di Davide Cucciati
Il dato più rilevante che emerge dal reportage di Rivista Italiana Difesa è come Israele si stesse preparando ad affrontare la guerra: il quadro che emerge è quello di un sistema militare che sviluppa tecnologie avanzate e che le modifica in tempo reale, integrando industria, forze armate e campo di battaglia in un unico ciclo continuo.
Dieci giorni prima che Israele e Stati Uniti attaccassero l’Iran, in Israele si parlava già apertamente di uno scontro inevitabile. È quanto emerge dal reportage di Rivista Italiana Difesa, di aprile 2026, relativamente al Defense Tech Expo 2026 tenutosi il 17 e il 18 febbraio a Tel Aviv.
Il dato più rilevante è come Israele si stesse preparando ad affrontare la guerra: il quadro che emerge è quello di un sistema militare che sviluppa tecnologie avanzate e che le modifica in tempo reale, integrando industria, forze armate e campo di battaglia in un unico ciclo continuo. È questo, più di ogni singola piattaforma, il vero vantaggio strategico israeliano anche rispetto agli eserciti NATO.
Un ecosistema industriale senza equivalenti
Il Defense Tech Expo è stato la rappresentazione concreta dell’ecosistema industriale della difesa israeliana che si struttura su circa 600-700 aziende, per quasi 100.000 addetti. I principali settori di eccellenza sono la missilistica, i sistemi antiaerei e antimissile, i droni, le loitering munitions (droni suicidi), i veicoli terrestri autonomi, i sistemi C-UAV (sistemi progettati per individuare e neutralizzare droni nemici), e le soluzioni software basate sull’intelligenza artificiale per applicazioni militari.
Al vertice del sistema si collocano Elbit Systems, Rafael Advanced Defense Systems e Israel Aerospace Industries, che fungono da aziende capaci di integrare tecnologie diverse in sistemi complessi e da perno tecnologico per una rete capillare di PMI e startup che operano come fornitori specializzati sviluppando componenti, sottosistemi e software. Il dato più significativo degli ultimi due anni riguarda proprio le startup. Secondo Rivista Italiana Difesa, sono raddoppiate dall’ottobre 2023, attirando nel 2025 oltre un miliardo di dollari di investimenti. Il Ministero della Difesa ha formalizzato questa direzione destinando almeno il 10% del budget R&D 2026 (ricerca e sviluppo) alle startup: una scelta che riconosce come i cicli di innovazione più rapidi si sviluppino fuori dai grandi gruppi.
Il feedback loop operativo-industriale
Il meccanismo che caratterizza il modello israeliano è la “porta girevole” tra forze armate e industria, generata dal servizio militare obbligatorio e dal sistema dei riservisti.
Questo meccanismo produce tre flussi distinti e interdipendenti. Un primo flusso va dal militare all’industria: l’esperienza diretta al fronte traduce esigenze tattiche in requisiti operativi e quindi in specifiche di sviluppo. Un secondo flusso è inverso, dall’industria al militare: gli ingegneri richiamati in servizio portano capacità analitiche e progettuali direttamente nell’ambiente operativo. Il terzo flusso è quello della validazione in combattimento che chiude il ciclo: il campo di battaglia diventa il banco di prova primario del sistema e le lezioni apprese vengono reintegrate nello sviluppo per apportare modifiche o generare nuovi prodotti sulla base delle esigenze emerse in operazione.
Il risultato è la compressione dei tempi. Dove i sistemi occidentali richiedono anni, il modello israeliano opera su cicli molto più rapidi.
Difesa: un sistema che impara combattendo
Il prodotto più maturo di questo modello è l’architettura di difesa aerea e antimissile integrata. Un sistema aggiornato sulla base degli attacchi subiti, con interventi software nel breve termine e modifiche hardware nei cicli successivi, il tutto validato in combattimento.
Israele è l’unico Paese a difendere il proprio spazio aereo 24 ore su 24, 7 giorni su 7 con un sistema multilivello: Iron Dome intercetta razzi a corto raggio e mortai, David’s Sling copre missili da crociera e balistici a corto-medio raggio, Arrow 2 e Arrow 3 operano contro missili balistici a medio-lungo raggio, anche ad alta quota. Il CEO di Israel Aerospace Industries, Boaz Levy, ha confermato che Arrow 4 è progettato per contrastare minacce ipersoniche e missili manovranti. Ogni intercettazione genera dati che vengono reintegrati negli algoritmi del sistema, aumentando la probabilità di intercetto.
Il valore operativo di questo sistema si è tradotto anche in risultati di export: il contratto Arrow 3 con la Germania, il più grande nella storia dell’export israeliano della difesa, ha raggiunto un valore complessivo di 6,5 miliardi di dollari. Inoltre, risultano trattative in corso con altri membri della NATO.
Potere aereo: integrazione e addestramento
La superiorità dell’aeronautica israeliana deriva dall’integrazione tra piattaforme, munizionamento, intelligence e dottrina. Inoltre, è la forza aerea che accumula il maggior numero di ore di volo addestrativo al mondo.
Il sistema di training avanzato, gestito da Elbit Systems e basato sull’M-346 dell’italiana Leonardo, un velivolo da addestramento avanzato progettato per preparare i piloti a missioni operative complesse, è stato lodato da diversi interlocutori al Defense Tech Expo 2026.
Il ruolo dell’F-35 Adir, versione israeliana pesantemente modificata del caccia multiruolo di quinta generazione prodotto da Lockheed Martin, è stato centrale. L’Adir ha operato come nodo avanzato di raccolta e distribuzione dell’intelligence in tempo reale. Inoltre, grazie alla sua firma radar estremamente ridotta, ha potuto operare in ambienti fortemente difesi, cioè protetti da sistemi antiaerei e antimissile avanzati, svolgendo ricognizioni pre-strike. Non si tratta di un mero aereo ma di un vero e proprio sistema di interconnessione ed elaborazione dei dati.
I droni e l’intelligenza artificiale
L’impiego di UAV, droni aerei senza pilota, e UGV, veicoli terrestri robotizzati controllati da remoto, sta ridefinendo il processo di acquisizione informazioni, sorveglianza, identificazione del bersaglio e intervento.
Il primo cambiamento è concettuale: si passa dal pilotare la piattaforma al pilotare la missione. L’operatore definisce l’obiettivo e i parametri, delegando alla piattaforma l’esecuzione. Il secondo è la spendibilità: questi sistemi possono operare in ambienti ad alta minaccia senza il vincolo della sopravvivenza del pilota. Il terzo è la velocità: la riduzione delle barriere burocratiche ha permesso di schierare sistemi in settimane invece che in anni.
In questo contesto, Gaza è stata definita la prima guerra digitale. Il sistema di comando, controllo, comunicazioni e informazione, ha connesso oltre 100.000 entità tra soldati, mezzi, droni e sensori. Questo ha prodotto qualcosa di qualitativamente nuovo: un sistema che genera, in tempo reale, una quantità di dati che nessun operatore umano è in grado di processare in tempo utile.
Qui entra in gioco l’intelligenza artificiale come sistema nervoso dell’intera architettura. Infatti, è l’IA che consente di trasformare il flusso di dati in decisioni operative: individuare pattern, classificare obiettivi e, in alcuni casi, contribuire alla designazione dei bersagli, cioè alla selezione operativa di cosa colpire sulla base delle informazioni disponibili. La velocità richiesta è tale che il tempo umano rischia di diventare incompatibile con il ritmo del combattimento.
Il ritorno della manovra terrestre
Nel corso dei due anni precedenti al 7 ottobre 2023, come evidenziato da Rivista Italiana Difesa, l’esercito israeliano si era progressivamente allontanato dal concetto di manovra terrestre.
I crescenti investimenti in intelligence, potere aereo e sistemi di difesa avanzati avevano accompagnato una riduzione della prontezza operativa delle forze di terra e un declino nella fiducia verso la manovra terrestre come strumento decisivo. La deriva non era nuova: già la Seconda Guerra del Libano del 2006 ne aveva mostrato i limiti, senza che quella traiettoria venisse realmente corretta.
L’attacco del 7 ottobre ha rappresentato, tra le altre cose, la conseguenza operativa di questa impostazione.
Il recupero è stato rapido e non casuale: la dottrina è stata adattata in tempo reale, integrando tecnologia e tattica. A questo si è aggiunta una leadership dal basso che ha compensato le carenze iniziali di pianificazione centralizzata. È stata, in sostanza, una capacità di auto-riorganizzazione sotto pressione. La manovra terrestre è così riemersa, nelle parole di uno dei relatori, “come una fenice”, e il Defense Tech Expo 2026 ha offerto una cornice autorevole per analizzarne la trasformazione.
Il Merkava: un carrarmato progettato per sopravvivere e combattere nello scenario reale
Da minacce specifiche discendono i requisiti operativi che hanno plasmato ogni generazione del Merkava.
La protezione frontale e laterale è stata massimizzata attraverso un’architettura di corazza composita aggiornata più volte sulla base delle minacce anticarro effettivamente incontrate al fronte. Il motore anteriore, una soluzione non convenzionale, aggiunge uno strato protettivo supplementare nella direzione di massima esposizione, mostrando come la sopravvivenza dell’equipaggio abbia pesato più della semplicità progettuale. Il sistema di protezione attiva Trophy, sviluppato da Rafael e integrato a partire dal Merkava Mk4, intercetta i missili anticarro in volo a distanza di sicurezza dallo scafo. È una risposta diretta all’analisi delle perdite nei conflitti precedenti.
Il vano posteriore consente l’imbarco di soldati o il recupero di feriti, riflettendo una dottrina in cui il carro non opera mai isolato, ma come piattaforma di supporto ravvicinato per la fanteria in ambiente urbano.
Il risultato è una piattaforma che non eccelle nei parametri classici di mobilità o autonomia (a differenza dei carrarmati NATO) ma che è ottimizzata per sopravvivere e combattere nelle condizioni operative tipiche dell’esercito israeliano: mobilità, protezione e potenza di fuoco sono bilanciati in funzione dello scenario.
La sopravvivenza è garantita su più livelli. I sistemi di protezione dei carrarmati israeliani hanno intercettato centinaia di missili anticarro e RPG. Le tattiche di combattimento “a portelli chiusi”, cioè con l’equipaggio completamente protetto all’interno del mezzo grazie a sistemi di visione panoramica a 360 gradi che ricostruiscono digitalmente l’ambiente circostante, permettono di mantenere l’avanzata anche sotto fuoco intenso.
La connettività digitale completa il quadro. Attraverso la rete di comando, controllo, comunicazione, computer e intelligence, che connette in tempo reale soldati, mezzi, droni e sensori, ogni carro diventa un nodo di richiesta e coordinamento del fuoco, capace di far convergere rapidamente supporto di artiglieria, aeronautica o marina su un bersaglio identificato. Pertanto, il Merkava è un’infrastruttura tecnologica mobile, un nodo operativo all’interno di una rete distribuita, che richiede energia, capacità di calcolo e comunicazioni continue, fino a configurarsi come un vero e proprio datacenter sul campo.
Il sottosuolo e il laboratorio delle forze speciali
Nel dominio sotterraneo, tutti i vantaggi tecnologici sviluppati in superficie hanno perso gran parte della loro efficacia. La rete di tunnel di Hamas ha imposto una sfida di natura completamente diversa. La risposta israeliana si è scontrata inizialmente con un vero e proprio vuoto dottrinale e tecnologico.
La soluzione è emersa, ancora una volta, dall’innovazione sotto fuoco nemico. L’esercito israeliano ha schierato in prima linea le proprie unità di forze speciali anche per sviluppare direttamente sul campo le metodologie operative necessarie. I primi soldati a entrare nei tunnel lo hanno fatto in condizioni di incertezza operativa totale, in una fase di sperimentazione forzata. Sono stati testati sensori di rilevamento sotterraneo, sistemi di mappatura tridimensionale a corto raggio per ricostruire la struttura degli ambienti, robot e droni miniaturizzati da ricognizione, cariche esplosive progettate per aprire varchi in spazi confinati e procedure di bonifica progressiva, cioè la messa in sicurezza graduale dei tunnel segmento dopo segmento.
In questo contesto, le forze speciali hanno operato come un vero e proprio laboratorio di combattimento: hanno funzionato come interfaccia primaria tra innovazione tecnologica e impiego operativo, traducendo strumenti ancora in fase di sviluppo in capacità utilizzabili sul campo.
Questo ruolo ha reso le unità speciali il vettore principale di introduzione dei sistemi robotici e autonomi nel combattimento reale, anticipando e accelerando l’evoluzione dottrinale dell’intero sistema.
L’effetto laboratorio israeliano
Al termine dell’Expo emergono tre lezioni. La prima è la velocità: il tempo tra vulnerabilità e aggiornamento è diventato decisivo. La seconda è l’integrazione: nessun dominio è autosufficiente. La terza è sistemica: il vantaggio israeliano risiede nell’architettura del sistema.
Industria, esercito e campo di battaglia funzionano come un unico organismo. Il vantaggio israeliano risiede in un sistema che evolve mentre combatte.



