È morto Joseph Joe Nissim, tycoon e mecenate, imprenditore dalla vita come un romanzo

Italia

di Fiona E. Diwan

Aveva festeggiato i suoi cento anni il 22 febbraio, due settimane fa, una cena per poche decine di invitati, la musica degli immancabili violini tzigani che adorava e che gli ricordavano la giovinezza a Salonicco. Una serata che lo aveva riempito di entusiasmo e di calda aspettativa, circondato dagli amici di una vita, dai nipoti e cugini venuti da tutto il mondo per brindare al secolo di quest’uomo speciale, un tycoon severo e coraggioso, insieme duro e generoso, dotato di una risata aperta, vittoriosa e accogliente al tempo stesso. Joseph Nissim, Joe per tutti, era stato ospite del sindaco di Milano Giuseppe Sala, appena due settimane fa, in occasione dell’abituale incontro che il sindaco dedica a tutti i centenari della città.

Lo chiamavano il “signore grandi firme“, il re del largo consumo per la sua passione per i brand e “i prodotti di prima necessità, quelli di cui tutti hanno bisogno”. Ma quella di Joe Nissim non è solo una storia di successo. È l’avventura lunga un secolo di un uomo schivo, innamorato del low profile e della way of thinking anglosassone, un talento imprenditoriale unico e outstanding, in una Italia del Dopoguerra che ancora non sapeva cosa fosse l’imprenditoria e la cultura d’azienda. La storia di un uomo fuori dal comune che è anche un capitolo della storia economica d’Italia, fondatore del Gruppo Bolton, mecenate, grande amante della musica, del golf, della ricerca scientifica. Una vicenda umana e di business la sua, che andrebbe incastonata nella più vasta avventura del capitalismo italiano e di una generazione di imprenditori geniali che hanno costruito l’immagine del nostro Paese nel mondo.

Pioniere del marketing, Joe Nissim era orgoglioso di avere inventato claim pubblicitari passati alla storia come ad esempio quello per Rio Mare, “il tonno che si taglia con un grissino”. Un personaggio innamorato della sfida, dai tratti invariabilmente eroici e avventurosi, una sorta di Ulisse dell’imprenditoria che, dalla Grecia all’Africa della Seconda Guerra Mondiale, da Ginevra a Milano, da Parigi a Londra, non si è mai stancato di nutrire la propria curiosità e di inseguire il nuovo (un 99enne che sapeva usare lo smartphone come un quindicenne!). La sua parola preferita era tachless che in lingua yiddish indica la concretezza, il pragmatismo, il qui e ora, gli occhi fissi sull’obiettivo, la capacità di cogliere il senso delle cose nella loro implacabile aderenza alla realtà.

In gioventù, era stato luogotenente nella Brigata Greca dell’Ottava Armata del Generale Montgomery in Nord Africa, paracadutista, membro del Battaglione Sacro – le truppe scelte di commandos specializzati nell’avanscoperta e nella protezione delle retrovie -, decorato con la Croce d’oro al valore militare dal re di Grecia, Giorgio II.
Joe Nissim è rimasto un soldato e un combattente per tutta la vita.

Aveva incontrato Jeanne Aroesti a fine guerra, ad Aleppo, nella tendopoli di un campo di fuggiaschi e sfollati venuti dalla Grecia. Si erano poi reincontrati a Milano, a casa di amici greci comuni ripiegati in Italia dopo l’ecatombe degli ebrei di Salonicco, e si erano presto sposati, alla fine degli anni Quaranta. Una grande storia d’amore, durata tutta la vita, fino ad oggi.

Sopravvissuto alla deportazione e al nazismo, era arrivato a Milano nel 1947 innamorandosi subito dell’Italia e degli italiani, «arrivai e mi sentii subito a casa mia, l’Italia era una Grecia più accogliente, gentile e evoluta», ripeteva sempre. E poi i primi passi nel business, l’intuizione ardita e vincente di acquistare uno dei primi computer IBM comparsi sul mercato, la volontà di essere sempre all’avanguardia nell’organizzazione e nelle strategie di comunicazione, la lungimiranza con cui aveva intuito le potenzialità di alcuni marchi decotti e infine un istinto infallibile per acquisizioni apparentemente improbabili poi dimostratesi vincenti.

Di colpi da maestro Joe Nissim ne ha messi a segno tantissimi.

L’ultimo è stato di carattere più intimo e personale: una nuova gentilezza d’animo che lo faceva sorridere più facilmente dismettendo il mood severo per il quale era famoso.
Così io l’ho conosciuto, affabile e lieto, a tratti dolente.

Guardando vecchie fotografie si illuminava, rivangando episodi e incontri, soffermandosi sul passato in barba alla sua leggendaria “religione del presente”, poiché credeva nella forza dell’azione che salva e redime.

«Rivedo le persone che mi hanno accompagnato e che non ci sono più. Sono l’ultimo della mia generazione. È inevitabile ho 100 anni, che ci posso fare?», diceva.

Addio, Signor Nissim, ci mancherai.

 

 

di Redazione

La sua vita è stata all’insegna della riservatezza estrema, almeno quanto quella professionale si è contraddistinta per un ragguardevole dinamismo imprenditoriale che lo ha portato al vertice del settore alimentare e non solo, con la sua multinazionale Bolton. È mancato questa mattina a Milano Joseph – Joe – Nissim, la cui storia è un romanzo d’azione e avventura. Nato nel febbraio del 1919 in Grecia, è uno dei 56 mila ebrei di Salonicco, città dalla quale riuscì a fuggire poco prima dell’arrivo dei nazisti, che deportarono e uccisero quasi tutta la comunità ebraica. Decise di arruolarsi nell’esercito britannico e fu tra i combattenti ad El Alamein dove si fece onore, tanto da meritare una medaglia al valore militare.

Nissim negli anni Settanta

Nel 1949 Joe Nissim si stabilisce in Italia, dando vita ad un’attività di import-export per i prodotti di largo consumo, facili da far entrare in sintonia con i gusti della massa, supportati da slogan diretti, «comprensibili da Torino a Catania», come ripeteva;  arrivò così a detenere, con Bolton Group, i marchi leader di vari settori, dall’alimentare, ai prodotti per la casa, alla cosmesi, con dodici stabilimenti (in Italia, Francia, Spagna, Olanda e Grecia) e cinquemila dipendenti. Storica e determinante per il successo è stata la collaborazione con i grandi supermercati, come Esselunga di Bernardo Caprotti.

Membro fondatore della Fondazione “Milano per la Scala”, sostenitore del Teatro Franco Parenti, della Fondazione per la Scuola della Comunità ebraica di Milano, del Memoriale della Shoah di Milano (a lui è dedicato l’Auditorium) e referente per l’Italia del Weizmann Institute of Science, punta di diamante della ricerca in Israele, Nissim è stato soprattutto noto per la sua grande riservatezza.
Lascia la figlia minore, Marina, CEO del gruppo Bolton; e il figlio Gabriele, scrittore e fondatore dell’associazione Gariwo – Foresta dei Giusti.

Solo pochi giorni fa, celebrando nel Duomo di Milano con uno straordinario concerto la Giornata dei Giusti dell’Umanità, Gabriele Nissim aveva detto: «C’è una guglia del Duomo a cui mio padre tiene molto. Lo vorrei ricordare perché ha appena compiuto cento anni e mi ha insegnato il gusto della libertà e della responsabilità. Sono stato fortunato ad avere un padre che fu uno dei primi ad avvertire il pericolo del nazismo e a combattere per la libertà. Egli mi ha insegnato ad avere coraggio e determinazione e oggi lo vorrei ringraziare».

 

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