di Ugo Volli
[Scintille. Letture e riletture]
Sull’antisemitismo e antigiudaismo che possiamo chiamare storico, quello che inizia nell’antichità, che diventa popolare con l’islam e il cristianesimo, che continua durante l’illuminismo e i movimenti socialisti, arrivando al suo vertice con la Shoah, sappiamo molto. Vi sono ampie ricerche sulla sua storia, sulle sue manifestazioni teologiche, giuridiche, artistiche, politiche e giornalistiche, sulle sue cause e suoi effetti. Letteralmente migliaia di libri di storici, antropologi, sociologi, filosofi sono usciti sull’argomento, quasi tutti negli ottant’anni che ci separano dalla caduta del nazismo, forse perché sembrava che l’orrore del tema si potesse finalmente trattare col distacco scientifico riservato alle cose lontane o morte.
Oggi, di fronte alla rinascita dell’antisemitismo nella forma dell’“antisionismo” – cioè dell’odio proclamato innanzitutto contro Israele e le sue istituzioni ma in realtà esteso a tutti gli ebrei -, questo distacco è assai più difficile. E in effetti ci sono poche ricerche, lo conosciamo male, abbiamo poche informazioni sulla sua organizzazione interna, sulle cause della sua diffusione, sulle motivazioni dei suoi militanti, sulla sua strategia.
Sappiamo che l’innesco dell’odio viene spesso dagli immigrati musulmani, identifichiamo la sua area principale di diffusione nella sinistra, non solo quella estrema di piazza ma anche quella di alcuni partiti politici parlamentari, dell’intellettualità e dei media “progressisti”.
Ma per esempio ci è difficile capire come la gran parte dei gruppi militanti femministi, omosessuali, ecologisti si schieri dalla parte di chi combatte le persone e i comportamenti che li definiscono e contro Israele che invece li protegge; o perché persone che si definiscono di sinistra manifestino un odio cieco nei confronti degli ebrei identificati dai loro simboli religiosi, ripetendo minacce e violenze fino a poco tempo fa identificate solo col neonazismo.
Sull’Italia non esistono neanche inchieste giornalistiche che affrontino dall’interno questo tema, come sarebbe necessario per capirne qualcosa e prepararsi adeguatamente a combattere un fenomeno sempre più pericoloso.
Vale dunque la pena leggere attentamente il viaggio di un anno che una coraggiosa giornalista francese di origini marocchine, Nora Bussigny, ha fatto all’interno degli ambienti “antagonisti” antisemiti in Francia e Belgio (Les Nouveaux Antisémites: enquête d’une infiltrée dans les rangs de l’ultra-gauche, Albin Michel, 2025). La giornalista, sotto falso nome, ha partecipato a manifestazioni, frequentato seminari e chat al computer, intervistato i leader delle bande antisemite, seguito le lezioni su come manipolare l’informazione, sentito anche i gruppi ebraici sotto tiro. Si è mossa fra licei, facoltà universitarie, collettivi femministi, in tutta la Francia e il Belgio. Di questa esperienza dà un racconto diretto, di prima mano, molto vivace e pieno di fatti.
Viene fuori che esiste una rete informale ma solida che guida i nuovi antisemiti, che i nomi dei suoi leader ritornano fuori continuamente, che anche negli ambienti femministi in realtà la violenza degli antisemiti maschi, per lo più immigrati, è determinante. Da questa lettura non si chiariscono tutte le oscurità, soprattutto quelle sulle motivazioni e le contraddizioni ideologiche interne al mondo antagonista. Ma comprendiamo il loro modo di agire, il fatto che l’odio anti-israeliano e antiebraico è una precondizione per l’appartenenza alle diverse forme dell’opposizione radicale. Ce n’è quanto basta per avere paura.



