Goldie Ghamari

Voci dall’Occidente per un Iran libero. “Bibi, Trump: finite il lavoro, distruggete il regime islamico”

Personaggi e Storie

di Nathan Greppi
In Italia, e in generale in Europa, le proteste degli iraniani anti-regime hanno ricevuto una copertura mediatica inferiore rispetto alle manifestazioni propal. Ma come viene vissuta la situazione dalla diaspora iraniana, e come questa vede Israele? Intervista a Goldie Ghamari, attivista canadese di origine iraniana.

Nel dibattito pubblico sulla guerra in Iran, spesso i discorsi sul blocco di Hormuz, la crisi energetica e le ripercussioni economiche hanno messo in ombra le aspirazioni di quegli iraniani che da dicembre manifestano contro il regime che li opprime da 47 anni, e che ha massacrato decine di migliaia di suoi cittadini oltre a chiudere internet nel tentativo di insabbiare tutto.

Se in Italia le proteste degli iraniani anti-regime hanno ricevuto una copertura mediatica inferiore rispetto alle manifestazioni propal, altrove ci sono state manifestazioni assai imponenti: il 14 febbraio, in particolare, a Monaco di Baviera hanno manifestato a sostegno del popolo iraniano ben 250.000 persone, e anche a Los Angeles e a Toronto ne sono scese in piazza centinaia di migliaia.

Per spiegare come viene vissuta la situazione dalla diaspora iraniana, e come questa vede Israele, ha gentilmente concesso un’intervista a Mosaico-Bet Magazine l’attivista canadese di origine iraniana Goldie Ghamari: nata in Iran e giunta in Canada nel 1986 quando aveva solo un anno, dal 2018 al 2025 è stata parlamentare della provincia canadese dell’Ontario (prima con il Partito Progressista Conservatore di centrodestra e infine come indipendente). Oggi è un’analista politica e attivista, con un vasto seguito sui social (oltre 510.000 follower solo su Instagram). Su di lei di recente un gruppo hacker legato alla Repubblica islamica ha messo una taglia da 250.000 dollari.

Il 17 ottobre 2023, dieci giorni dopo i massacri del 7 ottobre, lei ha tenuto un discorso a sostegno d’Israele nel parlamento provinciale dell’Ontario. In questi due anni, come è cambiato l’atteggiamento nei confronti d’Israele in Canada?

La situazione è diventata molto polarizzata, e sono rimasta sorpresa dal numero di politici canadesi che hanno preso posizione contro Israele. Lo abbiamo visto soprattutto a sinistra, dove diversi politici del Partito Liberale e dell’NDP (New Democratic Party) hanno appoggiato Hamas. Chiunque tra noi abbia difeso Israele dopo il 7 ottobre è stato costantemente attaccato e molestato, soprattutto dalle lobby musulmane in Canada.

Quando Ali Khamenei è stato eliminato, come ha reagito la diaspora iraniana?
In tutto il mondo, la reazione è stata di gioia e felicità. In Canada, negli Stati Uniti e in ogni altro luogo gli iraniani sono scesi in strada a festeggiare, ballare e ringraziare Israele, Bibi, il presidente Trump e l’America. È stato un bel giorno per tutti, ed è stato interessante notare come in molti di questi festeggiamenti la comunità iraniana e quella ebraica hanno festeggiato insieme. C’erano molte bandiere del leone e del sole, ma anche molte bandiere con la Stella di Davide.

Che tipo di reazioni ricevono gli attivisti iraniani anti-regime da parte del pubblico occidentale?
In generale, credo che l’opinione pubblica sostenga gli iraniani che combattono contro il regime. Tuttavia, in seno alle nostre società ci sono anche elementi che sostengono il regime iraniano: comunisti, jihadisti. In sostanza, chiunque sostenga Hamas a Gaza sostiene anche il regime iraniano. Purtroppo, ci sono politici in Canada che pur non dichiarando apertamente di sostenere il regime, dicono che bisogna fermare la guerra e usare la diplomazia. Ovviamente, non sono visti positivamente dai combattenti per la libertà iraniani.

Questo per quanto riguarda i politici. Tra la gente comune invece il riscontro è diverso?

Ritengo che la stragrande maggioranza delle persone abbia un’opinione positiva degli iraniani contro il regime. Anche perché le manifestazioni organizzate dagli iraniani in tutto il mondo sono molto pacifiche e rispettose delle città in cui hanno luogo. Non ci sono vandalismi, violenze o minacce. Sono molto diverse dalle violente manifestazioni pro-Hamas che abbiamo visto negli ultimi anni.

Mentre milioni di persone in Occidente hanno manifestato per Gaza e contro Israele, molte meno hanno mostrato solidarietà verso i manifestanti iraniani contro il regime.
In Canada, le manifestazioni a favore di un Iran libero e contro il regime hanno avuto un’affluenza maggiore di quelle pro-Gaza. Credo che altrove certe manifestazioni siano più piccole perché vi è una popolazione iraniana più ridotta, ma allo stesso tempo in diversi paesi europei sono stati importati in massa numerosi islamisti e jihadisti antioccidentali che sostengono la Palestina.

Secondo lei, perché gli occidentali manifestano meno per l’Iran che per Gaza?
Perché gli iraniani contro il regime si battono contro lo stesso sistema che appoggia la Palestina.

Nei primi tempi, alcuni manifestanti anche qui in Italia indossavano le mascherine per non essere riconoscibili. Quali rischi corrono gli iraniani all’estero che protestano?
I rischi sono assai reali. Innanzitutto, se protesti contro il regime islamico, non puoi più tornare indietro, perché se lo fai ti mettono in prigione, e possono torturarti e giustiziarti. Se ti identificano, anche se non torni indietro possono metterti a tacere incarcerando membri della tua famiglia. E questo è successo spesso. Inoltre, il regime islamico può anche minacciare di confiscare le tue proprietà e i tuoi beni.

Manifestazione per l’Iran libero a Milano (foto ©Sofia Tranchina)

In molte proteste, non solo gli ebrei ma anche gli stessi iraniani sventolano la bandiera israeliana. Come viene visto Israele dalla diaspora iraniana?
Non solo nella diaspora, ma anche nell’Iran occupato Israele viene visto molto positivamente. Vediamo gli israeliani come amici, anche perché abbiamo una storia condivisa che dura da 3.000 anni. Ma soprattutto, Israele è l’unico paese che negli ultimi 47 ha sempre sostenuto il popolo iraniano. Molti iraniani nell’Iran occupato, quando si collegano con me, mi dicono che si fidano d’Israele, e sanno che l’IDF sta prendendo di mira il regime islamico. Sono molto grati per tutto ciò che Israele fa.

Parlando con gli iraniani che protestano a Milano, abbiamo riscontrato un forte sostegno a Reza Pahlavi. Quanto è condiviso in seno alla diaspora iraniana?
Il principe ereditario dell’Iran, sua altezza Reza Pahlavi, gode del sostegno di almeno l’80% degli iraniani a mio parere, sia in Iran che all’estero. Quello che avete sentito dagli iraniani in Italia è lo stesso che sentireste dagli iraniani in qualunque altro paese. Noi, come diaspora, siamo molto uniti, e condividiamo gli stessi obiettivi e idee a prescindere dal paese in cui viviamo.

Al tempo stesso, abbiamo riscontrato una certa ostilità nei confronti del MEK (i Mojahedin del Popolo Iraniano, altro movimento antiregime, ndr). Può spiegarci come stanno le cose?
Il MEK è una setta che unisce marxismo e islamismo. Sono molto pericolosi, e nel 1979 hanno appoggiato la rivoluzione islamica. E dopo il 1979, quando l’ayatollah è andato al potere, questi ha iniziato a perseguitarli dopo averli illusi che sarebbero andati al potere anche loro. E durante la guerra tra Iran e Iraq, dal 1980 al 1988, si sono schierati dalla parte di Saddam Hussein mettendosi a uccidere gli iraniani. Oggi non sono sostenuti da nessuno all’esterno della loro cerchia. In tutto il mondo non sono più di poche decine di migliaia di persone, ma purtroppo sono stati molto bravi a darsi una ripulita all’immagine, e nell’ultimo decennio hanno ricevuto molto denaro da enti e ONG, un po’ come le organizzazioni pro-Palestina. Ma in realtà, gli iraniani odiano il MEK tanto quanto il regime iraniano, e a volte anche di più.

Nel complesso, come viene visto dalla diaspora iraniana il modo in cui Trump e Netanyahu hanno gestito la guerra con l’Iran?
Complessivamente, lo valutano positivamente, perché è esattamente quello che gli iraniani volevano. Dopo il massacro di più di 40.000 persone a gennaio, è chiaro che gli iraniani non possono rovesciare il regime essendo disarmati. E il regime ha coinvolto anche i suoi proxy terroristici; in questo momento, per opprimere gli iraniani hanno portato anche al-Hashd al-Shaabi (gruppo paramilitare sciita iracheno, ndr) dall’Iraq, così come gruppi terroristici dall’Afghanistan e dal Pakistan. Abbiamo cercato per 47 anni di rovesciare il regime senza riuscirci.

Quindi, valutate positivamente l’intervento israelo-americano?
In questo momento, l’unica preoccupazione degli iraniani è che questo conflitto finisca prima che il regime islamico sia stato rovesciato. Pertanto, il messaggio che gli iraniani hanno per il presidente Trump e il primo ministro Netanyahu è: per favore, finite il lavoro. Distruggete il regime islamico. Perché quando sarà distrutto, ciò offrirà al popolo iraniano un’opportunità per sollevarsi e riprendersi il paese, con l’aiuto del leader della Rivoluzione del Leone e del Sole, ovvero Reza Pahlavi.