di R.I.
Martedì 3 marzo alle ore 18, a piazza Santi Apostoli a Roma si terrà una manifestaizone in difesa di un Iran libero dalla dittatura islamica. L’iniziativa è promossa da organiuzzata dall’associazione Setteottobre: aderiscono Woman Life Freedom Europe, Associazione Italia-Iran, Associazione Luce dell’Iran, Associazione Donna Vita Libertà, Associazione Anahita.
Attualità e news
Hezbollah riapre il fronte nord di Israele. È la prima volta dal cessate il fuoco
di Nina Prenda
L’attacco missilistico è “vendetta per il sangue del leader supremo dei musulmani, Ali Khamenei”, dice il gruppo di procura iraniano. Netta la risposta dell’esercito israeliano, con bombardamenti nel paese, compresa la capitale Beirut.
L’ora decisiva dell’Iran
di Davide Cucciati
RID, Rivista Italiana Difesa, prevede la prosecuzione delle operazioni di soppressione e distruzione dei sistemi balistici, dai siti di stoccaggio agli impianti di produzione fino ai lanciatori. E mentre ci si chiede quando finirà il conflitto, si pensa al futuro: se davvero il regime cadrà, sarà la soluzione transitoria proposta dal principe Reza Pahlavi ad avere la meglio, o domineranno le fratture interne?
(Foto: Vatican news)
Khamenei è stato ucciso ma il regime iraniano, come prevedibile, non è crollato. In queste ore, la cosa più interessante è che il tempo sembra stringere in due direzioni opposte. Teheran prova a trasformarlo in un’arma, chiudendo la porta alla trattativa e puntando sulla durata per logorare l’avversario. Tuttavia, sul piano operativo, il tempo può diventare un nemico anche per il regime iraniano perché ogni ora che passa riduce la finestra utile per reagire con efficacia, mentre l’apparato militare statunitense e israeliano continua a inseguire i lanciatori mobili su veicoli e a degradare il comando e controllo dei Pasdaran.
Questo è il punto di forza dell’analisi di RID, Rivista Italiana Difesa, che prevede la prosecuzione delle operazioni di soppressione e distruzione dei sistemi balistici, dai siti di stoccaggio agli impianti di produzione fino ai lanciatori. Si ipotizza anche uno spostamento dell’attenzione statunitense verso capacità antinave e interdizione navale iraniane e possibili nuovi bersagli legati ai Basij e a infrastrutture connesse al nucleare, osservando che al momento non risultano attacchi diretti alle installazioni nucleari salvo il caso della Sahand University of Technology di Tabriz.
La frase che pesa è la seguente: “Le prossime ore saranno decisive”. La finestra temporale a disposizione del regime islamico per reagire con missili balistici si restringe mentre aumenta la pressione. A rafforzare questa cornice, nelle ultime ore Pietro Batacchi, direttore di RID, ha scritto sui suoi social che le difese aeree iraniane sarebbero “completamente inesistenti”, già messe fuori uso durante la “Guerra dei 12 Giorni”. Nello stesso intervento ha aggiunto un passaggio che sposta il fuoco dalla dimensione strettamente militare a quella economica: la guerra, a suo giudizio, è già scalata, con infrastrutture industriali e petrolifere di ambo le parti nel mirino e con la prospettiva di un nuovo duro “shock geoeconomico”.
Dentro questo scenario operativo, Teheran ha formalmente deciso di non intavolare un negoziato. Infatti, secondo il Washington Post del 2 marzo 2026, Ali Larijani, Segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, ha scritto su X “Non negozieremo con gli Stati Uniti”, smentendo retroscena su possibili contatti indiretti.
Potere al popolo?
Anche per gli Stati Uniti e per Israele, però, la durata del conflitto non è una variabile trascurabile. Il Washington Post del 23 febbraio 2026 riporta che il Capo dello stato maggiore degli Stati Uniti, Generale Dan Caine, avrebbe illustrato alla Casa Bianca vincoli di azione molto concreti: munizionamento e intercettori sotto pressione, tempi lunghi di ricostituzione, vulnerabilità delle basi e supporto alleato non garantito. In questa lettura, una campagna che si prolunga è una prova di scorte, logistica e relazioni regionali. La Casa Bianca prova a spostare la partita dal piano militare a quello interno iraniano, chiedendo al popolo iraniano di assumere il potere.
Qui si apre però la prima domanda che un’analisi onesta non può evitare: dopo una repressione estesa e sanguinosa, come quella avvenuta nelle scorse settimane, c’è ancora chi si solleverà davvero? Inoltre, cosa farà l’Artesh, l’esercito regolare? In un sistema in cui i Pasdaran sono anche potere economico e politico, l’esercito regolare è l’unico corpo che, in uno scenario di frattura, potrebbe essere l’elemento dirompente.
Il dilemma della diaspora iraniana
Intanto la diaspora iraniana vive un’ambivalenza: le manifestazioni sono visibili e servono a mantenere pressione e attenzione ma non risolvono da sole il problema operativo, cioè come sostenere un movimento interno in condizioni di repressione e blackout. Il quesito diventa inevitabile: cosa fare oltre i cortei?
C’è anche un punto più scomodo che riguarda la chiarezza interna: se la diaspora vuole essere forza politica e non solo voce morale deve ridurre fratture e diffidenze e ambiguità, prima che le sfrutti il regime. Qui rientra anche il tema dell’asse Teheran – Mosca, che rende inseparabili i due fronti.
Reza Pahlavi: apertura all’occidnete, ma frattura interna
Su questo sfondo si colloca Reza Pahlavi. Secondo il Washington Post del 28 febbraio 2026, Pahlavi propone una traiettoria ordinata: nuova costituzione ratificata da referendum, elezioni libere sotto supervisione internazionale e infine conclusione della fase di transizione. È un linguaggio che parla all’Occidente perché riduce l’incertezza e promette un dopoguerra governabile.
Tuttavia, negli ultimi giorni, sono emersi due segnali che vanno letti insieme. Da un lato, sul fronte curdo iraniano è stato annunciato un tentativo di coordinamento tra più sigle: un passo significativo perché prova a trasformare frammentazione storica in piattaforma comune. Dall’altro, proprio su questo terreno, secondo Associated Press, si è resa pubblica una frattura con Pahlavi. Il nervo scoperto è sempre lo stesso: unità nazionale e autonomia, paura del separatismo e memoria di centralismi repressivi. Nel momento in cui l’opposizione dovrebbe presentarsi come cabina di regia nazionale sono affiorate criticità quali la gestione delle minoranze, la legittimità politica e le catene di comando territoriali.
Eppure, nel discorso dei sostenitori di Pahlavi, la tesi è molto chiara: il campo pahlavista rappresenterebbe tutti e includerebbe anche curdi e azeri che, secondo le dichiarazioni rese a Mosaico da alcuni manifestanti iraniani a Milano, si sentirebbero tutti parte del popolo persiano.
La scommessa più grande e più incerta è quella di trasformare la pressione esterna in un movimento interno coordinato, in un Paese in cui il regime ha già mostrato di poter uccidere e arrestare su scala massiccia, e in cui il tema decisivo potrebbe non essere chi scende in piazza ma chi, dentro l’apparato dello Stato, sceglie di passare dalla parte dei manifestanti.
Francia: disegnate due svastiche in quello che fu il campo di internamento di Drancy
di Maia Principe
Lì durante la Seconda guerra mondiale furono internati circa 63.000 ebrei prima di essere deportati nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Le due croci sono state disegnate in due diversi atri di edifici. Una, di pochi centimetri di diametro, è stata disegnata al piano terra, mentre l’altra, di quasi un metro di diametro, si trova al quinto e ultimo piano dell’edificio, molto fatiscente e in fase di ristrutturazione.
L’ex ostaggio a Gaza Matan Angrest parla per la prima volta: gli interrogatori e le torture subiti da Hamas
di Nina Deutsch
Per la prima volta dal suo rilascio, l’ex ostaggio rompe il silenzio e sceglie di raccontare ciò che ha vissuto: l’attacco del 7 ottobre, la cattura, le ferite, gli interrogatori e le torture durante una prigionia durata oltre due anni nelle mani di Hamas. Una testimonianza dolorosa e necessaria, pronunciata con fatica ma lucidità, che restituisce il volto umano di una sopravvivenza segnata dal trauma e dall’inizio di un lungo e complesso percorso di riabilitazione.
Al convegno di Al Jazeera, Francesca Albanese siede a fianco del leader di Hamas e indica il “nemico dell’umanità”: Israele
di Paolo Salom
[Voci dal lontano Occidente] È un personaggio screditato. Meriterebbe senz’altro l’oblio. Eppure credo sia venuto il momento di parlarne. Perché Francesca Albanese, che si fregia del titolo di Inviata dell’Onu per i territori palestinesi occupati, ha un potere reale. Che è quello di far male a Israele e agli ebrei
Azzam al Ahmad, segretario generale del comitato esecutivo dell’OLP: “Hamas non va disarmata”
di Davide Cucciati
Il segretario generale del comitato esecutivo dell’OLP ha respinto come “inaccettabile” ogni richiesta di disarmo di Hamas e ha aggiunto che l’OLP “non l’ha mai considerata un’organizzazione terroristica”, definendola “parte del tessuto nazionale palestinese”. Ma secondo un alto funzionario palestinese, le parole di Al Ahmad non rifletterebbero la linea dell’OLP o dell’Autorità Palestinese. In ogni caso, la società palestinese si conferma eterogenea.
Legge sull’antisemitismo? Magari sì, magari no… Va in scena la (sconcertante) bagarre politica
di Davide Cucciati
Che cos’è davvero il nuovo antisemitismo di oggi? Quale forma mutante sta prendendo? Come contrastare un fenomeno in crescita? La politica si interroga: tra proposte di legge e dibattito aperto. Ma non mancano opposizioni interne alla sinistra, per esempio contro il DDL Delrio giudicato troppo filo-Israele. Le opinioni di Sergio Della Pergola e Iuri Maria Prado. Un tema caldissimo
Missili russi, petrolio cinese: la rete di sicurezza della Repubblica islamica
di Davide Cucciati
Russia e Cina offrono al regime ossigeno militare, politico e finanziario, rendendo più difficile trasformare le proteste in un reale cambio di equilibrio. Per questo la coerenza occidentale conta, se si vuole colpire i Pasdaran bisogna anche guardare a Mosca e a Pechino.
Notte di fuoco su Israele. Dai raid su Teheran alla strage di Beit Shemesh: l’escalation che scuote il Medio Oriente
di Anna Balestrieri
Nel giro di meno di 48 ore, il conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran è passato da un’offensiva militare mirata a uno scontro aperto con vittime civili, missili sulle città e un terremoto politico ai vertici della Repubblica Islamica.
Non solo elettori: il ruolo (e i problemi) degli immigrati dell’Est e l’alyiah di guerra di Israele
di Anna Lesnevskaya
Il quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina. L’aliyah di guerra tra difficoltà di integrazione, discriminazione e costruzione di una nuova identità. Il dramma dei giovani immigrati in cerca di una patria. Come russi e ucraini in Israele sono visti dalla politica: un serbatoio di voti difficile da gestire
Il giorno più felice: gli iraniani a Milano in piazza festeggiano la morte del loro dittatore
di Sofia Tranchina
MILANO – Piazza Duomo si riempie di leoni gialli, stelle blu e strisce rosse. Gli iraniani festeggiano la morte del loro dittatore. Khamenei, “forse”, è morto. I primi lanci d’agenzia iniziano a circolare nel primo pomeriggio di sabato 28 febbraio. Le redazioni parlano al condizionale, i social esplodono. Nelle chat Telegram e WhatsApp degli iraniani in diaspora rimbalza la stessa domanda: «È vero?».














