Ivanka Trump

Ivanka Trump nel mirino: il piano dell’operativo filo-iraniano e l’ombra lunga della guerra contro Israele

Personaggi e Storie

di Nina Deutsch
Un operativo iracheno legato ai Pasdaran avrebbe progettato di assassinare la figlia di Donald Trump per vendicare la morte di Qassem Soleimani. Ma dietro il caso emergono anche i legami con attacchi contro obiettivi ebraici e il ruolo simbolico della famiglia Kushner nella guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti.

La notizia è passata quasi sottotraccia, complice probabilmente il fine settimana di Shavuot e Shabbat. Eppure il rapporto emerso negli Stati Uniti apre interrogativi inquietanti sulla guerra ombra che lega Iran, milizie sciite e terrorismo anti-ebraico in Occidente.

Secondo quanto riportato da diversi media internazionali, tra cui il New York Post e il Times of Israel, un operativo iracheno legato ai Pasdaran iraniani avrebbe progettato di assassinare Ivanka Trump. L’uomo arrestato, Mohammad Baqer Saad Dawood al-Saadi, sarebbe collegato sia ai Kataeb Hezbollah sia alla Forza Quds del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (i Revolutionary Guard Corps – IRGC).

Secondo gli investigatori americani, il movente immediato sarebbe la vendetta per l’uccisione del generale Qassem Soleimani eliminato in un raid statunitense ordinato durante il primo mandato di Donald Trump. Ma dietro questa vicenda emerge qualcosa di più ampio: una rete internazionale di attacchi contro obiettivi ebraici e occidentali, che secondo Washington avrebbe operato tra Europa e Nord America negli ultimi mesi.

La minaccia contro Ivanka

Secondo le ricostruzioni pubblicate dalla stampa americana, al-Saadi avrebbe promesso di colpire Ivanka Trump come simbolo della famiglia presidenziale responsabile della morte di Soleimani. Alcune fonti riferiscono persino del possesso di planimetrie dell’abitazione della figlia del presidente in Florida e di messaggi pubblicati online con minacce dirette contro gli Stati Uniti e il Secret Service.

L’uomo è stato arrestato in Turchia e successivamente estradato negli Stati Uniti. I procuratori federali lo accusano di essere coinvolto in quasi venti attacchi o tentativi di attentato contro interessi americani ed ebraici in Europa e Nord America. Tra gli episodi citati figurano aggressioni a cittadini ebrei a Londra, incendi dolosi e piani contro sinagoghe e istituzioni collegate alla comunità ebraica.

È qui che la vicenda assume una dimensione ancora più delicata. Perché il nome di Ivanka Trump non appare soltanto come quello della figlia del presidente americano. Appare anche come quello di una donna che ha abbracciato l’ebraismo ortodosso dopo il matrimonio con Jared Kushner.

Bersaglio simbolico o politico?

La domanda che molti osservatori si pongono è se la scelta di Ivanka Trump come bersaglio sia stata esclusivamente legata al cognome Trump o se invece il suo ruolo all’interno della famiglia Kushner abbia avuto un peso specifico.

Negli ultimi anni Jared Kushner è stato una figura centrale nella diplomazia mediorientale americana. Tornato al centro del dibattito internazionale dopo la tregua tra Israele e Hamas, Kushner è stato indicato insieme a Steve Witkoff tra le figure che hanno avuto un ruolo nelle più delicate trattative diplomatiche legate al conflitto.

Per l’universo ideologico delle milizie filo-iraniane, colpire Ivanka Trump avrebbe quindi potuto significare colpire contemporaneamente tre simboli: la famiglia Trump, il mondo ebraico americano e quella rete diplomatica considerata vicina a Israele. Un elemento tutt’altro che marginale. Anche perché gli stessi documenti dell’accusa americana parlano esplicitamente di attacchi contro “obiettivi ebraici”.

La storia ebraica della famiglia Kushner

Nella biografia di Jared Kushner esiste inoltre una memoria familiare profondamente intrecciata con la storia dell’ebraismo europeo del Novecento.

Nato nel New Jersey nel 1981, Kushner è cresciuto in una famiglia ebrea ortodossa moderna. I suoi nonni paterni erano sopravvissuti alla Shoah. Sua nonna, Rae Kushner, riuscì a fuggire dal ghetto di Novogrudok, nell’attuale Bielorussia, scavando un tunnel sotto le recinzioni del campo. Successivamente si unì ai celebri partigiani di Bielski, il gruppo ebraico che nelle foreste tra Polonia e Bielorussia combatté contro i nazisti salvando centinaia di vite.

È impossibile non notare il cortocircuito storico che emerge oggi: una famiglia segnata dalla persecuzione antiebraica europea torna a essere indirettamente coinvolta in una vicenda di terrorismo che colpisce ancora una volta obiettivi ebraici.

Una guerra che non resta più soltanto in Medio Oriente

Il caso al-Saadi conferma soprattutto un dato: il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti non si combatte soltanto sul terreno militare del Medio Oriente. Si estende nelle città europee, nelle comunità ebraiche occidentali, nelle reti clandestine che agiscono attraverso propaganda, intimidazioni e terrorismo.

Negli ultimi mesi le autorità occidentali hanno più volte segnalato un aumento delle minacce contro istituzioni ebraiche. L’idea che un operativo legato ai Pasdaran potesse progettare contemporaneamente attacchi contro sinagoghe e l’assassinio della figlia del presidente americano mostra quanto la dimensione simbolica della guerra sia diventata centrale.

E forse è proprio questo l’aspetto più inquietante della vicenda: non soltanto la volontà di colpire una persona, ma la scelta di trasformarla in un bersaglio carico di significati politici, religiosi e identitari. Il caso emerge in un contesto internazionale segnato da una forte crescita degli episodi antisemiti dopo il 7 ottobre e dalla radicalizzazione della propaganda filo-iraniana contro Israele e le comunità ebraiche occidentali.