Gli aiuti a Israele dividono i Democratici. E Gerusalemme guarda già oltre

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di Davide Cucciati
Il voto del 15 luglio mostra che il consenso bipartisan continua a essere abbastanza forte da garantire l’approvazione degli aiuti, ma non più abbastanza solido da considerarne immutabile la forma. Mentre Israele pensa a un modello per auto-finanziare i propri acquisti di armamenti americani.

 

Il tentativo di interrompere gli aiuti statunitensi a Israele è stato respinto con un largo margine. La frattura emersa tra i Democratici, invece, appare destinata a durare.

Il 15 luglio la Camera dei Rappresentanti ha bocciato con 314 voti contro 104 un emendamento presentato dal repubblicano Thomas Massie, che avrebbe impedito di destinare a Israele qualsiasi finanziamento contenuto nel bilancio del Dipartimento di Stato. La misura avrebbe colpito anche i 3,3 miliardi di dollari di assistenza militare annuale garantiti dagli Stati Uniti nell’ambito dell’accordo decennale in vigore fino al 2028.

103 dei 104 voti favorevoli sono arrivati dai Democratici. L’unico repubblicano ad appoggiare l’emendamento è stato lo stesso Massie, esponente da tempo contrario agli aiuti americani all’estero. Quasi metà del gruppo democratico ha quindi votato per una proposta che, almeno nella sua formulazione letterale, avrebbe interrotto ogni finanziamento del Dipartimento di Stato destinato a Israele.

Il voto potrebbe essere interpretato come l’ennesima iniziativa della sinistra progressista rappresentata da Alexandria Ocasio-Cortez, Ilhan Omar e dagli altri esponenti del gruppo informalmente conosciuto come The Squad. Tuttavia, un gruppo di pochi parlamentari non basta a spiegare 103 voti.

Una posizione un tempo confinata alla sinistra del partito ha ormai raggiunto una parte molto più ampia del gruppo democratico. I progressisti chiedono di interrompere l’assistenza militare in risposta alle conseguenze della guerra a Gaza. Una parte dei moderati preferirebbe invece distinguere tra armamenti offensivi e sistemi difensivi, preservando per esempio il sostegno a Iron Dome. L’emendamento Massie non prevedeva però alcuna distinzione: bloccava ogni fondo del Dipartimento di Stato diretto a Israele. Di fronte a una proposta radicale e tecnicamente controversa, quasi metà del gruppo democratico ha deciso ugualmente di votare a favore.

Hakeem Jeffries

La divisione ha raggiunto direttamente i vertici del partito. Hakeem Jeffries, leader dei Democratici alla Camera ha respinto l’emendamento. Katherine Clark, Democratic Whip e seconda figura della leadership parlamentare, lo ha invece sostenuto. Una divergenza di questo livello tra i due principali dirigenti del gruppo è rara e mostra quanto il tema di Israele sia ormai diventato difficile da governare anche per l’establishment.

Quando Israele diventa un tema da primarie

La svolta non ha soltanto una matrice ideologica. Secondo Axios del 20 luglio, il voto riflette la crescente influenza della sinistra progressista e il timore dei parlamentari democratici di essere sfidati alle prossime primarie da candidati più critici verso Israele. Negli ultimi anni alcuni candidati fortemente critici verso Israele hanno sconfitto deputati in carica o aspiranti parlamentari sostenuti dall’establishment, dimostrando che la posizione su Israele può ormai diventare un elemento decisivo nelle competizioni interne al partito.

Il risultato del 15 luglio, dunque, mostra che posizioni nate nella sinistra del partito stanno modificando il comportamento di parlamentari che non appartengono necessariamente a quella corrente. Il cambiamento nasce da fattori diversi: l’impatto della guerra a Gaza, l’evoluzione dell’opinione pubblica democratica e il timore di affrontare alle primarie candidati più critici verso Israele.

Ad ogni modo, Jeffries, Hoyer e molti esponenti dell’establishment democratico continuano a considerare l’alleanza con Israele un elemento importante della politica estera americana.

Una parte dell’area centrista difende l’assistenza militare continuando a criticare duramente la conduzione della guerra. Un’altra propone di preservare i sistemi difensivi, limitando invece gli armamenti destinati alle operazioni offensive. Altri ancora chiedono che gli aiuti siano subordinati al rispetto di determinate condizioni politiche e umanitarie.

La leadership tradizionale conserva il controllo formale del gruppo mentre una parte crescente dei parlamentari si sposta su posizioni sempre più critiche verso Israele.

Repubblicani compatti in Aula, divisi sul significato dell’America First

Sul versante repubblicano il risultato appare opposto. Tutti i deputati del partito tranne Massie hanno votato contro il taglio. Almeno alla Camera, le pulsioni isolazioniste presenti nel movimento MAGA non si sono trasformate in un’opposizione concreta agli aiuti a Israele. La compattezza parlamentare non elimina però le divergenze sul significato dell’America First e sui limiti dell’alleanza con Gerusalemme.

Il vicepresidente J.D. Vance ha presentato più volte il rapporto con Israele attraverso la lente dell’interesse nazionale americano. Secondo Reuters del 16 luglio, ha accusato alcuni membri del governo israeliano di aver tentato di influenzare l’opinione pubblica statunitense contro l’accordo raggiunto da Washington con la Repubblica Islamica dell’Iran e a favore della prosecuzione della campagna militare. Vance ha sostenuto di mantenere buoni rapporti con una parte del governo israeliano, ma ha criticato le iniziative volte a modificare le scelte di politica estera degli Stati Uniti. Già a giugno aveva ricordato agli esponenti israeliani contrari alla linea della Casa Bianca che Trump rimaneva il loro alleato più importante, facendo esplicito riferimento ai miliardi di dollari di sostegno militare forniti da Washington a Israele.

La differenza tra i due partiti rimane quindi sostanziale. Tra i Democratici il cambiamento si è già tradotto in una divisione parlamentare quasi perfetta. Nel Partito Repubblicano la tensione emerge soprattutto nel linguaggio dell’America First e nella volontà di riaffermare la supremazia degli interessi statunitensi. Al momento del voto, tuttavia, il fronte repubblicano resta compatto.

Anche Israele guarda oltre gli aiuti americani

Nell’immediato, l’assistenza americana a Israele non appare in pericolo. L’emendamento Massie è stato respinto con un largo margine, avrebbe dovuto superare anche il Senato e avrebbe incontrato l’opposizione dell’amministrazione Trump. Il significato della votazione riguarda piuttosto il futuro del rapporto tra Israele e gli Stati Uniti.

Il tema non nasce con la votazione del 15 luglio. Già nei mesi scorsi avevamo osservato su queste pagine come l’assistenza militare americana stesse progressivamente cessando di essere considerata un elemento intoccabile. Gli sviluppi successivi hanno reso questa prospettiva più concreta. In un’intervista trasmessa dalla CBS il 10 maggio, Benjamin Netanyahu ha dichiarato di voler portare a zero nell’arco di un decennio la componente finanziaria americana della cooperazione militare. Il primo ministro ha affermato che Israele deve gradualmente liberarsi dal sostegno residuo e che il processo dovrebbe cominciare subito, senza attendere l’insediamento di un nuovo Congresso.

Marlin Stutzman

Il passaggio successivo è arrivato all’inizio di giugno. Secondo il Washington Post del 3 giugno, Netanyahu ha appoggiato una risoluzione presentata dal deputato repubblicano Marlin Stutzman, favorevole a sostituire il futuro Memorandum of Understanding con un modello nel quale Israele finanzi direttamente i propri acquisti di armamenti americani. Si tratta ancora di una proposta non vincolante e il futuro Memorandum dovrà essere negoziato, ma il sostegno di Netanyahu le conferisce un peso politico rilevante.

L’attuale accordo decennale, che prevede complessivamente 38 miliardi di dollari e circa 3,8 miliardi l’anno tra assistenza militare e difesa missilistica, scadrà nel 2028. La risoluzione di Stutzman, priva di efficacia vincolante, chiede che il prossimo accordo elimini i trasferimenti gratuiti e trasformi Israele in un acquirente delle armi prodotte negli Stati Uniti. Durante l’incontro con Stutzman, Netanyahu avrebbe affermato di voler vedere Israele “reggersi sulle proprie gambe”. Nella lettera di sostegno alla proposta ha scritto che è arrivato il momento di passare da beneficiario degli aiuti a partner. Anche l’ambasciatore americano Mike Huckabee ha riassunto la prospettiva parlando di un nuovo Memorandum fondato sul commercio anziché sull’assistenza.

La direzione indicata da Netanyahu e Stutzman è chiara: diminuire progressivamente i trasferimenti finanziari diretti, mantenendo o ampliando gli acquisti israeliani di armamenti americani, la produzione congiunta, la ricerca tecnologica e i programmi comuni nei settori della difesa missilistica e dei sistemi avanzati.

Israele rinuncerebbe quindi al ruolo di beneficiario senza rinunciare all’alleanza. Il rapporto continuerebbe a essere molto stretto, ma verrebbe presentato come una partnership tra due Paesi capaci di contribuire entrambi alla propria sicurezza e all’industria militare comune.

La scelta risponde anche a un problema politico israeliano: rinunciare gradualmente al trasferimento diretto consentirebbe a Israele di rivendicare una maggiore autonomia, almeno sul piano formale.

Washington e Gerusalemme oltre il vecchio modello

Per decenni il sostegno a Israele è stato uno dei temi sui quali le differenze tra Democratici e Repubblicani risultavano meno marcate. Il voto del 15 luglio mostra che il consenso bipartisan continua a essere abbastanza forte da garantire l’approvazione degli aiuti, ma non più abbastanza solido da considerarne immutabile la forma.

La vecchia guardia democratica continua generalmente a considerare Israele un alleato strategico, ma deve ormai confrontarsi con una base che vede sempre più spesso l’assistenza militare americana come parte del problema.  Il voto del 15 luglio ha mostrato quanto profondamente stia cambiando il partito che potrebbe tornare, in futuro, a guidare gli Stati Uniti d’America.

Nello stesso momento, è il governo israeliano a prepararsi a un rapporto con Washington nel quale gli aiuti finanziari diretti non siano più il fondamento dell’alleanza. Da due prospettive opposte, Gerusalemme e una parte crescente della politica americana stanno cominciando a immaginare lo stesso scenario: una cooperazione strategica ancora stretta, ma nella quale il sostegno militare degli Stati Uniti non possa più essere considerato una certezza sottratta al confronto politico.