antimperialista”. E questo nonostante la maggior parte delle vittime del 7 ottobre, specialmente nei kibbutz, erano vicine alla sinistra pacifista.
Il repentino cambio di narrazione da parte del Morgen Freiheit e dei comunisti americani dopo le direttive di Mosca ricorda quanto fecero i comunisti italiani nel 1967, dopo la Guerra dei Sei Giorni, quando ripudiarono le loro precedenti posizioni filoisraeliane per allinearsi totalmente all’antisionismo sovietico. Tra i giornalisti ebrei che ne pagarono le conseguenze ci fu Fausto Coen, costretto a lasciare la direzione del quotidiano comunista Paese Sera. Cambiano i tempi e le modalità, ma la sostanza è sempre la stessa.



