Dalla storia del Ghetto, una lezione per il presente

Libri

di Ugo Volli

[Scintille. Letture e riletture]

Come tutte le minoranze, in particolare nel mondo preindustriale, gli ebrei hanno spesso avuto l’abitudine di vivere negli stessi quartieri, in modo da organizzare più facilmente i servizi religiosi e civili e anche per potersi difendere più facilmente dalle aggressioni.

Questi quartieri ebraici però, che si incontrano anche in alcune città moderne, sono tutt’altra cosa dai ghetti. Non solo perché i ghetti, a partire da quello di Venezia fondato nel 1515, erano obbligatori e recintati, chiusi a chiave di notte, spesso sovrappopolati e malsani. Ma anche perché essi erano imposti dai governanti non solo per isolare gli ebrei, ma avevano spesso lo scopo dichiarato di opprimerli, di metterli in una condizione di inferiorità e di disagio al fine di spingerli alla conversione: vere e proprie macchine sociali miranti all’estinzione culturale, se non fisica, del popolo ebraico.

Da questo punto di vista più ancora del ghetto di Venezia, le cui vicissitudini risentirono delle spinte politiche ed economiche della Serenissima e in particolare del suo rapporto non sempre facile col papato, è esemplare la vicenda del ghetto di Roma, stabilito nel 1555 e durato fino al 1870, nonostante i brevi intervalli di libertà assicurati dalla Rivoluzione Francese, dal dominio napoleonico e poi dalla Repubblica Romana. Anche se molti documenti essenziali sono stati dispersi dalle razzie naziste che distrussero la biblioteca della comunità ebraica, si tratta di una storia molto studiata e ricostruita nei dettagli.

Ora però è uscito un libro sintetico e di piacevole lettura scritto da una storica romana (Serena Di Nepi, Il ghetto di Roma, Carocci Editore) che permette di capire bene la natura e il funzionamento di questa macchina di oppressione. Lo fa innanzitutto proponendo una ricostruzione generale per fasi delle sue vicissitudini sempre mutevoli, soprattutto a causa dell’atteggiamento piuttosto ondivago dei Papi che si occuparono sempre personalmente della legislazione che regolava il ghetto e spesso di singoli casi o personaggi.

Ma il libro dà spazio anche alla narrazione più dettagliata di alcuni momenti e personaggi particolarmente significativi, raccontando così concretamente storie esemplari della reclusione e della resistenza ebraica. L’aspetto più interessante del libro sta proprio nella ricostruzione della vita del ghetto come un incontro e spesso uno scontro di strategie contrapposte. Da un lato quella oppressiva del papato, che già prima dell’istituzione del ghetto aprì una “casa dei catecumeni” per favorire le conversioni, e quindi obbligò gli ebrei ad assistere a prediche in chiesa, accumulò ostacoli e vessazioni per impoverire e umiliare gli ebrei e premi ed onori per i convertiti. Dall’altro vi era una resistenza religiosa, ma anche economica e sociale, che cercava continuamente nuove strade per aggirare gli ostacoli e rendere sopportabile la vita rinchiusa. Un altro lato molto interessante è la ricostruzione delle dinamiche interne al ghetto: l’opposizione fra ebrei di origine locale e immigrati; la funzione delle diverse “Scole” e delle confraternite, la struttura di classe, lo statuto e il governo della Comunità. Insomma si tratta di un libro che si legge con interesse e con passione, perché non parla solo del nostro passato collettivo, ma ci dice cose importanti anche per l’oggi.