
«Se per liberare l’Iran dovessero colpire il mio villaggio, chiamerei io stesso Netanyahu
e gli direi: fatelo». Sono le parole degli iraniani di Milano che manifestano contro
il regime degli Ayatollah e che vivono col fiato sospeso. Speranza, paura, inquietudine: cresciuti nell’odio verso Israele e gli Usa, oggi vedono nella guerra un’occasione epocale
di mettere fine a un governo sanguinario e liberticida. Orgogliosi, sventolano la bandiera
con il Maghen David accanto a quella persiana con il sole e il leone
Cara lettrice, caro lettore
l’arte della separazione non è mai stata facile da praticare e lo è ancor meno per me, dopo quasi 18 anni di direzione di questo giornale e dei media della Comunità ebraica di Milano. Saper lasciare: non è semplice andarsene dopo anni di lavoro appassionato, di coinvolgimento emotivo e ideativo, nella quotidianità di un mondo ebraico qual è quello milanese.
Un’esperienza che mi ha insegnato infinitamente più di quanto avessi inizialmente immaginato e che mi ha portato a comprendere la complessità della parola kehillà, la collettività ebraica, con le sue implicazioni sottili sul senso di appartenenza, con i suoi contraccolpi rispetto a una modernità che si fa ostile e il suo tormentato riverbero sull’interiorità ebraica. Ho sempre amato la parola, la più bella e nobile tra le facoltà umane.
Ho cercato di tradurre in racconto, articoli, notizie il magma ebraico delle nostre vite, cercando a volte di catturarne il senso e l’anima sottile, la materia viva, insieme gioiosa e dolente. La condizione ebraica e le sue sfide intellettuali: Judeitè, la chiamano i francesi (giudeità, ma la parola italiana non ne restituisce il senso), una condizione al contempo fragile e coriacea, refrattaria e insieme drammaticamente soggetta alle intemperie della grande Storia. Judeitè: ovvero l’insieme dei caratteri costitutivi della coscienza ebraica che designa non solo gli aspetti religiosi ma anche la sua storia, cultura, diversità in tutte le sue forme e declinazioni.
In questi anni ho provato a riflettere sul corto circuito tra modernità e appartenenza ancestrale, sul campo di tensioni scatenato dall’ultima guerra di Israele e su che cosa sia Israele con le sue contraddizioni; e infine, sul fenomeno del nuovo antisemitismo che all’indomani del 7 ottobre ci coglieva impreparati e indifesi.
Ho cercato di dare spazio alla polifonia delle tante voci ebraiche italiane, alle sue tribù, ai sussulti delle sue anime molteplici, quiete o ribelli, anime tiepide o devote che fossero. Non sempre si piace a tutti? Pazienza, fa parte del lavoro. Col tempo, cari lettori, si impara a esercitare con parsimonia l’arte di compiacere: mantenere equilibrio e moderazione non è così scontato. Ma dove c’è trasparenza c’è riconoscimento del merito e crescita. Nell’opacità si regredisce.
Ho cercato di interpretare un mondo proiettato nel futuro e nella turbolenza digitale dell’oggi, per restituirne il racconto in chiave ebraica. La redazione del Bollettino-Mosaico-Bet Magazine è sempre stata l’arena di un apertissimo e sincero confronto di idee, una micro-comunità civile dove scambiare libere opinioni su tutto, su Israele, sulla politica italiana e comunitaria, sulle istituzioni ebraiche, sulle inquietudini per la guerra in Ucraina, per quella odierna in Medio Oriente.
Devo un grazie a una comunità di lettori unica, empatica, sensibile, urticante, polemica, litigiosa, meravigliosa. È stato un privilegio inestimabile dialogare con lei. Devo un grazie a chi mi ha offerto l’opportunità di esercitare il mio mestiere con grande libertà e magnitudo, ai politici che mi hanno dato fiducia e che si sono avvicendati in questi anni, alla loro capacità di capire il lavoro di coesione identitaria, il senso di unità ebraica che stavamo perseguendo. Devo un grazie speciale alla redazione senza la quale questa costruzione non sarebbe stata possibile: al gruppo di giovani ragazzi che scrivono con entusiasmo e acume, ai prestigiosi collaboratori che non ci hanno mai abbandonato e, soprattutto, a Ester Moscati, Ilaria Myr e Dalia Sciama per l’impegno, il trasporto e la professionalità estrema con cui svolgono il loro lavoro.
Sarò sempre orgogliosa di aver guidato i media della Comunità in un momento di grande complessità storica come quello di adesso. Anche nei momenti più depressivi e foschi, quando tutto sembrava senza uscita, con l’orrore del Nova Festival negli occhi e l’angoscia per gli ostaggi nel cuore, non ho mai pensato di abbandonare la nave: raccontare quello che provavamo, intercettare il nostro senso di sgomento, dargli voce, diventava un dovere giornalistico, un imperativo etico. Una testimonianza.
Dal mese di aprile lascio la direzione dei media della CEM. Continuerò a scrivere articoli ma questo è il mio ultimo editoriale. Il legame sentimentale con questo giornale è e resta indissolubile. Grazie.
Fiona Diwan



