di Davide Cucciati
Nei primi dieci giorni di giugno qualcosa si è incrinato nel rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Le dichiarazioni pubbliche, le ricostruzioni giornalistiche e le diverse priorità strategiche emerse sul dossier iraniano suggeriscono una domanda più ampia: fino a che punto gli interessi degli Stati Uniti e quelli di Israele continuano a convergere?
Il segnale più evidente è arrivato il 9 giugno. In un’intervista al Financial Times, Trump ha dichiarato che Netanyahu “non avrà scelta” se Washington dovesse raggiungere un accordo con l’Iran. Nella stessa intervista ha aggiunto una frase destinata a far discutere: “I call the shots”, rivendicando che l’ultima parola sulla strategia verso Teheran spetta a Washington.
La dichiarazione arriva al termine di una sequenza crescente di attriti: il 1° giugno Axios ha riferito che Trump avrebbe frenato un’operazione israeliana contro obiettivi di Hezbollah a Beirut, ritenendo che un’escalation potesse compromettere i negoziati con la Repubblica Islamica dell’Iran. Reuters ha poi descritto gli sforzi dell’amministrazione americana per evitare un allargamento del conflitto e preservare il percorso diplomatico con Teheran. Il 5 giugno la stessa Reuters ha pubblicato un approfondimento sulle difficoltà emerse nel rapporto tra i due leader. Netanyahu ha riconosciuto l’esistenza di “disaccordi tattici” con Washington, pur insistendo sulla solidità dell’alleanza tra i due Paesi. L’8 giugno sempre Reuters ha inoltre evidenziato che Trump avrebbe espresso forte preoccupazione per il rischio che nuove iniziative militari potessero compromettere il percorso diplomatico con Teheran.
Per Israele l’Iran continua a rappresentare una minaccia strategica di primo piano. Il programma nucleare, il sostegno a Hezbollah, agli Houthi e ad altri attori regionali vengono percepiti come elementi di un pericolo diretto alla sicurezza nazionale.
Per l’amministrazione Trump la priorità appare diversa: il presidente americano continua a puntare sulla possibilità di un accordo che riduca il rischio di una guerra regionale e possa essere presentato come un successo diplomatico.
Le due posizioni possono convivere, ma la loro convergenza non è automatica. A rafforzare questa impressione sono arrivate anche le dichiarazioni del vicepresidente JD Vance. Intervistato da Fox News l’8 giugno, Vance ha affermato che “Israele e Stati Uniti hanno molti interessi condivisi, ma esistono anche situazioni in cui i loro interessi divergono”. Ha poi aggiunto che, rispetto ai negoziati con l’Iran, “a Israele potrà piacere o meno, ma riteniamo che questo sia nell’interesse degli Stati Uniti d’America”.
Si tratta di parole significative perché pronunciate non da un commentatore o da un esponente della galassia MAGA esterna all’amministrazione, ma dal vicepresidente degli Stati Uniti. In pochi anni, una riflessione che sembrava confinata ad alcuni settori del movimento America First è arrivata ai vertici della politica americana.
Proprio questo tema era emerso in un articolo pubblicato su Mosaico il 24 aprile scorso, dal titolo “La destra MAGA spinge Trump contro Israele e ne erode il consenso fra gli elettori”. In quell’analisi si osservava come una parte crescente dell’universo America First stesse mettendo in discussione alcuni presupposti tradizionali della politica estera americana. L’idea è semplice: se la priorità assoluta deve essere la tutela dell’interesse nazionale degli Stati Uniti, ogni alleanza viene valutata in funzione dei vantaggi concreti che produce per Washington. Nessun rapporto può essere considerato immune da questa logica.
Da qui nasce una riflessione ancora più ampia: per decenni si è parlato di “Occidente” come di una comunità strategica relativamente compatta. Durante la Guerra Fredda esisteva una minaccia comune, l’Unione Sovietica, che contribuiva a tenere insieme alleanze, interessi e priorità politiche. Oggi è lecito chiedersi se questo termine abbia ancora un significato politico sul piano della postura internazionale: la competizione con la Cina, la guerra in Ucraina, le tensioni energetiche e le crisi mediorientali hanno riportato al centro gli interessi specifici dei singoli Stati.
Se la dottrina America First viene applicata fino alle sue conseguenze più estreme, il sostegno a Israele tende a essere subordinato a una valutazione costante dell’interesse nazionale americano. La domanda, quindi, è quanto i due Paesi continuino a leggere nello stesso modo il proprio interesse strategico.



