Gaza, sondaggio COGAT: “80% favorevole a ricevere informazioni su come poter emigrare in un Paese terzo”

Mondo

di Nina Deutsch
Un’indagine citata in esclusiva dal Jerusalem Post e realizzata dal COGAT indica un forte interesse a lasciare la Striscia. Il tema resta controverso tra letture politiche e umanitarie.

“L’80% degli abitanti di Gaza è favorevole all’emigrazione dalla Striscia”: così titola un’esclusiva del Jerusalem Post, che riporta i risultati di un sondaggio realizzato dal COGAT, il Coordination of Government Activities in the Territories, l’organismo del Ministero della Difesa israeliano incaricato della gestione e del coordinamento delle questioni civili nei territori palestinesi, dalla Cisgiordania alla Striscia di Gaza. Il sondaggio è stato oggetto di valutazioni diverse: da un lato viene richiamato in ambito giornalistico e istituzionale, dall’altro è ritenuto da diversi osservatori di difficile interpretazione per la mancanza di dati pubblicamente disponibili.

Secondo quanto emerge dall’indagine, presentata nelle scorse settimane ad alti funzionari israeliani e visionata dal quotidiano israeliano, una parte molto ampia della popolazione gazawi guarderebbe oggi alla possibilità di lasciare il territorio come unica prospettiva concreta per il futuro. Quasi quattro intervistati su cinque, infatti, avrebbero espresso interesse a ricevere informazioni sui meccanismi di trasferimento verso Paesi terzi attraverso i valichi di Rafah e Kerem Shalom.

Il nodo del disarmo di Hamas

Il dato viene interpretato da diverse autorità israeliane come il segnale di una crescente esasperazione civile all’interno della Striscia, aggravata dall’impasse politica e militare che continua a bloccare qualsiasi prospettiva di ricostruzione stabile. Sullo sfondo resta infatti il nodo del disarmo di Hamas, considerato da Israele e dagli Stati Uniti una condizione indispensabile per avviare un piano di rilancio postbellico, anche nell’ambito della proposta sostenuta dall’amministrazione del presidente americano Donald Trump.

Nel questionario predisposto dal COGAT ai residenti veniva chiesto quali fossero i temi sui quali desideravano ricevere “maggiori informazioni per il pubblico palestinese”. La risposta predominante ha riguardato proprio le possibilità di espatrio. Solo il 17,5% degli intervistati ha invece indicato come prioritaria la questione degli aiuti alimentari e umanitari, mentre appena il 2,5% ha mostrato particolare interesse per problematiche mediche o sanitarie.

Sempre secondo quanto riferito dal Jerusalem Post, dall’inizio della guerra scoppiata dopo il massacro del 7 ottobre, oltre 44 mila residenti di Gaza hanno lasciato la Striscia attraverso i valichi controllati da Israele e dall’Egitto. Tra loro figurano pazienti trasferiti per cure mediche all’estero e persone già in possesso di visti per altri Paesi. Dopo la riapertura del valico di Rafah, avvenuta a febbraio nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco, circa 2.500 persone sarebbero riuscite a uscire da Gaza.

Alcuni funzionari della sicurezza israeliana ritengono inoltre che il numero reale di persone intenzionate a lasciare il territorio potrebbe essere persino superiore rispetto a quanto emerso dal sondaggio. Secondo una fonte citata dal giornale, non si esclude infatti che diversi partecipanti abbiano evitato di esprimere apertamente la propria opinione o non abbiano compreso fino in fondo le implicazioni della domanda.

Trentamila camion carichi di aiuti

Parallelamente, il COGAT continua a coordinare anche le operazioni umanitarie dirette verso la Striscia. In una nota diffusa nei giorni scorsi, l’organismo israeliano ha dichiarato di aver facilitato, tra il 10 e il 14 maggio, l’ingresso a Gaza di circa 30 mila camion carichi di aiuti. Tra le forniture figurano anche grandi quantitativi di olio motore destinati a garantire il funzionamento delle infrastrutture umanitarie delle Nazioni Unite.

Nello stesso periodo sarebbero state consegnate oltre 440 tonnellate di materiale medico, compresi dieci camion di medicinali e forniture sanitarie inviate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il COGAT ha inoltre riferito di aver assistito l’evacuazione in Giordania di circa 130 residenti di Gaza attraverso il valico di Kerem Shalom.

Altri studi di una possibile “relocation”

Attorno al tema dell’emigrazione dalla Striscia di Gaza, della possibile “relocation” dei civili e delle accuse di trasferimento forzato si stanno moltiplicando rapporti, indiscrezioni diplomatiche e prese di posizione internazionali.

Uno studio di Gallup International pubblicato lo scorso anno aveva registrato, già prima dell’ultima escalation del conflitto, un crescente desiderio di lasciare la Striscia alla ricerca di migliori condizioni economiche, formative e di sicurezza. La maggior parte degli intervistati si era dichiarata favorevole a un trasferimento temporaneo, mentre una quota minore aveva espresso sostegno a un trasferimento permanente o all’invio di familiari all’estero. L’indagine, condotta su un campione di 532 residenti di Gaza e aggiornata dopo l’inizio della guerra del 7 ottobre, aveva inoltre evidenziato il progressivo deterioramento delle condizioni di vita.

Come riportato anche in un rapporto di Arab Barometer, alla vigilia del 7 ottobre circa un terzo degli abitanti della Striscia e circa un quinto di quelli della Cisgiordania dichiaravano di prendere in considerazione l’emigrazione dalla Palestina. Tra le destinazioni considerate più attraenti figuravano Turchia, Germania, Canada, Stati Uniti e Qatar.

Un dibattito acceso

Anche dentro la società israeliana il dibattito è acceso. Alcuni sondaggi e discussioni pubbliche mostrano che una parte dell’opinione pubblica considera realistico o persino auspicabile un trasferimento dei palestinesi fuori da Gaza, soprattutto dopo il trauma del 7 ottobre. Tuttavia altri israeliani – inclusi ex militari, intellettuali e commentatori – avvertono che un simile scenario danneggerebbe gravemente l’immagine internazionale di Israele e potrebbe configurare violazioni del diritto internazionale.

Sul tema, le principali organizzazioni internazionali e buona parte della letteratura accademica mantengono a loro volta una posizione molto cauta e spesso critica rispetto alla lettura “numerica” del consenso all’emigrazione. In sintesi, secondo diverse agenzie ONU e ONG umanitarie, in contesti di guerra prolungata, distruzione diffusa e collasso dei servizi essenziali, la disponibilità a lasciare il territorio non può essere automaticamente interpretata come scelta libera o desiderio politico stabile, ma piuttosto come indicatore di stress umanitario estremo e perdita di prospettive immediate.

Diversi studi accademici sui conflitti e sulle migrazioni forzate sottolineano inoltre che la distinzione tra “migrazione volontaria” e “trasferimento di popolazione sotto coercizione indiretta” diventa particolarmente sfumata quando mancano sicurezza, abitazioni e accesso ai beni di prima necessità.

Nel frattempo, un’inchiesta di Axios rivela che Washington starebbe lavorando a un piano di ricostruzione e amministrazione di Gaza nelle aree non controllate da Hamas, dopo il fallimento dei negoziati sul disarmo del movimento islamista.

Nel complesso, il tema resta fortemente divisivo sia sul piano politico sia su quello giuridico e umanitario: da un lato chi legge questi dati come indicatore di una crescente esasperazione sociale, dall’altro chi avverte il rischio che possano essere utilizzati per legittimare ipotesi di spopolamento della Striscia.