di Nina Deutsch
Il trionfo del partito di estrema destra tedesco in Sassonia-Anhalt riapre una domanda scomoda. Tra le dichiarazioni di alcuni suoi esponenti, il revisionismo della memoria e le posizioni sulla Shoah, emergono contraddizioni che mettono alla prova quella pretesa. E arrivano le prime reazioni a caldo della Comunità ebraica. Josef Schuster, presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania è «personalmente sconvolto» dal risultato
C’è un numero che racconta da solo la portata del terremoto politico tedesco: 43,8%. Ma proprio qui comincia la questione che interessa più del semplice conteggio dei seggi. Il risultato delle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt segna una nuova avanzata dell’AfD nella politica tedesca. Con questo risultato, il partito di Ulrich Siegmund diventa la prima forza politica del Land e porta per la prima volta una formazione di estrema destra a un passo dalla possibilità di governare.
Ma, al di là dei numeri e delle difficoltà che ora attendono la formazione di un governo, questo voto riporta al centro una questione più delicata. Quanto è credibile l’immagine che l’AfD sta costruendo di sé come partito amico di Israele, impegnato nella difesa degli ebrei e nella lotta contro l’antisemitismo?
È una domanda tutt’altro che marginale. Perché accanto alle dichiarazioni con cui l’AfD si presenta come difensore della sicurezza ebraica, emergono le posizioni di suoi esponenti, le sue battaglie sulla memoria del nazismo e una concezione del passato tedesco che, in alcuni casi, entra in aperta tensione con quella stessa immagine.
La domanda, allora, è inevitabile: quanto è credibile la pretesa dell’AfD di essere una forza amica degli ebrei?
L’immagine di un partito «amico di Israele»
L’AfD ha costruito negli ultimi anni una parte della propria comunicazione proprio attorno alla lotta contro quello che definisce l’antisemitismo legato all’immigrazione e all’islamismo. Ha chiesto, tra l’altro, il divieto di Hezbollah e una condanna del movimento BDS.
È un posizionamento che le consente di presentarsi come difensore della comunità ebraica e sostenitrice di Israele. Ma basta guardare oltre questa autorappresentazione per trovare una realtà assai meno lineare.
Stefan Dietl, pubblicista e autore del libro Antisemitismus und die AfD, ha analizzato proprio questa contraddizione in un articolo pubblicato dalla Jüdische Allgemeine. La sua tesi è netta: l’AfD tende a presentare l’antisemitismo come un fenomeno proveniente dall’esterno, soprattutto dall’immigrazione, mentre minimizzerebbe o ignorerebbe quello presente nella stessa società tedesca e, soprattutto, all’interno del proprio ambiente politico.
Il punto più delicato: la memoria della Shoah
Uno dei terreni sui quali la contraddizione appare più evidente è quello della memoria del nazismo.
Nel programma elettorale dell’AfD della Sassonia-Anhalt viene contestata quella che il partito definisce la «perpetuazione del complesso di colpa» prodotta da decenni di elaborazione del passato nazista. Il programma propone inoltre una maggiore centralità dell’Impero tedesco del 1871 nell’insegnamento della storia e critica il finanziamento del Deutsches Zentrum Kulturgutverluste di Magdeburgo, impegnato nella ricerca sulla provenienza delle opere d’arte sottratte durante il nazismo.
È un punto decisivo.
Perché la questione dell’antisemitismo non riguarda soltanto ciò che un partito dice oggi sugli ebrei o su Israele. Riguarda anche il modo in cui considera il passato dal quale nasce la responsabilità storica della Germania.
Ed è proprio qui che le posizioni di alcuni esponenti dell’AfD diventano particolarmente significative.
Tillschneider e la «cultura tedesca»
Tra questi c’è Hans-Thomas Tillschneider, uno dei principali esponenti dell’AfD in Sassonia-Anhalt, rieletto direttamente nel suo collegio con il 54,9% dei voti.
Tillschneider, come ricostruisce Politico.eu, è tra i protagonisti del tentativo dell’AfD di rimodellare l’identità postbellica della Germania, ridimensionando il peso della memoria del nazismo. Nel mirino c’è la Erinnerungskultur, la cultura della memoria, che l’ala più radicale del partito considera un «culto della colpa» (Schuldkult), accusandola di alimentare nei tedeschi un sentimento di odio verso sé stessi.
Non solo. Più volte ha dichiarato che il Consiglio centrale degli ebrei in Germania avrebbe utilizzato l’Islam per instaurare una società multiculturale con l’obiettivo di «indebolire la cultura tedesca» e, in ultima analisi, «abolire il nostro popolo».
Dopo il 7 ottobre 2023, inoltre, aveva espresso su una pubblicazione di estrema destra l’ipotesi che gli Stati Uniti, attraverso presunti contatti con Hamas, potessero aver dato «un qualche impulso» all’attacco. (Jüdische Allgemeine).
Ancora più rivelatrice, secondo Dietl, è la sua posizione sul rapporto tra Israele, Gaza e la memoria dell’Olocausto.
Tillschneider ha accusato Israele di punire collettivamente i palestinesi per i crimini di Hamas e ha poi stabilito un parallelo con la responsabilità tedesca per l’Olocausto, sostenendo che non si possa considerare responsabile un intero popolo per i crimini commessi da alcuni.
Ed è proprio questa distinzione a rendere la questione più interessante: non si tratta di stabilire con una formula sommaria se «l’AfD è antisemita», ma di capire quanto sia coerente la sua dichiarata solidarietà con gli ebrei con le posizioni espresse da una parte dei suoi dirigenti e con il modo in cui il partito affronta la memoria del nazismo.
Quando la memoria diventa politica
Il problema non si ferma alle dichiarazioni. Sempre secondo la ricostruzione di Dietl, l’AfD nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore ha chiesto una forte riduzione dei finanziamenti destinati ai memoriali dell’Olocausto. Nel 2025, inoltre, il Landtag ha modificato la Costituzione regionale inserendo la tutela e la promozione della vita e della cultura ebraica tra gli obiettivi dello Stato. L’AfD si è opposta alla modifica. È su questo terreno che la domanda iniziale torna a imporsi.
Quanto è credibile la pretesa di difendere gli ebrei se, nello stesso tempo, si contestano alcuni degli strumenti attraverso i quali la Germania ha costruito la propria memoria dell’Olocausto?
«Questo mi fa paura»
Ed è proprio la comunità ebraica tedesca a offrire, dopo il voto, la reazione più significativa in un clima descritto come “spaventoso” e “oscuro” (gruselig, düster).

Josef Schuster, presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, si è detto «personalmente sconvolto» dal risultato. Ha sottolineato che una formazione classificata come estremista di destra è arrivata a un passo dalla possibilità di governare da sola un Land tedesco e ha avvertito del possibile «immenso» danno che potrebbe derivarne, soprattutto sul terreno della scuola e dell’educazione. Per Schuster, l’istruzione è uno degli strumenti fondamentali per difendere una società aperta e combattere l’antisemitismo.
Ancora più personale è stata la reazione di Charlotte Knobloch, presidente della Comunità ebraica di Monaco e dell’Alta Baviera e sopravvissuta alla Shoah. «In giorni come questo faccio fatica a riconoscere ancora la mia patria», ha detto. E poi una frase che non ha bisogno di commenti: «Questo mi fa paura».
Knobloch ha parlato di una «statica» della democrazia che non funziona più e ha invitato le forze democratiche a reagire con maggiore determinazione.
Anche Eva Umlauf, sopravvissuta ad Auschwitz e presidente dell’International Auschwitz Committee, ha reagito con allarme, chiedendo pubblicamente: «Su quale strada sta andando la Germania? Quella che ha già percorso una volta?».
Il voto ha dato una risposta. Ma non a questa domanda
La politica tedesca dovrà ora capire come trasformare il 43,8% dell’AfD in una maggioranza di governo. Con 39 seggi su 83, al partito ne mancano tre per governare da solo. La formazione di una maggioranza alternativa è complessa e il tradizionale «cordone sanitario» attorno all’AfD è sottoposto a una pressione senza precedenti.
Ma questa è la partita dei numeri. Quella che riguarda gli ebrei tedeschi è un’altra. Perché anche se Ulrich Siegmund non dovesse riuscire a diventare ministro-presidente, il risultato ha già prodotto qualcosa che non si può cancellare con una trattativa di coalizione: quasi un elettore su due ha scelto l’AfD.
E allora la domanda torna ancora una volta, inevitabile: quanto è credibile la pretesa dell’AfD di difendere gli ebrei?
Non bastano le dichiarazioni su Israele. Né bastano le parole più controverse dei suoi esponenti. A parlare è l’insieme: programmi, dirigenti e rapporto con la memoria del nazismo. È qui che si misura la distanza tra l’immagine che l’AfD vuole dare di sé e quella che una parte della comunità ebraica tedesca vede. Dopo il voto in Sassonia-Anhalt, è una distanza sempre più difficile da ignorare.
Fonti:
- https://www.reuters.com/world/europe/far-right-afd-courts-conservative-support-after-historic-german-state-election-2026-09-07/
- https://www.tagesschau.de/inland/innenpolitik/reaktionen-gesellschaft-landtagswahl-sachsen-anhalt-100.html
- https://www.zeit.de/politik/deutschland/2026-09/zentralrat-der-juden-sachsen-anhalt-wahl-charlotte-knobloch



