di Anna Balestrieri
A Tel Aviv la vita si svolge negli intervalli. Tra un attacco e un cessate il fuoco, tra una sirena e il messaggio che autorizza a uscire dal rifugio, tra la previsione di una nuova guerra e la speranza che non cominci. Per questo le conversazioni continuano mentre il conflitto è ancora in corso. La città analizza se stessa senza potersi fermare.
A Tel Aviv la guerra non arriva mai del tutto, ma non se ne va neppure. Rimane sospesa nell’aria, come una previsione meteo che nessuno riesce a leggere con certezza. Può interrompere una cena, svuotare un aeroporto, trasformare una notte d’insonnia in un’attesa collettiva. Oppure può restare sullo sfondo, mentre i tavolini dei caffè tornano a riempirsi, i computer si aprono, i bicchieri tintinnano e la città riprende a comportarsi come se il presente fosse ancora disponibile.
È proprio nei caffè che l’incertezza assume la sua forma più quotidiana. Qui la guerra entra nelle conversazioni senza essere invitata. Si mescola al lavoro, agli amori, alle partenze, ai tradimenti, alla stanchezza. Non compare sempre come argomento centrale: più spesso si infiltra nei dettagli.
Una settimana di bombardamenti diventa la misura dell’esaurimento. L’ipotesi di una nuova escalation si trasforma in un problema sentimentale. La possibilità di dover correre in un rifugio rivela chi si desidera avere accanto e chi, invece, non ha pensato di fare spazio.
In una città abituata all’emergenza, persino l’intimità finisce per essere valutata in termini di protezione.
Il rifugio come prova d’amore
Una donna racconta a un’amica di avere dormito male, convinta che durante la notte potesse cominciare un nuovo attacco. Ma ciò che la ferisce davvero non è soltanto la paura dei missili. L’uomo che frequenta da alcune settimane non le ha proposto di dormire nella sua stanza protetta.
Il rifugio domestico, costruito per resistere alle esplosioni, diventa così un test della relazione. Essere invitati significa essere inclusi. Restarne fuori può essere interpretato come un verdetto.
La guerra altera la grammatica sentimentale. Un messaggio non inviato, una telefonata rimandata, una porta non aperta acquistano un peso sproporzionato. Nelle fasi di pericolo, ogni gesto sembra rivelare una gerarchia nascosta: chi viene prima, chi è considerato famiglia, chi rimane ai margini.
La donna non piange. Dietro gli occhiali scuri, però, la voce cede. Dopo mesi trascorsi in una specie di automatismo, tra incontri casuali e relazioni senza promesse, vorrebbe essere trattata con cura. La minaccia esterna ha reso improvvisamente evidente un bisogno che la vita ordinaria permetteva di ignorare.
Quando il futuro si restringe, le ambiguità affettive diventano intollerabili.
La caffeina dell’evasione
I caffè di Tel Aviv non sono soltanto luoghi di consumo. Sono uffici provvisori, salotti pubblici, osservatori sociali e camere di decompressione. Si lavora per ore davanti a un portatile, si incontrano amici, si parla a bassa voce, si guarda la strada fingendo che il mondo abbia ancora un ritmo regolare.
In alcuni quartieri, un cortile alberato o una facciata scolorita producono per qualche minuto l’illusione di essere altrove. A Jaffa, tra le pietre del mercato delle pulci, la città sembra quasi mediterranea in un senso più vasto e meno assediato. Un tavolino può evocare Atene, Marsiglia o Istanbul. Basta non ascoltare troppo attentamente le conversazioni vicine.
Ma l’evasione non consiste davvero nel dimenticare. È piuttosto un esercizio di sospensione. Si continua a ordinare, fumare, leggere, controllare il telefono. Si ritarda l’istante in cui la realtà tornerà a reclamare attenzione.
Da lontano, in un caffè di Brooklyn capace di ricreare l’estetica di Copenaghen, un libro del reporter americano Chris Hedges offre una chiave interpretativa. La guerra, scrive Hedges, semplifica il mondo. Divide, irrigidisce, riduce lo spazio del dubbio e rende più difficile ogni forma di autocritica.
Il ritorno a Tel Aviv mostra l’altra faccia della stessa dinamica. La guerra non produce soltanto mobilitazione: genera anche un potente desiderio di normalità artificiale.
Una città progettata per non fermarsi
Tel Aviv era inquieta molto prima del 7 ottobre. La sua identità moderna è stata costruita sulla velocità, sulla socialità e sull’offerta continua di esperienze. Ogni sera propone un ristorante appena aperto, un concerto, un vernissage, una festa, un bar di cui tutti sembrano già conoscere il nome.
Per alcuni questa abbondanza è libertà. Per altri è una forma di coercizione. Un uomo tornato in visita da Parigi racconta quanto fosse difficile, quando viveva in città, uscire dall’ufficio senza un programma serale. L’assenza di impegni sembrava una sconfitta personale, quasi il segno di una vita vissuta male.
Altrove ha scoperto il sollievo di non dover riempire ogni spazio. A Tel Aviv, dice, la città stessa sembra organizzata per impedirlo. Seduce, distrae, consuma. La ricerca di stimoli produce assuefazione: ciò che ieri sembrava eccezionale oggi appare insufficiente, e ogni serata deve superare la precedente.
La guerra ha rafforzato questo meccanismo. Uscire non significa più soltanto partecipare alla vita urbana. È diventato un modo per sfidare l’incertezza, per sottrarre qualche ora all’attesa della prossima sirena o del prossimo annuncio politico.
Il divertimento assume così una funzione difensiva: non cancella l’angoscia, ma impedisce che occupi tutto il campo visivo.
La domanda che resta inespressa è la più semplice e la più difficile: chi si è, quando la città smette di offrire distrazioni? Che cosa si desidera davvero, quando non c’è un appuntamento, un’emergenza o un evento a dettare il ritmo?
L’isolamento è più sopportabile insieme
Nei quartieri meridionali il paesaggio cambia. A Shapira, dove convivono richiedenti asilo africani, famiglie ebraiche religiose originarie dell’Asia centrale, giovani professionisti e nuovi locali alla moda, la gentrificazione procede accanto a una pluralità sociale che resiste.
In un caffè meno levigato di quelli del centro, un gruppo di conoscenti parla di viaggi di nozze, gatti appena adottati e traslochi. Uno di loro è tornato definitivamente in Israele dopo anni di studio e lavoro negli Stati Uniti.
Dopo il 7 ottobre aveva scelto di rientrare per prestare servizio come riservista. All’estero quella decisione lo aveva reso bersaglio di contestazioni. Il suo nome era apparso su manifesti; la sua presenza era stata protestata in università e incontri pubblici.
Il ritorno non viene descritto come una scelta semplice o pacificata. Israele resta per lui un luogo duro, soffocante e conflittuale. Ma la solitudine sperimentata all’estero gli è sembrata peggiore.
Meglio un isolamento condiviso, sostiene, che una solitudine individuale vissuta in un Paese distante. La frase illumina uno dei paradossi più profondi della società israeliana. Molti cittadini denunciano la pressione, il rumore e l’aggressività della vita nazionale. Tuttavia, quando sentono di essere giudicati o respinti dall’esterno, l’appartenenza collettiva diventa ancora più necessaria.
La paura di casa può risultare meno dolorosa dell’estraneità lontano da casa.
Il lato invisibile delle conversazioni
Nei caffè si parla molto della guerra. Si raccontano le notti interrotte, i richiami dei riservisti, i voli cancellati, le relazioni messe alla prova, il timore di non poter pianificare nulla. Si discute della fatica di vivere in un Paese che sembra passare da una crisi all’altra senza mai dichiarare conclusa la precedente.
Il centro di questi discorsi è quasi sempre l’esperienza israeliana: ciò che la guerra fa agli israeliani, alle loro famiglie, ai loro corpi e alle loro aspettative.
Molto più raramente la conversazione si sposta su ciò che succede ai palestinesi. Le sofferenze dall’altra parte restano spesso fuori campo, non necessariamente perché sconosciute, ma perché guardarle direttamente renderebbe più difficile proseguire la giornata.
È qui che l’osservazione urbana diventa interrogazione morale. Come si può bere un caffè, parlare di un nuovo appartamento o lamentarsi di un amore deludente mentre, a poche decine di chilometri, la fame, la distruzione e la morte vengono prodotte anche in nome della società cui si appartiene?
Una conoscente proveniente dagli ambienti dell’attivismo descrive la consapevolezza come una punizione. Informarsi significa soffrire. Distogliere lo sguardo consente di vivere meglio, ma comporta il rischio di diventare indifferenti e dunque complici.
La conoscenza non offre necessariamente una via d’uscita: può diventare una forma di responsabilità senza sollievo.
I nostri morti e quelli degli altri
Hedges osserva che le società in guerra venerano i propri caduti e si mostrano sorprendentemente distanti dalle persone uccise dalle proprie forze. Il dolore nazionale viene considerato unico, pienamente umano; quello del nemico diventa astratto, sospetto o secondario.
La distinzione tra “i nostri” e “i loro” non riguarda soltanto il linguaggio ufficiale. Penetra nella vita quotidiana, orienta l’empatia, stabilisce quali immagini possono essere sostenute e quali debbano essere rimosse.
A Tel Aviv questa frattura attraversa anche ambienti critici verso il governo e la guerra. L’opposizione politica non produce automaticamente la capacità di riconoscere l’altro. Si può contestare Benjamin Netanyahu, temere una nuova escalation con l’Iran e condannare il peso del servizio militare senza interrogarsi fino in fondo sulla distruzione di Gaza.
La guerra semplifica le appartenenze, ma la vita urbana le rende nuovamente confuse. Le persone sono simultaneamente impaurite e privilegiate, vulnerabili e protette, critiche e coinvolte. Possono sentirsi vittime di un conflitto e, nello stesso tempo, appartenere alla società che esercita una violenza devastante.
La normalità come disciplina
Continuare a vivere durante una guerra viene spesso celebrato come resilienza. Riaprire i locali, mandare i figli a scuola, tornare al lavoro, innamorarsi e fare progetti rappresentano una risposta alla volontà del conflitto di dominare ogni aspetto dell’esistenza.
Ma la normalità può avere anche un lato più ambiguo. Può diventare una disciplina collettiva, l’obbligo di non fermarsi per evitare che le domande diventino troppo difficili. La città insegna a riprendere rapidamente le abitudini, a passare dall’allarme al brunch, dal rifugio alla palestra, dal bollettino delle vittime a una prenotazione serale.
Non si tratta necessariamente di cinismo. Spesso è sopravvivenza psicologica. Nessuna persona può restare costantemente esposta alla sofferenza. Eppure la capacità di adattarsi rischia di trasformarsi in rimozione permanente.
Nei caffè la contraddizione è visibile con particolare chiarezza. Il gesto di chinarsi sulla tazza può essere una pausa, una fuga o una difesa. Può consentire di raccogliere le forze oppure evitare di vedere.
La differenza non è sempre riconoscibile, nemmeno per chi compie quel gesto.
Vivere nell’intervallo
A Tel Aviv la vita si svolge negli intervalli. Tra un attacco e un cessate il fuoco, tra una sirena e il messaggio che autorizza a uscire dal rifugio, tra la previsione di una nuova guerra e la speranza che non cominci.
Questa temporalità impedisce di pensare davvero al dopoguerra. Non esiste un momento condiviso in cui voltarsi indietro, misurare ciò che è accaduto e assumersene la responsabilità. Ogni pausa può essere soltanto provvisoria.
Per questo le conversazioni continuano mentre il conflitto è ancora in corso. La città analizza se stessa senza potersi fermare. Racconta l’ansia, il desiderio, l’appartenenza e la solitudine, ma esita davanti alla domanda più radicale: che cosa sta diventando una società costretta a convivere a lungo con la violenza esercitata e subita?
Non sapere se la guerra sia finita significa anche non sapere quando cominciare a giudicarla.
Le tazze si svuotano, i computer vengono richiusi, qualcuno paga e si alza. Per qualche ora il caffè ha offerto una forma fragile di continuità. Fuori, la città riprende il suo movimento, sospesa tra il bisogno di vivere e il dovere di guardare.
Il prossimo allarme potrebbe arrivare domani, tra un mese o fra pochi minuti. Fino ad allora, Tel Aviv continua a riempire i tavolini. Non perché abbia dimenticato la guerra, ma perché non ha ancora imparato come esistere al di fuori di essa.



